La Sapienza incontri: “Il dolore divora la voce”

La Sapienza Giornate di studio “Il dolore divora la voce” : la rappresentazione del dolore nelle arti nel Novecento

 

Dottorato in Musica e Spettacolo: curriculum Studi di teatro, Arti performative, Cinema e Tecnologie per lo spettacolo digitale.
Il dolore divora la voce” : la rappresentazione del dolore nelle arti nel Novecento
giornate di studio a cura di Mauro Petruzziello e Valentina Valentini

Durante il XX secolo il dolore, da fatto da condividere con la comunità è progressivamente diventato fatto privato, sia per il disgregarsi dell’idea di comunità che mettevano in gioco anche l’intimità dei loro membri, sia per la medicalizzazione del dolore – e il suo spostamento nella sfera del pudore – per mezzo della psicanalisi e delle terapie farmacologiche. Sono così venuti a essere totalmente riformulati, e spesso anche a cadere, i segni della rappresentazione sociale del dolore. Di questo spostamento e di questa radicale rielaborazione del dolore ne portano i segni l’arte, il teatro, la letteratura drammatica, la scienza. Le giornate di studio si propongono di analizzare le forme espressive del dolore in media diversi nel Novecento.

I contributi verranno pubblicati su un inserto speciale di Alfabeta2.
Sede: via dei Volsci 122, 00185 Roma, aula A e Aula Levi
Data: Venerdi 7 e sabato 8 marzo 2014 , tre sessioni di lavoro: il 7 ore 10-14 e 15-19
Sabato 8 ore 9,30-13,30

Interventi di 30 minuti e discussione
Partecipanti ( in ordine alfabetico)

Da Pharmakos a The Dead: Una spirale concentrica del dolore che parte dalla comunità sacrificale e trovaprogressivamente il suo centro nell’istante puntuale di un ricordo privato. Claudio Angelini

Il lavoro, che riguarda gli spettacoli che ho costruito dal 2006 fino al 2012, può essere letto come il progressivo restringimento di una spirale di dolore che, da una ampia circonferenza che riguarda l’espulsione del dolore di una intera comunità attraverso il rito sacrificale (pharmakos), si concentra su un piccolo dolore privato, legato ad un ricordo (the dead), passando per il dolore di una famiglia e probabilmente di un soggetto che si trova “divenuto fisicamente altro” (la metamorfosi).

Rileggerò il mio lavoro di questi sei anni, attraverso questi tre lavori, con immagini e brevi frammenti video, andando via via a tracciare una linea concentrica guidata dai lavori stessi.

Una vera e propria “spirale di dolore” dove il punto di arrivo sarà la parte più interna, più intima, più invisibile e privata, ma non per questo meno deflagrante del dolore di una intera comunità.

La sensazione del dolore. Vinyl di Warhol Rossella Catanese

Vinyl (Andy Warhol, 1965) è un film molto significativo, emblema della Factory newyorchese e parabola pop, che elabora una concezione del dolore come deformità sociale.

Il romanzo A Clockwork Orange di Antony Burgess, a cui Vinyl è liberamente ispirato, è messo in scena attraverso un set spoglio che configura una forma della “logica della sensazione” deleuziana, passando per la sofferenza fisica reale del performer. Il malessere sociale è qui declinato in un immaginario sadomasochista, in cui il corpo violato e la sua dimensione carnale e animale interpretano un paradigma dell’eccesso, nei modi “dell’eterogeneità eccedente”. Il degrado sociale ed esistenziale è concretizzato nella molteplicità delle sensazioni spettatoriali, che vertono su di un’esperienza di tipo aptico (ottico-tattile) e che innescano una serie di quesiti sul significato dell’illusione e sulla materialità del dolore.

Il dolore nel teatro musicale Francesco Ceraolo

Il tema del dolore attraversa l’estetica novecentesca del teatro musicale, in modo fondativo, secondo due direttrici portanti. La prima è quella aperta dal Tristano e Isotta di Wagner, in cui il dolore rappresenta il prolungamento vitale di un divenire metafisico (la ferita di Tristano), ovvero un processo di annullamento progressivo della soggettività nell’Essere della totalità del mondo. La seconda linea è quella che fa più ampiamente riferimento al melodramma italiano ottocentesco, in particolare quello verdiano, in cui il dolore è declinato in termini tragico-melodrammatici, all’interno di una dialettica soggetto-mondo (quest’ultimo inteso come prassi della Storia). A partire da questa dicotomia fondativa, si vedranno esempi e sviluppi di questo tema nel dramma musicale del primo-Novecento (dal Verismo italiano all’Impressionismo europeo) e il modo in cui esso rimanga di costante attualità nelle estetiche musicali tardo-moderne.

Dolore e godimento: lettura lacaniana Antonio Di Ciaccia

Freud aveva dato al dolore il suo posto nel quadro della teoria psicoanalitica. Da parte sua Lacan considera questo tema nelle sue variazioni, che vanno dal dolore di esistere a quello strano modo di soffrire che egli chiama godimento.

