Albertazzi, Il mercante, Shylock e gli altri

Giorgio Albertazzi durante una prova. Frame video www.teatroghione.it
Giorgio Albertazzi durante una prova. Frame video www.teatroghione.it

Chi oserebbe negare che William Shakespeare sia per il teatro una fonte imperitura, un cantore della vita in palcoscenico, contro il tempo, oltre il tempo e ancora in ogni tempo possibile? Che tra adattamenti, riletture, stravolgimenti, e messinscene fedeli il Bardo rimanga un punto cardinale in grado, a tutt’oggi, di orientare come pochi altri la narrazione dell’uomo su e di sé stesso? E poi chi potrebbe affermare che Giorgio Albertazzi non sia stato negli ultimi sessantacinque anni uno degli interpreti più conosciuti, riconosciuti e attivi del teatro italiano? Fuori da qualunque considerazione ulteriore, un “buon attore”. Forse sono queste le motivazioni principali per cui il Teatro Ghione di Roma era pieno la sera della prima de Il mercante di Venezia, in scena fino al 16 febbraio per la regia di Giancarlo Marinelli con l’interpretazione dell’attore toscano che qui cura anche una revisione del testo. Nonostante la pioggia, incombente a preannunciarsi diluvio, il pubblico delle grandi occasioni c’era in ogni sua rappresentazione.

L’opera, si sa, è una delle più controverse  tra quelle shakespeariane: in origine letta da alcuni come antisemita per la contrapposizione fra ebreo malvagio e cristiano generoso, a ben guardare oltre la superficie vi si incastona una delle più profonde manifestazioni dell’opposto, a maggior ragione se rapportata all’epoca della composizione (1596-1597). Ma non solo. Testo e vicenda sono attraversati da una ambivalenza costante, segnati dalla tensione tra odio e amore, giustizia e disgrazia, affetto e disprezzo, commedia e tragedia. Non capiremo mai fino in fondo se il povero pretendente Bassanio sia un egoista sentimentale fin troppo leggero o un ingenuo ragazzo di buoni sentimenti, se il mercante Antonio – che per offrire in favore di Bassanio garanzie monetarie all’usuraio ebreo è disposto a impegnare la propria stessa carne – sia un amico magnanimo e affezionato o un innamorato che nasconde per il giovane un sentimento inconfessabile e più profondo. Esattamente come avremo la sensazione di non conoscere di Shylock ogni aspetto del crogiuolo di sentimenti che gli inaspriscono le parole, la volontà, che gli intorbidiscono gli occhi; immagineremo, e intuiremo molte cose; dedurremo che quella libbra di carne pretesa con tanta inflessibilità voglia essere la mattanza delle troppe offese ricevute dalla vita e dal mondo. Perché Shylock è lo straniero, è il demonio, è il diverso. Perché Shylock è tutti noi, ma anche perché noi siamo tutti gli altri.

Frame video www.teatroghione.it
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Di ambivalenza parlavamo poc’anzi e lo stesso termine si potrebbe adoperare per questo allestimento. O forse sarebbe meglio parlare di ambiguità. La rilettura viaggia tra fedeltà e riadattamento spostando l’asse temporale dal giorno alla notte, dall’alba al crepuscolo. Sulla scenografia di impianto sostanzialmente classico, resa multistrato dalla presenza di un ponte praticabile, si innestano le proiezioni su uno schermo al fondo che tuttavia restano spaesate, scarsamente amalgamate al resto della conduzione. I frequenti cambi di luce cadono spesso nella didascalia, a volte risultano affatto necessari, come non lo è l’introduzione musicale peraltro malamente ripercossa sulle voci a causa di un cattivo funzionamento degli altoparlanti, a fare eco e a momenti raspo. L’impianto scenico ancora non convince non solo per i costumi – fin troppo naturalistici e al contempo favolistici ai limiti del carnevalesco – ma per un problema più pregnante legato al registro scelto per la resa. Si passa da una certa volontà di affresco a una spinta incomprensibile verso toni che tangono pericolosamente la farsa senza tuttavia avere il coraggio di assumerla in pieno come modello, stravolgendo tutto. L’interpretazione non coinvolge e non racconta, non attraversa, si limita a proporre, magari con l’utilizzo corretto di qualche regola di dizione. Una recitazione “antica” purtroppo affligge i protagonisti più giovani – tra i quali una nota di merito va all’attrice nei panni del servo, efficacemente costruito sugli stilemi della Commedia dell’Arte –, cosa che risulta ancor più palese di fronte alla constatazione che l’interprete più moderno in scena sia l’ultranovantenne Albertazzi. Questi si conferma anima per la scena e della scena, riuscendo a gestire con maestria anche l’inevitabile appanno motorio dovuto all’età.

Sulla necessità dell’operazione una perplessità resta. Immediatamente si stempera e ci si rivela in quell’applauso finale degli spettatori in piedi ad acclamare una presenza resistente e padrona. Tuttavia noi diversi, noi stranieri del teatro di questo tempo avremmo preteso la nostra libbra di carne, una ricompensa che lasciasse sperare una convivenza di un pur grande passato con la freschezza della novità in grado di tener testa alla storia. Canzonati dal doge, ingannati dalla principessa, dalla figlia, dileggiati dall’innamorato, dal garante, dagli amici ce ne siamo andati insoddisfatti, coscienti di essere rimasti gli altri.

Marianna Masselli
Twitter @mari_masselli

Visto al Teatro Ghione di Roma, in scena fino al 16 febbraio 2014

IL MERCANTE DI VENEZIA
di William Shakespeare
regia Giancarlo Marinelli
con Giorgio Albertazzi