Orchidee di Pippo Delbono. La dittatura delle emozioni

foto di Futura Tittaferrante
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Mentre il pubblico prende posto nella sala dell’Argentina e qualcuno distribuisce copie del comunicato con cui i lavoratori del Teatro di Roma lamentano i vertici ancora vacanti, l’annuncio che di consueto invita a sedersi, a spegnere i cellulari, a non foto e video-riprendere ha qualcosa di insolito, interpretato da una voce maschile profonda e un po’ beffarda. Quella dello stesso Pippo Delbono, intento, dalla sua postazione in regia, a farci sentire scomodi nel nostro ruolo di spettatori paganti o non paganti, di abbonati di prima o seconda fascia, di possessori di biglietto non tanto e non solo per questo spettacolo, ma per lo Spettacolo con la maiuscola che non andrebbe confuso, sembra dire, con il vero teatro.
Ancor prima che la serata abbia inizio, una parte del messaggio è già stata consegnata, quella svisata un po’ maliziosamente moralista rivolta al mero intrattenimento che rischierà di sporcare anche le più puntuali pennellate di poesia, di cui Orchidee vorrebbe essere composto.

Un’antologia di testi che salta agilmente da Shakespeare a Čechov, da Kerouac a Weiss, da Büchner ai Deep Purple viene tenuta insieme da frammenti firmati dallo stesso Delbono, sempre prodigo di versi sognanti e non per questo meno ruvidi, soprattutto quando scende a comporre soggettive sanguigne, che parlano di sofferenze private e di morte. Quadri su quadri mettono in fila una indubbia carica visionaria, un gusto a volte squisito per l’immagine, in un equilibrio quasi casuale tra composizione dei movimenti e sublime anarchia. Allora grottesche parate che strizzano un occhio a Pina Bausch e uno a Fellini scendono giù a farsi un giro in platea, con monologhi frontali i performer si dichiarano in lotta contro la dittatura del personaggio di finzione, preferendo battere a un’asta improvvisata le copie degli impressionisti appese in casa della nonna di Cremona. Come a dire che a trasfigurare la realtà gretta ci pensa il fatto artistico (e performativo) in sé, senza bisogno di mettersi a inventare epopee cavalleresche. E però – almeno in questo lavoro – i versi dei classici snocciolati dalla onnipresente voce di Delbono (per quanto spezzata da un irritante fiatone dell’attore che suda sul palco) sono irrimediabilmente più intensi e vivi di qualsiasi tentativo post-drammatico, e di certo se l’essere o non essere di Amleto e la fangosa morte di Ofelia ci scuotono le costole è perché siamo al corrente della tragedia di quelli che, in fondo, sono pur sempre personaggi.

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foto di Futura Tittaferrante

La presenza irrinunciabile della parola – consegnata sempre e comunque da un Delbono-ierofante – si fa mimesi e smette di rivolgersi a qualcuno o a qualcosa, si dedica a evocare, lanciata nel buio da un punto indefinito. Sulla scena vuota, oltre al preciso lavoro degli interpreti, c’è poi il fondale adibito a schermo per slideshow che zompano dalle interviste agli omofobi francesi agli scatti ultra contrastati di volti di poveri senegalesi tutti con pancia vuota ma cuore pieno; si fermano su un primo piano di Berlusconi e poi indugiano sul letto d’ospedale dove (ancora una volta) la madre del regista esala gli ultimi respiri; le orchidee maestre di perfezione e di lugubre ambiguità, le mantidi voraci, i dettagli del pesco in fiore e l’orientalissima camera fissa sul ramo che si fa bianco sotto una tempesta di neve. Complice anche una musica ininterrotta come fosse mandata in play da un lettore cd (tra Philip Glass, Joan Baez, Nino Rota e Mascagni), l’impressione, troppo spesso, è che quella potenza visiva – a volte folgorante nella sua semplicità, a volte disarmante nella sua ambizione – non sia sufficiente a mettere ordine a quello che sembra il consolatorio taccuino di un’intera vita.
Così la tenera e disordinata ricerca di una purezza e di una naïveté senza compromessi – già in parte appesantita da quella tirata moralista in apertura – rischia di istituire una sorta di dittatura degli stati d’animo, oltre la quale resta soltanto da applaudire alla complessa sfacciataggine di una presenza dietro alla quale si muove una schiera di corpi, quasi di pezzi di carne, un esercito di vite sopravvissute che in fondo lascia ben poco all’immaginazione.

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Quel che avviene è un continuo solleticare la fantasia emotiva dello spettatore per poi abbandonarla al freddo un po’ scomodo di chi ha ben poco da fare, se non seguire questa sorta di pifferaio affascinante, estremamente e gelosamente umano, indaffarato a raccontarci la propria esatta posizione e direzione, usando le parole sintetiche di una poesia calata dall’alto.
Per combattere la decadenza di un teatro «diventato luogo troppo polveroso, finto, morto», come denunciano le note di regia, per contrastare «la menzogna accettata della rappresentazione teatrale» il regista ligure tenta di usare le armi della purezza, danzando goffamente, vibrando colpi a destra e a manca, testa bassa e un piccolo sorriso a stemperare quel piglio donchisciottesco, correndo tuttavia il rischio di prendersela con tutti e con nessuno, di neutralizzare la potenziale vis rivoluzionaria con guizzi di eccessivo personalismo, fallendo spesso quel salto poetico arrabbiato che tramuterebbe il sangue nei simboli di battaglia sulla faccia di un guerriero.

Sergio Lo Gatto

visto al Teatro Argentina [Cartellone 2013/2014]

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ORCHIDEE
uno spettacolo di Pippo Delbono
con Dolly Albertin, Gianluca Ballarè, Bobò, Pippo Delbono, Ilaria Distante, Simone Goggiano, Mario Intruglio, Nelson Lariccia, Julia Morawietz, Gianni Parenti, Pepe Robledo, Grazia Spinella
immagini Pippo Delbono
musiche Enzo Avitabile
luci Robert John Resteghini
direzione tecnica Fabio Sajiz
suono Corrado Mazzone
luci e video Orlando Bolognesi,
produzione Compagnia Pippo Delbono, Emilia Romagna Teatro Fondazione, Teatro di Roma, Arena del Sole-Teatro Stabile di Bologna, Théâtre du Rond Point-Parigi, Maison de la Culture d’Amiens-Centre de Création et de Production