U parrinu chi càvusi, dintra u santuariu du’ mali

Recensione di U parrinu, di e con Christian Di Domenico visto al Teatro Portland – Focus Trentino

 

foto Erica Fucci
foto Erica Fucci

Se fossi un poeta, e sapessi esprimermi nel dialetto pietroso e denso immortalato da Buttitta, avrei scritto questa recensione in versi siciliani. Poiché questo sarebbe stato il miglior omaggio al coraggioso e sincero lavoro di Christian Di Domenico, che ha portato sulla scena del Teatro Portland di Trento il monologo U Parrinu, dedicato alla lotta del sacerdote Pino Puglisi contro la mafia e a favore dei bambini del quartiere Brancaccio di Palermo, lasciati da adulti indifferenti e cinici in balia del degrado umano costituito dalla malavita. Non essendo tale, non potrò che fare un ben più modesto resoconto del ritratto del personaggio che traspare dalla sensibilità dell’attore, legato al parroco da ricordi personali e affettivi, facendomi specchio di uno specchio che rifrange la memoria di un uomo buono, giusto e bello.

Padre Puglisi era un «piccolo prete in pantaloni», dalle membra assolutamente sproporzionate, (aveva «grandi orecchie, grandi mani, grandi piedi»), ma proprio per questo paradossalmente proporzionato più di ogni altro ad aderire con pienezza alla vita. Questo suo aspetto gli conferiva, infatti, uno stile del tutto particolare nell’avvicinarsi, nel guardare e nell’amare le cose come le persone, nonché nel proteggerle da tutto quello che poteva rovinarne l’intrinseca bellezza. Se c’era un problema da risolvere o un’anima da consolare, egli era capace di percorrere chilometri per portare bizzarre soluzioni o colte prospettive di senso. Fu così che, catapultato dentro l’inferno di Brancaccio  – dove mancavano (e sembra manchino tutt’ora) scuole, ospedali, luoghi di intrattenimento e nei cui profondi scantinati le donne si imputtanivano, i bambini sezionavano cadaveri di cani dalle zampe spezzate e gli uomini consumavano loschi affari – egli non si sentì di fuggire come altri preti per conservare la propria incolumità. Restò, piuttosto, per cercare di trarre da questo santuario del brutto e del male nuovi fiori, sorrisi, speranze per chi finora aveva avuto solo motivo di disperare. Ma a causa di questo suo intento, era purtroppo destinato a soccombere. Paragonando la lotta del sacerdote contro la mafia a quella di una partita di calcio del bene contro il male, Di Domenico sottolinea del resto che Puglisi, che giocava secondo tutte le regole, non poteva segnare che pochi goals contro avversari che non ne rispettavano nemmeno una, appellandosi con ogni pretesto all’arbitro dello Stato per denunciare presunti falli e fuori-gioco, o addirittura arrivando alla minaccia e alla percossa fisica. Una pallottola gli arrivò sulla nuca il giorno del suo cinquantaseiesimo compleanno, nel ’93, senza pregiudicare però in nulla i risultati raggiunti o il proseguimento della sua opera da parte dei suoi eredi. Il centro Padre Nostro di Palermo continua, infatti, ancora ad operare in difesa dei bambini di Brancaccio, quasi che il suo fondatore non fosse mai morto. Già evidenziato in La radio e il filo spinato di Roberto Abbiati, questo conferma che il teatro può farsi testimonianza di come l’uomo virtuoso non viene vinto anche se viene ucciso, poiché le sue opere e le sue azioni si situano su un piano da cui il malvagio è tenuto lontano.

foto Erica Fucci
foto Erica Fucci

Di Domenico si fa sulla scena mediatore magico e mostra agli spettatori – a cui parla direttamente eliminando la cosiddetta “quarta parete”  – i ricordi conservati nella memoria, rievocando con azioni fisiche ben meditate la personalità insieme dolce e combattiva del sacerdote. Si potrebbe azzardare, anzi, di aggiungere che l’attore diventa padre Puglisi stesso. Il sacerdote amava, infatti, il teatro e lo utilizzava per educare i giovani della sua parrocchia poichè convinto che «senza la forza di un gesto, la parola», anche quella più nobile o profonda, «è muta». Attraverso il suo spettacolo, dunque, l’autore in un certo senso costruisce un monologo che Puglisi avrebbe potuto tranquillamente recitare durante un’omelia, se si separano dal testo quelle parti con cui l’interprete porta un commento o una sua prospettiva, e che hanno il toccante intento di chiedere scusa al personaggio per una sua bravata giovanile.

Lo scopo oggettivo di far rivivere il sacerdote nella memoria e quello soggettivo di chiedere perdono non vanno, tuttavia, distinti a tal punto da considerarli indipendenti. Al contrario, essi sono uniti da un altro convincimento chiave di Puglisi, sostenitore della capacità di perdonare quale mezzo per diventare uomini, ossia di essere «forti dentro» e di amare con intensità. Lungi dal diventare invito a un ingenuo pietismo, una simile convinzione permette, da un lato, di mostrare come i cosiddetti “uomini di onore” della mafia non siano umani anche se potrebbero ritornare ad esserlo. Dall’altro, prova una bontà intoccabile nel fondo di ognuno per cui è importante avere fiducia nel fatto, spesso apparentemente smentito, che tutti possono amare forsennatamente e intelligentemente una volta risvegliati dai loro folli sogni di gloria e di potere. D’altronde è facile immaginare che Puglisi, nel teatro della sua parrocchia, avrebbe potuto pronunciare una battuta del genere: «diventa ciò che sei, uomo, che risulti brutto, cattivo, mostruoso e sanguinario solo per accidente, per tua ignoranza e per qualcosa che ti dorme dentro, mentre nel tuo segreto appari più simile al pesco in fiore che sboccia e dona i suoi frutti senza chiedere ricompensa quando viene messo nelle condizioni di crescere in alto alla luce soffice e bianca del sole primaverile».

Enrico Piergiacomi

Visto al Teatro Portland, Trento. Gennaio 2014

U PARRINU
La mia storia con Padre Pino Puglisi ucciso dalla mafia
Di e con Christian Di Domenico
Christian Di Domenico – Produzione L’Albero dei Sogni