Tenacia verticale. Intervista a Dario De Luca

Taccuino e registratore in tasca, immersa in un’umidità tiberina che non accenna a placarsi, diretta verso il Tordinona per un’intervista. Ma Morir sì giovane e in andropausa non è il titolo di un articolo di cronaca nera d’altri tempi, quanto il primo tassello di un’apologia sul fallimento ideata da Dario De Luca, che attraverso un’alternanza di monologhi e canzoni dal vivo pensate assieme al compositore Giuseppe Vincenzi, affronta con sguardo divertito e – apparentemente – distaccato un’Italia in miseria. Un’Italia in cui non si è mai troppo giovani per alzarsi dalla poltrona, ma non lo si sarà mai abbastanza per conquistarla. Eppure il fondatore – assieme a Saverio La Ruina – di Scena Verticale supera questo paradosso, e assieme ad esso affronta da oltre vent’anni le difficoltà che nascono attorno al fare teatro, immerso in un luogo che lui stesso non fatica a definire come I confini dell’impero. Calabresi entrambi, Saverio e Dario nel 1992 si scelgono per un’impresa folle e meravigliosa allo stesso tempo fondando una compagnia, organizzando un festival – Primavera dei Teatri –, dialogando con un territorio nel quale l’ultimo teatro era un cumulo di cenere, bruciato dieci anni prima del loro arrivo.
Facile la curiosità di scoprire come quest’isola felice sia potuta nascere; soddisfarla diventa quasi un bisogno d’attaccamento a una vita che impone ritmi serrati, per i quali sembra strano intrattenersi a parlare nell’addiaccio fuori teatro, o nella confusione di un pub, per un poco dimentichi del resto. Formalità bandite, sono invitata a seguire la compagnia, come fossi parte di loro. E mi vien da pensare che..

foto/www.ottoetrenta.it
foto/www.ottoetrenta.it

Più che fortunata, Scena Verticale mi sembra una realtà tenace.
Tenace e ostinata. Nessuno ci ha mai regalato nulla. La Calabria inizia ad avere riconoscibilità teatrale da poco tempo. Parte del nostro impegno, come compagnia ma anche come festival, è stato fare in modo che anche tutta una serie di giovani compagnie calabresi si confrontassero con il contemporaneo nazionale. Molte delle compagnie a cui abbiamo chiesto di venire non solo non avevano messo piede in Calabria, ma avevano timore di non trovare dei luoghi che potessero accogliere il contemporaneo, di avere un pubblico che non riconoscesse il lavoro. Però grazie al cielo sono arrivati anche dei premi (come i quattro Ubu a Saverio La Ruina nel 2007 e nel 2012, o il premio Titivillus Kilowatt al Festival Primavera dei Teatri, o, da ultimo, la vittoria alla prima edizione del festival di teatro canzone Roma RIParte a Morir sì giovane..); è arrivata la riconoscibilità della compagnia, pur vivendo in una terra ostile.

E come si fa a combattere contro quest’ostilità che pur viene dalla terra nella quale avete scelto di rimanere?
Noi siamo sempre stati in trincea, abbiamo deciso di non lasciare la Calabria, sostenuto che questa terra avrebbe comunque potuto darci molto in termini di di riflessione poetica e drammaturgica. Scena Verticale è anche tutto il percorso sulla lingua, sul dialetto, sulle contraddizioni che abbiamo raccontato della Calabria; sicuramente non l’avremmo affrontato così se ci fossimo spostati altrove all’inizio del nostro cammino.

Come avete deciso di fondare la compagnia?
Io e Saverio ci siamo conosciuti a Cosenza in un’altra situazione che naturalmente naufragò in modo inesorabile. A un certo punto fu Saverio a propormi di provare assieme, lavorando in teatro ci eravamo resi conto di certe nostre affinità e allora abbiamo fondato la compagnia. Tuttavia non trovando lì nessun sostegno, nessun tipo di conforto fosse anche artistico, decidemmo, impauriti, mortificati delle porte in faccia o dalle infauste premonizioni, di spostarci in un luogo dove il teatro non è che fosse “morto”, non c’era proprio. Tra l’altro quello era un periodo in cui a Cosenza il teatro era chiuso, il Consorzio Teatrale Calabrese – il circuito regionale – era appena fallito con un debito di oltre nove miliardi, il Ministero dello Spettacolo veniva abolito e veniva demandato tutto alla presidenza del Consiglio dei Ministri, era un momento in cui la cultura sembrava andare a farsi fottere in questo paese. Allora abbiamo deciso di spostarci a Castrovillari dove avremmo potuto partire da zero e iniziare a lavorare. Vangare una terra incolta con un lavoro quotidiano, piccolo. Abbiamo iniziato con le scuole, e ancora oggi crediamo fortemente nell’idea di pedagogia teatrale, pensando quasi utopisticamente di poter anche formare un pubblico che si appassionerà al teatro.

