Qui e ora di Mattia Torre. Prima e dopo l’impatto

Recensione di Qui e ora di Mattia Torre, con Valerio Mastandrea e Valerio Aprea

 

qui e ora di mattia torre
Foto Roberto Salgo

Periferia urbana. La città fuori città. O almeno lì dove il confine si dilata fino a non riconoscere più i caratteri di un’urbanizzazione lontana, terre di nessuno che legano gli edifici ammassati alle campagne, quegli interstizi al più polverosi in cui si annida il residuo della popolazione cittadina, rigurgito d’una umanità derelitta posta a baluardo della sua asfittica evoluzione. In quel punto, all’incrocio di due vite, l’impatto che le sconvolge e le raccoglie in un unico intenso accadimento: un incidente, due motorini incrociati come spade di un duello si accatastano in una scultura deforme; a terra, come morenti, i due individui alla guida. Squilla un cellulare, l’evento si affaccia nell’evento percepito. Uno dei due corpi stesi mostra vitalità e risponde. «No tutto a posto cinque minuti e sto lì», la risposta. È una evidente falsificazione, ma di cosa? Dell’accadimento o della percezione dell’individuo stesso? Quindi è volontà o confusione? Questo il quesito di fondo che apre la scena in cui sono decomposte e mescolate due esistenze diverse, saltate in aria a cavallo dei loro mezzi di trasporto: Qui e ora, nel punto preciso dell’impatto. Questo il titolo di uno spettacolo che Mattia Torre scrive e dirige, interpretato da due volti noti del cinema italiano: Valerio Mastandrea e Valerio Aprea.

All’Ambra Jovinelli non si andava da un po’. Fino a qualche stagione fa, nell’era di Serena Dandini e del salotto rosso di Rai 3 (Parla con me, con lo stesso Torre fra gli autori), era a Roma tappa fissa per alcuni appuntamenti di dialogo fra due mondi, la tv e il teatro, che proprio allora si scambiarono le ultime attenzioni. Da allora la proprietà è cambiata, scongiurati di anno in anno i presunti previsti minacciati fallimenti, l’Ambra ha mantenuto però quel connotato artistico di ponte fra estremità, ospitando di volta in volta esperienze di raccordo tra i territori minuti del teatro contemporaneo e una munifica generazione di artisti che ruotano attorno al cinema e alle serie tv. Con essi, dunque, ha mantenuto un pubblico nutrito che ha affollato la grande sala fin dietro le indimenticate colonne laterali e che, dopo aver ritirato gli abiti al guardaroba del piano rialzato, ha potuto comodamente usufruire di un’incaricata del Radio Taxi nel foyer. Tanto per intenderci.

qui e ora di mattia torre
Foto Massimo Achilli

Mattia Torre, riconosciuto autore di culto per la fortunata serie Boris, in questi ultimi anni non ha mai abbandonato la scrittura teatrale e ha riscontrato successi crescenti da Migliore, monologo “isterico” portato sulla scena con lo stesso Mastandrea come variazione sul tema de Lo straniero di Camus, fino ai clamori di 456, affresco tragicomico sul filo dell’assurdo di un sud incagliato alle proprie forti tradizioni, fulcro passato di ogni scelta presente. Qui e ora, testo del 2012 che ha debuttato l’anno scorso sempre nello stesso teatro, riunisce due attori fra i preferiti dell’autore e regista, già interpreti di precedenti spettacoli come, oltre ai citati, il monologo d’esordio In mezzo al mare con Valerio Aprea. Il loro dialogo nasce dunque da una scena esplosa, loro stessi ne sono i responsabili. Questa immagine, molto forte e già in corso d’opera, conferma di Torre il talento compositivo in grado di innescare in una situazione la parola, il fulcro dialogico dalla muta immagine. La loro relazione è subito chiara: il più scaltro si farà arrogante aguzzino della debolezza altrui, si prodigherà nella ricerca di un contatto esterno, chiamerà i vani soccorsi in uno sfortunato 2 giugno in cui tutti i mezzi sono impegnati altrove, cercherà tramite il telefono di continuare il suo lavoro di famoso conduttore radio per il programma omonimo dello spettacolo, Qui e ora, che si occupa di cucina creativa, e così strenuamente di mantenere inalterata la sua inarrestabile vita di successo. L’altro, apparentemente messo peggio e colpevolizzato dal primo, lamenta dolori e sembra in stato confusionale. Ma tornando alla prima domanda: di chi è la confusione? Di colui che dopo un incidente si lascia andare alla dilatazione disordinata dell’esperienza o di colui che con ogni mezzo tenta di tenere dritto ciò che si è irrimediabilmente incrinato?

qui e ora di mattia torre
Foto Fotoservizio Ceccon

Nel testo di Torre ci sono, previsti, due attori. Se in 456 la freschezza delle invenzioni pur avendo un’ottima sponda non vi poggiava esclusivamente, in questo caso al talento compositivo non corrisponde una simile felicità creativa, finendo per chiedere ai bravi attori di sostenere un testo più debole che ricorre con eccessiva foga alla battuta, diminuendo la densità drammaturgia e, quindi, imponendo la dinamica dialogica a sovrastare l’evoluzione drammatica. Il rivolgimento che invertirà i ruoli, gli stati d’animo e quindi le due esistenze, si intuisce con chiarezza fin dalla prima scena e poco più si scosta da quel che poteva dirsi solo con un ipotetico lancio d’agenzia: due stili di vita a confronto in una situazione limite, la vendetta dell’uomo medio sui campioni della società che ha perduto i suoi valori. È davvero abbastanza? Il talento di Torre aveva abituato a ben altra intensità dal languore pur divertente che in questo dialogo si anima. La critica a un paese disperso, nella ferocia della proposta (ricorda molto, in alcuni punti, l’episodio First Aid – Pronto soccorso tratto da I nuovi mostri del 1977 di Monicelli, Risi, Scola), oltre a qualche spumeggiante battuta non riesce però ad articolare più della buona intenzione, lasciando la fase scenica come a girare su sé stessa in un “qui e ora” reiterato di ordinaria tensione sociale, accennata e catalogata, mai davvero discussa perché sia detonante.

