L’irresistibile leggerezza del Fantasma di Canterville

Foto di Ufficio Stampa
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Un altro tempo, le luci che si perdono, una memoria che cercheremo di focalizzare, un’impressione immediata ma indistinta, come qualcosa che sfugge per scoprire poi che solo la fine ci offrirà la congiunzione, la quadratura del cerchio.
Un antico castello inglese, una governante zelante, una famiglia di ricchi acquirenti americani e il fantasma di un lord britannico morto secoli e secoli prima a infestare la rocca. Insomma gli elementi per un tipico racconto d’intrattenimento tessuto tra humour e inquietudine ci sono tutti, a maggior ragione se a questi si aggiunge l’estro, l’ironia cinica, trasognata, irresistibilmente futile nella sua raffinatezza della penna di Oscar Wilde. Il fantasma di Canterville, del 1887, è forse uno degli scritti giovanili dell’autore irlandese ad essere stati maggiormente adattati per la rappresentazione e non sembra aver perso nel tempo la sua freschezza di stile. Fino al 26 gennaio è in scena al Teatro della Cometa un adattamento che Ugo Chiti ha costruito per Lucia Poli, sorella del celebre Paolo che da ormai una quarantina d’anni si divide tra il palcoscenico e il set cinematografico.

In questa versione a diventare protagonista è la governante, Mrs. Umney, incaricata della conduzione dell’intreccio riportatoci tramite un montaggio di episodi in cui agli assoli si alternano a momenti di interazione scenica agiti dai componenti della famiglia Otis. Il signor Otis, un diplomatico statunitense, si trasferisce in Inghilterra con la famiglia intera (la moglie, il figlio maggiore, la giovane Virginia e due piccoli gemelli pestiferi); qui ha acquistato un castello la cui serenità domestica è adombrata da centinaia di anni a causa della presenza dello spettro di Sir Simon, antico nobiluomo costretto a girovagare fino alla rottura di un sortilegio scaturito dall’assassinio della moglie e attestato da una macchia ematica su un tappeto. Fra il fantasma e la famiglia americana nasce un rapporto conflittuale e spassoso dalle inevitabili sfumature nere, destinato a concludersi solo con l’intervento risolutivo dell’innocente Virginia, la quale pure segnerà una conclusione della vicenda ambigua e sorniona.

Foto di Ufficio Stampa
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L’allestimento è costruito secondo uno schema drammaturgico ben preciso che prova a far convergere più registri nella medesima rappresentazione: musica, monologo, dialogo, movimento scenico sulle battute e movimento quasi coreografato. Se in un primo momento, a seguito del prologo introduttivo, si ha quasi la sensazione di trovarsi seduti nella platea di una commedia musicale, dopo poco il disegno diviene intellegibile e la predominanza della musica si riduce a favore della parola. L’elemento melodico tuttavia sembra voler restare un tratto distintivo e si avvale di canzoni composte per l’occasione e cantate da Simone Faucci e Lorenzo Venturini – nel duplice ruolo dei signori Otis ma anche di una sorta di servi di scena – come piccolo intermezzo che sostituisce il recitativo. Per quanto apprezzabile la grazia comica soprattutto di Venturini, il playback risulta un espediente un po’ dozzinale e difficilmente tollerabile a maggior ragione nel paragone col resto. Comprensibile, anche se forse non completamente riuscito perché spesso un po’ scontato, l’inserimento di proiezioni utilizzate quali elementi di contestualizzazione e suggestione della scarna scenografia; molto efficace invece la “costruzione” delle luci che rende comunicativi i volti e scandisce la successione drammatica. Una nota particolare va poi alla protagonista: Poli risulta completamente padrona di sé stessa e della propria figura, elegantissima nella consapevolezza di non dover esagerare una performance che non ne ha bisogno, mantenendo la leggerezza che concede alla storia di rimanere quasi una favola. Che sia rappresentante di un altro mondo, di un’altra generazione, di un altro modo di far teatro? Probabile, ma ben venga se questo le permette di portare una battuta come si deve e, cosa che spesso non accade, di usare correttamente voce, volto e corpo.

All’ingresso ci aveva stupito che un pianista suonasse dal vivo una coda per intrattenere il pubblico, nel foyer prima dell’ingresso in sala. Un’accortezza tanto garbata da risultare irreale, anacronistica e così gentile, straniante eppure così perfettamente adatta a quelle signore con tintura all’henné e rossetti amaranto che lamentavano «il baratro senza ritorno in cui la nuova generazione ci sta trascinando a causa del mancato ricambio di generazione intellettuale». Ecco cos’era quindi la sensazione che ci sfuggiva tra le dita: la totale insensatezza delle considerazioni o dei pregiudizi su base anagrafica. Perché è vero, abbiamo visto uno spettacolo per cui la parola “godibile” è la più appropriata e in fondo ne siamo usciti soddisfatti, incolpevoli del nostro tuffo, consapevoli di essere tutti un po’ fatui a volte. Abbiamo sorriso e ne abbiamo goduto, d’altronde un dandy cosa avrebbe potuto voler di più da noi?

Marianna Masselli
Twitter @mari_masselli

Visto a Roma, in scena fino al 26 gennaio
Teatro della Cometa [cartellone 2013/2014]

IL FANTASMA DI CANTERVILLE
di Ugo Chiti
da Oscar Wilde
con Lucia Poli, Simone Faucci, Lorenzo Venturini
regia Lucia Poli
musiche Andrea Farri
elementi scenici e costumi Tiziano Fario
luci Alfredo Piras