Furia Avicola. La commedia apocalittica di Spregelburd

Recensione di Furia Avicola di Rafael Spregelburd

 

Foto di Giovanni Chiarot
Foto di Giovanni Chiarot

Il debutto del nuovo testo di Rafael Spregelburd, Furia Avicola, coprodotto dal CSS Stabile di Innovazione del FVG con Fattore K e diretto dal drammaturgo insieme a Manuela Cherubini – traduttrice e ormai curatrice “ufficiale” dell’opera dell’artista argentino – ci consegna prova di una scrittura fluviale, una verve incontrollabile che ha ormai da tempo raggiunto maturità e che non accenna a indietreggiare. A differenza del neorealismo dolceamaro del concittadino Claudio Tolcachir e delle atmosfere nostalgiche del loro comune “patron” Ricardo Bartís, la penna di Spregelburd sembra averne avuto presto abbastanza degli affreschi di costume, spiccando  – a volte un po’ goffamente – un salto rocambolesco verso storie cosmopolite, cittadine dai contorni da graphic novel fantascientifica e grottesca, frenetica e irrimediabilmente ridicola.

Quasi a strizzare l’occhio ora a certo beffardo moralismo da farsa intellettuale settecentesca, ora a un cabaret corale da commedia antica, Spregelburd mette in campo i vizi contemporanei ingabbiandoli in un dispositivo drammaturgico sicuramente ingegnoso, anche se a volte vittima di una certa mancata indulgenza. Questi spesso finiscono per legare la funzionalità narrativa dell’intreccio a ritmi indiavolati e verbosi che fatalmente si impigliano sulla linea del boccascena, lasciando solo lo spettatore.

Raccogliendo due atti unici e un intermezzo (una straniante ma forse superflua scenetta su una fila di cabine di traduttori simultanei alle prese con un discorso totalmente paradossale) in un unico contenitore, Furia Avicola rischia a volte di sottrarre al pubblico la partecipazione a quello che però vorrebbe restare un messaggio morale. A partire dal fatto di cronaca di una anziana parrocchiana che decide arbitrariamente di “restaurare”, deturpandolo, un Ecce Homo, innescando così un ovvio caso mediatico, La fine dell’arte prende di mira l’intellighenzia accademica e critica dell’arte ponendo questioni sull’integrità del concetto stesso di avanguardia e sull’avvento di un nuovo movimento iconoclasta (nel senso più lato del termine). Burocrazia, più complesso e strutturato, fa parte del più ampio progetto Tutto e dichiara come domande di partenza: «Perché tutto nello stato diventa burocrazia? Perché tutta l’arte diventa commercio e ogni religione superstizione?».

Foto di Giovanni Chiarot
Foto di Giovanni Chiarot

Vincente è la scelta di rispondere usando la chiave dell’assurdo: in uno scenario quasi apocalittico, gli impiegati di un ufficio pubblico, alienati da un lavoro di cui non possono afferrare la diretta utilità, si incastrano in un dedalo logico attorno ai temi della dignità dell’individuo, dell’integrità di un pensiero immediatamente calcolabile. La ribellione al dio denaro, messa in opera con atti incendiari (figurativamente e non), è efficace quando incontra una visione registica che elimina dal palco tutti gli oggetti – pur centrali nella narrazione – ad eccezione di un timbro/guinzaglio e di due nude scrivanie. Eppure gli inserti video – quasi uno zampino obbligato lasciato da Fattore K –, la proposta trascurata di qualche riferimento alla dubbia sessualità di un personaggio, un epilogo che in maniera troppo acrobatica chiama in causa alcune terroristiche profezie mediatiche come l’influenza aviaria e la mucca pazza, finiscono per forzare il meccanismo togliendo ossigeno a un reale coinvolgimento dello spettatore.

Se è vero che una piccola vittoria del teatro contemporaneo su altri mezzi come cinema, tv e letteratura, è di essere quasi immune a ragionamenti per genere, l’ottimo lavoro degli attori (affiatato gruppo multilingua emerso dal lavoro di Spregelburd e Cherubini all’École des Maîtres 2012) e una mano registica a volte sapiente non bastano in questo caso a scongiurare il pericolo, in agguato anche in altri lavori dell’argentino: una agilità di sguardo e di penna che si fa subito stile, uno stile che rischia di specchiarsi in quella stessa agilità neutralizzando la vis critica necessaria a tramutare una pur graffiante invettiva in reale denuncia sociale.

Sergio Lo Gatto
Twitter @silencio1982

Visto a Udine, Teatro San Giorgio, nel gennaio 2014

FURIA AVICOLA
(La fine dell’arte – Burocrazia)
di Rafael Spregelburd
Traduzione Manuela Cherubini
Regia di Rafael Spregelburd e Manuela Cherubini
Con Rita Brüt, Fabrizio Lombardo, Laura Nardi, Deniz Özdogan, Amândio Pinheiro
Video Igor Renzetti
Immagini Ale Sordi
coproduzione CSS Stabile di Innovazione del FVG / Fattore K