Simone Nebbia
Twitter @simone_nebbia

Fino al 2 marzo 2014 al Teatro Ambra Jovinelli
Roma

QUI E ORA
di Mattia Torre
regia di Mattia Torre
con Valerio Mastandrea, Valerio Aprea
scene Beatrice Scarpato
luci Luca Barbati
produzione Bam Teatro

Comments
  • Francesca 21 febbraio 2014 at 15:16

    “Con essi, dunque, ha mantenuto un pubblico nutrito che ha affollato la grande sala fin dietro le indimenticate colonne laterali e che, dopo aver ritirato gli abiti al guardaroba del piano rialzato, ha potuto comodamente usufruire di un’incaricata del Radio Taxi nel foyer. Tanto per intenderci.” Ma che vuol dire? Cosa c’entra con lo spettacolo?

    • Simone Nebbia 21 febbraio 2014 at 15:29

      Gentile Francesca, rispondo rapidamente. Ho inteso raccontare di un’atmosfera che si respirava nel teatro, scegliendo un elemento che fosse esplicativo e che mi ha colpito. Non m’era accaduto mai di trovarmi in un teatro che avesse questo servizio e – parendomi molto particolare – ho pensato di darne conto per dirne la diversità rispetto ai posti usuali frequentati. Le crea davvero così tanti problemi di lettura? Mi pare che per lo spettacolo ci sia uno spazio piuttosto grande nel resto dell’articolo no?
      Grazie di aver letto buona giornata
      Simone Nebbia

  • Marcello 22 febbraio 2014 at 21:16

    Veramente il RadioTaxi c’è da tempo al Quirino, al Sistina (sicuro= e all’Eliseo (mi sembra): dov’è la novità?

    • Simone Nebbia 23 febbraio 2014 at 09:39

      (No però due contro uno è scorretto…)
      Gentile Marcello e – di ritorno – anche Francesca. A questo punto il mistero si infittisce. Ma veramente nella vostra lettura, di cui ancora vi ringrazio, il problema che vi smuove a lasciare un contributo di visione e che quindi promuove confronto – anche conflittuale perché no – su uno spettacolo teatrale è una riga esile, di descrizione ambientale, una curiosità sul Radio Taxi? Ma qual’è il vostro problema? Che c’è anche al Quirino e al Sistina? E allora? Marcello lei non è capitato su un blog di “mobilità a Roma”, ma su un quotidiano di informazione teatrale. Nel mio mondo, che ci sia il Radio Taxi annunciato prima dello spettacolo è una curiosità. Tale curiosità me ne fa scrivere perché un po’ restituisce la situazione atmosferica di quel particolare luogo in cui sono stato.
      Eppure, finito di rispondere mi viene da chiedere ancora: di che stiamo parlando? Perché ne stiamo parlando?
      Grazie e buona domenica.
      Ah, oggi c’è il blocco delle auto a Roma :)

  • Marcello 23 febbraio 2014 at 10:35

    Ma no, che scorretto, è bello interagire con chi scrive. E’ solo un po’ strano leggere nelle sue recensioni queste digressioni che non hanno nulla a che vedere con lo spettacolo (avrà almeno 40 anni, penso, quante volte è stato all’Eliseo o all’Ambra, ogni volta descriverà i volti degli spettatori, i fogli che leggono, le loro età, i loro vestiti? Bisognerà stare attenti d’ora in poi in sala…). Comunque, per dire, è come se chi recensisce un libro “infoltisse” la sua recensione parlandoci della libreria dove l’ha comprato, della (bella) commessa che lo ha servito, dell’autobus che ha preso per arrivare a teatro….

    • Simone Nebbia 24 febbraio 2014 at 15:10

      Eccomi Marcello, voglio rispondere alla cortesia del suo commento cordiale.
      Ho avuto anni fa per il teatro una folgorazione ambientale, esterna peraltro a una sala tradizionale. Non ho mai considerato ciò che accade attorno all’evento teatrale come estraneo alla scena. Ciò perché la platea è poi fatta di uomini che respirano e agiscono, scelgono la loro partecipazione, la loro distanza. Anche non con i comportamenti più classici come l’applauso o i fischi; occorre guardare oltre, secondo me, perché ci siano elementi di raccordo fra scena e platea. Con questo intendo anche tenere insieme ciò che gli uomini operanti nel settore preordinano per gli uomini spettatori della loro epoca: qui torno al nostro Radio Taxi, un’idea particolare che a me – ma forse solo a me – dice in che tipo di teatro mi trovo, come conduce la propria vita la comunità umana che ho intorno; trovo questo determinante, bellissimo da “restituire” attraverso la scrittura, ciò che la può rendere calda, organica, non certo raggelata dalla sola analisi (che pur non credo manchi). Non so, forse questo le suggerisce evasione dai miei compiti, ma la critica che ho animo di perseguire non è al teatro inteso come tale, bensì a ciò che del teatro tracima nella più grande società contemporanea. Questo è un obiettivo, non certo ancora un risultato, le sue parole lo testimoniano. Ma non c’è dolo, soltanto un desiderio spoglio e forse intimo di tentare diversi punti di osservazione.
      Auspicherei, per mia e solo mia necessità, ciò che accade nel suo esempio letterario. Auspicherei sempre meno recensori e sempre più critici.

      Saluti e grazie dello stimolo alla risposta
      SN

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