Dunque creazione ma anche progettazione e formazione, che sembrano confluire in More, titolo del triennio di residenza presso il teatro Morelli di Cosenza.
È un teatro da settecento posti, si tratta sicuramente di un progetto difficile che però stiamo cercando di portare avanti già da più di un anno – anche lì con convinta ostinazione – la programmazione di contemporaneo, per una volta sostenuti dall’intervento del comune e della regione che ha promosso i bandi in questione. Nella nostra idea di direzione artistica, sempre attraverso scelte mirate, precise e convinte di persone che seguiamo, stimiamo e di cui leggiamo le cose, proponiamo due sessioni, una primaverile e l’altra autunnale. La prima è un f ocus sulla Calabria, chiamando compagnie, attori o autori calabresi che comunque riescono ad avere una riconoscibilità nazionale. Invece l’autunno lo dedichiamo ad un percorso contemporaneo nazionale (More Fridays ndr), che quest’anno ha visto personaggi come Danio Manfredini (mai prima d’ora giunto in Calabria), ricci/forte, Antonio Latella, Emma Dante, i Motus, Vetrano e Randisi, inserendo però anche cose più piccole come Tindaro Granata, o cose che consideriamo importanti di giovani che hanno qualcosa da dire.

Foto di Viviana Raciti
Foto di Viviana Raciti

In confronto a tuoi precedenti lavori come U’ Tingiutu, pur trovando delle affinità etiche o tematiche, in un certo senso, è chiaro che a livello stilistico rappresenti una dimensione nuova nel tuo percorso drammaturgico e teatrale…
Morir sì giovane prima di tutto è nato dall’incontro con il compositore Giuseppe Vincenzi, coautore dello spettacolo, che mi sembra abbia una penna per la musica molto sottile e molto ironica. Ragionando con lui siamo approdati a quest’idea di teatro canzone, mio vecchio pallino per un genere che amo molto. Ero adolescente quando andai a vedere Gaber a Napoli, alla sua morte mi sembra che chi abbia provato a fare teatro canzone abbia subito un trancio di netto, perché si confrontava con una presenza troppo ingombrante in quanto Gaber e Luporini ne hanno fatto la storia. A dieci anni dalla morte si può provare a capire se il teatro canzone può avere ancora nuovi autori, se si possa rilanciare trovando modalità diverse. Sono convinto che si possa raccontare l’Italia di oggi ragionando su una leggerezza di calviniana memoria, riuscendo a raggiungere l’amarezza di una generazione che io per primo vivo sulla mia pelle. Io vengo dal teatro e lì ritornerò, però la musica forse ha un canale comunicativo più immediato in grado di avvicinare un pubblico anche in maniera più trasversale. Noi teatranti elucubriamo forse troppo sulle cose, la leggerezza dei musicisti è folgorante. Così è venuta a materializzarsi l’idea di una sorta di trilogia del fallimento, di cui il secondo lavoro sarà Va pensiero, che ancora io ti copro le spalle, pensato non per tutta la compagnia ma solo per voce e pianoforte, riuscendo a portarmi sul palco proprio Vincenzi. Mentre la terza parte sarà di nuovo con tutta la band. Come Morir sì giovane riprende in citazione la Traviata di Verdi (L’aria di Violetta “Io che penato ho tanto..”), anche Va pensiero che io ancora ti compro le spalle, ha una citazione verdiana. Verdi scriveva per un’Italia che nasceva, per l’Italia risorgimentale che aveva grandi aspirazioni. Mi piaceva avere lui come riferimento altissimo, mio nume tutelare e simbolo di un’Italia che poteva venire, proprio mentre noi raccontiamo ciò che è diventata.

Nonostante il tono molto giocoso di Morir sì giovane.., si legge, al di là del riso, un’amarezza di fondo che probabilmente non si risolve nemmeno alla fine. Dunque non intravvedi nessuna possibilità di riscatto?
Me la auguro, devo sperarci, anche se sono molto deluso e impaurito. Se ciascuno facesse il proprio dovere convinto di poter dare qualcosa al luogo in cui abita le cose potrebbero migliorare. Il fatto di rimanere in Calabria è stata una sfida ma noi ci siamo sempre posti l’obiettivo di fare delle cose nel migliore dei modi, per rendere il nostro posto più vivibile. O non avrebbe senso rimanere qui. Noi facciamo il festival e io sono convinto che possa dare qualcosa al territorio. Certo, poi ti guardi intorno e vedi istituzioni che non ci sono, politiche devastanti, mancanza di sguardo reale su una nazione che è in agonia, però insomma.. Va pensiero è un po’ più leggero, più giocato, teatrale.
Personalmente non ne ho, ma io come Scena Verticale mi sento portatore sano di speranza. Noi rimaniamo in Calabria provando a dare un senso a quello che facciamo; nonostante un’amarezza di fondo palese nello spettacolo, è il mio lavoro che si verifica come ottimista.

Viviana Raciti
Twitter @viviana_raciti

MORIR SI’ GIOVANE E IN ANDROPAUSA

Visto al Teatro Tordinona in Gennaio 2014

di Dario De Luca e Giuseppe Vincenzi
con Dario De Luca e con Omissis Mini Órchestra
Paolo Chiaia (piano synth e armonica), Gianfranco De Franco (clarinetto, sax, flauti e loop), Giuseppe Oliveto (trombone, flicorno, fisarmonica e conchiglie), Emanuele Gallo (basso), Francesco Montebello (batteria e percussioni)
costumi, oggetti di scena e assistenza Rita Zangari
suono Andrea Dodaro luci Gennaro Dolce
regia Dario De Luca
produzione Scena Verticale