Perduto Pinocchio l’innocente di Virginio Liberti

Perduto Pinocchio
Foto di Stefano Ridolfi

Un uomo solo, sdraiato malamente su un divano, con la barba lunga e uno zuccotto di lana in testa, apre la scena di Perduto Pinocchio, spettacolo che dà inizio alla stagione 2014 del Teatro Studio di Scandicci. Ricorda in tutto e per tutto un clochard, ma come capiamo subito l’uomo è in realtà chiuso in una stanza, rinchiuso potremmo dire, autoreclusosi per mettere una rete di protezione tra sé e il mondo esterno. Quest’uomo (Tommaso Taddei) presenta tutti i segni della depressione, dell’ossessione per il passato. Che Pinocchio è mai questo? È il Pinocchio immaginato da Virginio Liberti, regista e autore del testo. Non più il burattino scanzonato, ma l’uomo adulto, il frutto della trasformazione di Pinocchio in bambino vero – così come lo avevamo lasciato alla fine della fiaba di Collodi – e della sua crescita e maturità. Ma che maturità può mai avere chi ha lasciato la “fiaba” per la vita reale? Chi parlava con gli animali e aveva come mamma putativa nientemeno che una fata? Pinocchio è un reietto, un emarginato. Quando era piccolo e raccontava le sue avventure mirabolanti gli dicevano che aveva tanta fantasia; quando è cresciuto, che aveva dei problemi; quando è divenuto adulto, che era pazzo. Chi, tra i sani di mente, potrebbe cianciare con tranquillità di mostri marini e gatti parlanti senza essere preso per un mitomane? Così – sembra suggerire Liberti – prima che il mondo lo recluda, Pinocchio reclude il mondo fuori da casa sua. In questa scelta drammaturgica che apre il Pinocchio Perduto le implicazioni sono molteplici e suggestive. Pinocchio, il burattino che diceva le bugie e per questo gli si allungava il naso, sembra scegliere un estremo atto di “verità”: piuttosto che negare sé stesso, la sua infanzia e la sua fiaba, sceglie di negare il mondo. In molti al suo posto preferirebbero l’uniformità, e dopo anni passati a raccontarsi che la memoria fa brutti scherzi, avrebbero finito per credere davvero di essersi inventati tutto.

Questo di Liberti, in fondo, è uno spettacolo sulla perdita dell’innocenza. Lo si legge non solo nell’esplicito riferimento del titolo, ma anche in questa scelta estrema di Pinocchio, che paga la sua radicalità con l’emarginazione. In fondo noi, dal pubblico, potremmo anche credere che si tratti interamente di un Delirio. L’uomo di fronte a noi (interpretato magistralmente da Taddei, che dà un’ottima prova d’attore) parla con i fantasmi del suo passato, gli animali parlanti, dalla civetta al grillo, dal gatto alla volpe, ma nessuno ci garantisce che non sia di un puro delirio. Una menzogna – perfino più in linea con la figura di Pinocchio. Eppure il risultato non cambierebbe: ci troveremmo comunque di fronte ad una perdita irrimediabile, un uomo messo all’angolo dall’esistenza, da una vita che ha spezzato la capacità del sogno per disegnare attorno a lui un paesaggio grigio, angusto, senza possibilità di immaginazione. In definitiva, la morte dell’infanzia.

Perduto Pinocchio
Foto di Stefano Ridolfi

Pinocchio, tra l’altro, oltre ad essere una favola universale, è anche un grande romanzo sulla “fame”. Tutti, in quella storia, hanno una fame incolmabile, si azzuffano per pochi zecchini, si accapigliano per cose che oggi sono alla portata di tutti. La lente del romanzo di Collodi è uno sguardo privilegiato sull’oggi, su di una società che ha sconfitto la fame ma che fatica a ricongiungersi con l’entusiasmo dell’infanzia. Chissà che, allora, la perdita dell’innocenza non corrisponda a quella del nostro mondo che per decenni è diventato sempre più ricco ma sempre più esangue e che oggi, di fronte all’abisso della crisi e del possibile arretramento delle condizioni materiali, torna finalmente a guardare in direzione di ciò che ha perduto.

Fatalmente, però, come ogni bilancio sulla propria vita, si finisce per disegnare i contorni della propria morte. Nel passaggio all’età adulta tutto quanto si è rovesciato: il premio dell’“umanità” ottenuta da Pinocchio si è trasformato in una condanna e la speranza del futuro si è convertita dell’assenza delle speranze e dei desideri. È un passaggio fatale dell’esistenza, che prima o poi deve fare i conti con i propri miti – quello dell’infanzia, ma non solo – e realizzare che siamo noi stessi i motori di quei miti e di quelle speranze.
A fare da eco a queste tensioni che attraversano il testo di Liberti ci pensano le scene di Loris Giancola, che disegnano un’atmosfera sepolcrale, e i video di Alessio Bianciardi che fa parlare gli animali con animazioni divertenti e inquietanti allo stesso tempo (coinvolgendo molte persone che ruotano attorno al Teatro Studio: dallo stesso direttore Giancarlo Cauteruccio a Pina Izzi, da Ciro Masella a Francesco Pennacchia, da Laura Bandelloni a Daria Balducelli e Carlotta Rovelli e molti altri ancora, che prestano le loro voci al bestiario immaginario di Pinocchio).

Graziano Graziani

Al Teatro Studio di Scandicci fino al 26 gennaio 2014

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PERDUTO PINOCCHIO
testo e regia Virginio Liberti
scene Loris Giancola
costumi Massimo Bevilacqua
video Alessio Bianciardi
interpretato da Tommaso Taddei