Oltre il “realismo” di Kleist: La brocca rotta

Foto di Tommaso Le Pera
Foto di Tommaso Le Pera

Unica commedia di Heinrich Von Kleist, tra le più apprezzate del patrimonio drammaturgico tedesco (anche se poco rappresentata in Italia), La brocca rotta è un divertissement al quale soggiace l’amarezza e la delusione per un’amministrazione – quella prussiana coeva del drammaturgo – capace di governare solo per il proprio tornaconto, di costruire leggi ad personam riuscendo a far sembrare come vera la propria accomodante versione dei fatti. È probabilmente l’aderenza a tanta aneddotica della nostra storia politica odierna ad aver spinto Marco Bernardi, direttore artistico dello stabile di Bolzano, ormai a fine mandato, a metterla in scena.

La commedia, al Teatro Quirino fino al 26 gennaio, scritta da Kleist per una scommessa, trae origine dall’osservazione di un’incisione. E, se si pensa alla scena approntata da Gisbert Jeakel non si può non tener conto dell’importanza dell’aspetto visivo, nello specifico di quell’arte fiamminga a cui lo scenografo sembra rifarsi (come i sobri costumi di Roberto Banci) per l’accuratezza di dettagli nel costruire la stanza-tribunale: un gigantesco tavolo di legno incombe sulla scena riempita di paglia, in un sapiente accumulo di oggetti che attestano l’incuria e il disordine del giudice protagonista, specchio amplificato di un comportamento che poco si rifà alla legge – o all’ordine, appunto. A questo si aggiunga anche il gioco di luci di Lorenzo Carlucci che nella sua semplicità definirà con accuratezza il lasso temporale – racchiuso in una mattina – entro il quale si svolgono i fatti.

Foto Tommaso Le Pera

Il bianchissimo taglio che entra da una finestrella piena di ragnatele sorprende il protagonista in rientro da un’avventura notturna; se di lui non avessimo intuito l’indole dalla presenza di bottiglie sotto il tavolo, potremmo contare sulla caratterizzazione che ne ha dato Paolo Bonacelli. Il corpulento giudice – per usare le parole del regista – è più simile a un «osceno semidio dal piede caprino» che al custode di una giustizia superiore: avvezzo raccontatore di bugie, tumefatto nel volto, vesti malmesse, senza parrucca e con un linguaggio impastato a volte ai limiti del comprensibile. A lui il compito di guidare la disputa tra due famiglie venute apposta per chiedere giustizia, ma il processo diventa una teatralizzazione buffoneggiata e approntata più per volontà del procuratore, giunto con l’intenzione di un’ispezione a sorpresa, che non per giustezza giuridica.

Cuore della vicenda è la rottura della preziosa brocca del titolo, alla quale è legata l’integrità morale di una ragazza del villaggio. Delle due plausibili versioni (ma dalle quali è esclusa la verità) nessuna sembrerebbe portare qualcosa di buono alla giovane, accusata di arrivare “non pura” al matrimonio o ancor peggio colpevole di adulterio. Non ci vorrà molto per lo spettatore a capire che dietro il fraintendimento sia colpevole il giudice dall’emblematico nome Adamo, che in un ribaltamento di ruoli diventa il tentatore di questa Eva intimorita dall’auctoritas indiscussa, la quale preferisce quasi perdere il fidanzato e la propria faccia piuttosto che svelare la verità. Nel ribaltamento finale risiede il merito di Kleist che affida a un’esponente doppiamente debole – per classe e per sesso – la verità da denunciare. L’ambiguità metaforica lascerebbe aperta una porta comica, tuttavia il ritratto impietoso fornito dal drammaturgo rischia, se non ben calibrato nell’esecuzione, di eccedere la sua natura. Nella versione di Bernardi i piccoli e gretti personaggi anche quando innocenti non riescono a raggiungere credibilità, sconfinando in un turpiloquio dagli acuti toni o in una sorda testardaggine che, sì, rispecchia la caratterizzazione data dal testo, ma che sembra non portarsi dietro molto altro.

Certo, sono i personaggi a richiederlo, dalla superiore meschinità del cancelliere all’esasperazione di Ruprecht, il piagnucoloso fidanzato accusato, insopportabilmente fuori parte. Su di tutti il giudice che fa giustizia in base alla propria convenienza, che importuna le fanciulle o approfitta della benevolenza degli abitanti accusando chiunque pur di non esser tirato in ballo. Ma il coacervo di soperchierie, che vorrebbe sottendere la generale vis comica in quest’ istanza grottesca, rende la caratterizzazione generale invece parodica; la naturalezza, l’aderenza alla realtà di cui si ritrovava riferimento nell’impianto formale, viene meno. Sembra quasi che la comicità non possa darsi senza un senso del ridicolo.

Viviana Raciti

in scena al teatro Quirino fino al 26 gennaio [Cartellone 2013/2014]

LA BROCCA ROTTA
di Heinrich von Kleist
traduzione Cesare Lievi
produzione Teatro Stabile di Bolzano
con Paolo Bonacelli
Patrizia Milani Carlo Simoni
e con Karoline Comarella Valentina Morini
Maurizio Ranieri Giovanna Rossi
Riccardo Sinibaldi Roberto Tesconi
Irene Villa Riccardo Zini
scene Gisbert Jaekel
costumi Roberto Banci
luci Lorenzo Carlucci
regia Marco Bernardi
foto di Tommaso Le Pera