Il ritorno a casa: la declinazione di Pinter secondo Peter Stein

Foto di Ufficio Stampa
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Ci concediamo una licenza e inizieremo dalla fine. Dai commenti post-spettacolo fatti e sentiti lasciando la sala, dal confronto casuale e fisiologico che si verifica all’uscita nel foyer fra il pubblico più o meno “professionale” e poi dalle riflessioni autonome che la visione sedimenta a distanza di qualche tempo. Pare essere il modo migliore per raccontare l’incontro di due nomi fondamentali per la seconda metà del novecento teatrale e ancora due riferimenti per la scena contemporanea, Harold Pinter e Peter Stein. Quindi Pinter secondo Stein o Stein secondo Pinter verrebbe da chiedersi? Cosa avremmo voluto vedere? Con quelli che sono andati via soddisfatti dalla messinscena de Il ritorno a casa (in scena al Teatro Palladium fino al 26 gennaio) si sono amalgamati quanti invece, memori delle regie di Pinter, sono rimasti interdetti e poi qualche spettatore “opinionista” lanciato in abbozzi infastiditi di giudizi tecnici su recitazione e regia espressi dopo aver avuto un paio di crolli narcolettici con tanto di ronfatina, uniti alle poche defezioni in galleria verso il termine del primo atto. Allora verrebbe da dire che in ogni caso reazione c’è stata e questo è già un indicatore che qualcosa dice in merito all’operazione compiuta.

Il testo di Pinter del 1964 è sostanzialmente “riprodotto” integralmente: nel soggiorno che è spaccato di un interno, le dinamiche di interazione familiare del padre Max, del fratello Sam e dei tre figli Lenny, Joey e Teddy con la moglie Ruth svelano progressivamente la propria crudeltà non solo quotidiana, fra gli interstizi di incomunicabilità e assurdità tipici della drammaturgia dell’autore inglese. I legami del nucleo, cementati da una misoginia di rifiuto, sono destinati ad abbrutirsi e rivelare il proprio complesso disgustoso quando il ritorno di Ted, da anni professore di filosofia in America, innesterà nel fortino asfittico di rapporti equilibrati dall’assenza di una relazione reale la figura femminile della sua consorte, un elemento di violenza e asservimento. Sull’onda di un erotismo strisciante, di una sessualità costantemente desunta eppure mai completamente esplosa, Ruth diventerà capro espiatorio per incredibili e pruriginose derive e al contempo detentrice di un controllo, di un potere che la vedrà in fine graniticamente serafica per quella forma di magnetismo patologico cui gli uomini si arrenderanno letteralmente proni ai suoi piedi.

Foto di Ufficio Stampa
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Impegnarsi qui in un’analisi troppo approfondita della drammaturgia di Pinter o di questa pièce in particolare sarebbe forse improprio, altri già ci hanno pensato abbondantemente in situazioni e con spazi di stesura più opportuni. Basterà tuttavia quantomeno ricordare l’evidente barriera dialogica delle parole infrante su traiettorie che raramente si incontrano, come se ognuno dei personaggi seguisse dei percorsi in gran parte inaccessibili agli altri per volontà o per terrore esistenziale; il giro vuoto a matrice beckettiana dei discorsi che riempiono la noia di vivere in un’attesa del nulla; un tentativo costante e claustrofobico di soffocare acrimonie implose, turate nel sottobosco interiore.
La lettura di Stein, se così vogliamo chiamarla, sembra di natura più formale che contenutistica. Lo dichiara già la costruzione dell’ambiente, fedele, quasi naturalistica, sostanzialmente canonica si penserebbe a primo impatto, ma per la stessa ragione anti-canonica se relazionata all’essenzialità fantasmatica di abitudine scenografica per quanto viene definito contemporaneo. A tale costruzione si inscrive una duplicità strutturale che riflette i due livelli della dimensione domestica, un piano inferiore ed uno superiore quali indicatori di spazi altri, accennati e amalgamati a intermittenza all’azione, ai suoi nodi, nell’alternanza di luce e buio, di giorno e notte, di momenti. Il lavoro è compiuto quasi sulla facciata, sceglie di non affondare in profondità, di dedicarsi alla caratterizzazione, di spingere sull’aspetto più ironico del soggetto, come ad affermare deliberatamente che non debba essere lo stravolgimento, lo scavo a condurre alla semantica. Il regista, la mano direttiva sembra quindi assegnarsi un compito tutto volto all’aspetto, ai toni della resa, ripercosso con limpidità nell’interpretazione puntuale degli attori.

È vero che non rimane, almeno nell’immediato, la sensazione di una necessità irrinunciabile da cui sia scaturito l’allestimento. Eppure di fronte all’impossibilità di appunti di maniera si giunge a concludere che quando un titano si confronta con il lascito di un titano, l’unica via nella fedeltà sia quella di allontanarsi il più possibile dalla replica, poi diverrebbe riproduzione, quindi avvilimento delle reciproche identità artistiche. Anche se non avremo assistito ad un evento epocale, alla sconvolgente constatazione di poter vedere Peter Stein che impugna e “piega” Pinter, sarebbe forse stato molto meno appagante e molto più triste guardare Stein rifare Pinter secondo Pinter.

Marianna Masselli

 

Visto a Roma, in scena al Teatro Palladium fino al 26 gennaio

IL RITORNO A CASA
di Harold Pinter
regia Peter Stein
traduzione Alessandra Serra
con Alessandro Averone, Paolo Graziosi, Rosario Lisma, Andrea Nicolini, Elia Schilton, Arianna Scommegna
scenografia Ferdinand Woegerbauer
costumi Anna Maria Heinreich