E la volpe disse al corvo. L’arte di Romeo Castellucci abita Bologna

Parsifal - foto di De Munt / La Monnaie
Parsifal – foto di De Munt / La Monnaie

«È un premio a ciò che ho fatto, ma in cuor mio preferisco considerarlo come un riconoscimento a ciò che non ho fatto. Se fosse vero, ora, avrei una licenza speciale: come in un giro di boa potrei invertire il senso di marcia della mia carriera e camminare all’indietro per diventare inesperto e abbandonare ogni tentazione, perdere gli strumenti, la cognizione, lo scopo e uccidere la lingua madre. Rovesciare questa carriera potrebbe voler dire prendersi dei rischi, non riconoscere più nulla del mestiere, potrebbe voler dire di arrivare all’hardcore del teatro: il suo essere volume, caverna, vuoto radiante». Con queste parole Romeo Castellucci – cofondatore della Socìetas Raffaello Sanzio e attualmente una delle figure più importanti della regia internazionale – accoglieva il Leone d’Oro alla Carriera, assegnatogli dalla Biennale di Venezia lo scorso 2 agosto. In queste parole ritroviamo adesso, ravvivato, anche il senso di una enorme operazione curata da Piersandra Di Matteo, sua collaboratrice ormai di lunga data: sotto il titolo E la volpe disse al corvo. Corso di Linguistica Generale la città di Bologna dedica al regista romagnolo una retrospettiva, sarebbe forse più giusto dire una “personale”. Perché Castellucci è una figura complessa e difficilmente categorizzabile, un monstrum di creatività che ha saputo nei decenni stendere i ragionamenti su una maestria e su un artigianato completamente orizzontali, ora più legati al mondo dell’arte visiva, ora in bilico sull’orizzonte della performance art, eppure – in modo quasi magico – sempre radicalmente ancorati alla matrice del guardare, che definisce da sempre il mezzo teatrale.

Romeo Castellucci - foto di Ufficio stampa
Romeo Castellucci – foto di Ufficio stampa

Di «linguistica», dunque, si parla. Qualcosa che si muove, come una frequenza impazzita, al di là della diretta classificazione per generi, una sventagliata di metodico istinto della visione, da subito in grado di aggirare le alte mura della convenzione. La panoramica offerta dal progetto si inaugura il 14 gennaio con la prima nazionale di Parsifal di Richard Wagner diretto da Roberto Abbado, prima regia lirica per Castellucci (dopo), che apre la stagione della Fondazione Teatro Comunale, a cento anni dalla prima rappresentazione, avvenuta proprio a Bologna. Sono dieci, in tutto, e toccano altrettanti spazi, le tappe di questo «corso», intimamente legato al tessuto urbano della città, tra spettacoli, installazioni video, performance, concerti e un incontro di approfondimento.

Eccoli, tutti gli indizi necessari a godere a pieno questo progetto che, nelle intenzioni del regista, mira a innestarsi su una vera e propria «drammaturgia del paesaggio», raccogliendo riflessioni di anni passati attorno a nuove consapevolezze. Dopo il Parsifal sarà la volta dell’installazione Persona al Rifugio Antiaereo Pincio, dall’8 febbraio si aprirà la rassegna di film dal titolo L’atto di vedere con i propri occhi; in Uso umano di esseri umani, in cui a metà degli anni Ottanta la Socìetas aveva sperimentato la Generalissima, un linguaggio elaborato nel 1300 da Raimondo Lullo fatto di «sintesi, redatto a partire da 400 termini e funziona su quattro livelli cognitivi». A fine marzo il Giulio Cesare. Pezzi staccati sarà all’Aula Magna dell’Accademia di Belle Arti, seguito da Giudizio Possibilità Essere alla Palestra Arcoveggio; il convegno internazionale La Quinta Parete animerà Palazzo Marescotti il 5 aprile. Gli ultimi tre appuntamenti saranno il concerto del fedele collaboratore della Socìetas Scott Gibbons, Unheard «musica vista da Castellucci» il 24 maggio al Teatro San Leonardo; l’incontro con Federico Ferrari dal titolo Il ritmo è tutto, al DOM il 27 maggio e, il giorno dopo, la performance Attore, il tuo nome non è esatto, che aveva preso vita da un laboratorio condotto alla 41esima Biennale.

Giulio Cesare - foto di Ufficio stampa
Giulio Cesare – foto di Ufficio stampa

Apparentemente alla ricerca del modo meno museale di rappresentare l’arte contemporanea sulla scena e intorno a essa, il neo laureato honoris causa all’Università di Bologna ha scelto di porre tutti gli eventi entro una cornice di ragionamento più filosofico che semplicemente artistico, spaziando da Saussure (il fondatore della Linguistica) a Esopo. Nell’intervista rilasciata a La Repubblica Castellucci spiega: «Seguendo la morale di Esopo c’è un conflitto nel parlare, il linguaggio è come un campo di battaglia in cui si svolgono conflitti umani e divini». E poi, prosegue, «il teatro mostra il linguaggio in una dimensione di crisi e attraverso quel linguaggio l’uomo s’interroga. Il linguaggio del teatro è particolare: tutto è semantico […] Il teatro rende vivida ogni scelta e ogni scelta è linguistica perché vuole comunicare anche quando non è verbale».

a cura di Sergio Lo Gatto

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