Censurare il dolore. L’etica dellla πόλις e la funzione cognitiva del piantoGiovanni Iorio Giannoli

Da tempi immemorabili, l’esibizione del pianto sembra preclusa agli eroi, cui si richiede forza, coraggio, compostezza nel lutto; questo si richiede agli eroi, perché le genti ne ammirino l’esempio. Per questo, l’invettiva platonica contro i sentimenti nell’arte ha una ragione politica: la coesione sociale sembra richiedere che l’ira, la passione, il sentimento, vengano censurati, siano tenuti da parte, non invadano mai la sfera pubblica. Tutto al contrario, oggi, siamo portati a pensare che la stessa ragione, e la possibilità di comprenderci cooperando tra noi, debbano molto alle nostre emozioni, alla spinta irresistibile che ci porta a esibirle, a descriverle e, di continuo, a riproporle.

Mauro Petruzziello, Mater Dolorosa

L’esibizione del dolore nella narrativa contemporaneaGilda Policastro

L’intervento verterà sugli autori di narrazioni recenti che abbiano tematizzato o posto in questione il tema del dolore e le sue possibilità di rappresentazione, tanto all’interno dell’opera quanto nelle riflessioni teoriche annesse. Si terrà conto, in particolare, degli ultimi romanzi di Aldo Nove, Laura Pugno, Gianluigi Ricuperati, Luisa Brancaccio e dei racconti di Giulio Mozzi.

Jan Fabre, il banale e il male Maria Cristina Reggio

L’opera teatrale e visiva di Jan Fabre si declina tutta sul dolore e sulla catarsi, due termini che si applicano alla rappresentazione artistica occidentale soprattutto teatrale, e, in particolare, alla tragedia. Le sue performance, che si collocano volutamente sul crinale tra la performance art di corpi che realmente patiscono ed esibiscono un dolore e la finzione imposta, o anche solo evocata, dalla cornice teatrale, mirano a colpire lʼimmaginario collettivo degli spettatori e ad attrarli allʼinterno del processo catartico. Si vogliono evidenziare quali sono le figure del dolore nelle performance teatrali dellʼartista fiammingo e quali le strategie attraverso cui egli trasforma il banale e lʼinsignificante del quotidiano nel male e nella violenza ossessiva.

Il dolore in casa Pirandello Ottavio Rosati

L’originalità di Sei personaggi nasce dall’atteggiamento ambivalente di Pirandello nei confronti dei suoi fantasmi di famiglia. Incerto tra il doverli sopportare e la voglia di respingerli, Pirandello decise di accettarli nella forma di personaggi abbandonati da un autore. Ne deriva per lo spettatore un vertiginoso Doppio Legame ipnotico: i personaggi messi in scena davanti ai suoi occhi hanno due autori: uno, forte, che li ha espressi magnificamente, come prova l’esistenza del più grande dramma del Novecento; un altro, debole, che li ha abbandonati, come provail loro infinibile dolore.

Mortuos plango, vivos voco. La rappresentazione del dolore nella musica del nostro tempo. Nicola Sani

Da Strange Fruit a Enola Gay. La rappresentazione del dolore nella musica pop e rock. Andrea Silenzi

Pensavo di seguire un percorso che parte velocemente dal blues (citando Bessie Smith) e che arriva a Billie Holiday ed Edith Piaf. Il passaggio successivo porterebbe alla stessa idea di dolore assoluto riportata nel pop e nel rock. Partirei da Janis Joplin, spiegando che per alcuni decenni l’idea stessa di dolore veniva sublimata all’interno di un’istanza collettiva e trasformata a volte in poesia visionaria o alterazione chimica (eccezione: Nick Drake). Negli anni 80 il dolore ha ripreso vita in maniera più diretta anche per cause socio-politiche. Morrissey è un simbolo del pop dolente, ma mi piacerebbe far ascoltare “Enola gay” degli OMD come esempio di canzone apparentemente leggerissima ma in realtà gonfia di tragica disperazione. Poi ci sarebbe solo da scegliere: Jeff Buckley, Kurt Cobain, Amy Winehouse, Tracy Chapman, Portishead, Jaemes Blake, Antony. Mi piacerebbe trovar uno spazio per Marianne Faithfull, la cui parabola secondo me è il simbolo di una trasformazione commovente e drammatica.

Valentina Valentini ,Dal grido muto ai corpi di luce

Dolore: tra indicibile e informe Claudio Zambianchi

Una delle cose che accadono quando si sperimenta il dolore fisico forte è l’assenza di parola: e la mancanza di un linguaggio che possa farsi espressione di un dolore siffatto costituisce la differenza tra quest’ultimo e il dolore come emozione, che trova invece nelle parole il principale veicolo di manifestazione. Sul filo di questi pensieri, che sembrano individuare una zona del dolore vicina all’informe, nel senso batailliano del termine, l’intervento partirà dalla celebre fotografia della bocca spalancata di J.-A. Boiffard, pubblicata in «Documents» (1930), per estendersi poi alla scultura di Alina Szapocznikow e a esperienze di performance e body art.