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Don Giovanni – In difesa, parziale, di Filippo Timi

Recensione di Don Giovanni di Filippo Timi al Teatro Sociale di Trento

di Enrico Piergiacomi 28 gennaio 2014 5 Comments


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foto Anthony Favazza

foto Anthony Favazza

Nell’articolo Contro Filippo Timi. Discorso sul ridicolo, pubblicato sul blog La Battaglia Soda1, l’autore, un certo “Daniel”, presenta una stroncatura del Don Giovanni di Filippo Timi, utilizzando però l’attore come pretesto per intraprendere una più generale critica all’utilizzo del “ridicolo” negli spettacoli contemporanei. Secondo l’autore, esso sarebbe un «fenomeno» che mette fortemente «a rischio la pur flebile sopravvivenza del teatro e dell’arte», riducendo l’uno e l’altra a una cattiva riproposizione della comicità televisiva. Da ciò discenderebbe pure la fortuna immeritata del lavoro di Timi, che riscontra tanto successo perché va incontro ai gusti di un pubblico ineducato, che va a teatro senza senso critico e con l’unico intento di lasciarsi stordire dalla bravura del grande divo o dalle battute sia facili che volgari che questi pronuncia.

Abbiamo avuto modo di assistere al Don Giovanni il 17 gennaio 2014, presso il Teatro Sociale di Trento. Pur trovandolo uno spettacolo con molti limiti e non esente da ingenuità, sia espressive che drammaturgiche, sembra però che la critica di Daniel – per alcuni aspetti condivisibile – risulti per converso poco attenta agli aspetti positivi del lavoro, nonché spesso propensa a raccontare al lettore il falso, se non a tacergli quegli elementi scenici e quelle battute chiave dell’opera che smentirebbero alcuni passaggi essenziali della sua tesi. L’obiettivo di questa riflessione è cercare di distinguere ciò che funziona da ciò che non funziona nel Don Giovanni, rilevando al contempo le molte considerazioni disoneste del suo oppositore. Forse l’operazione ci farà rientrare, agli occhi di Daniel, nella «milizia di critici (…) pronti a giungere in soccorso sul campo» pro bono Timii. Ma poco importa, l’intenzione è quella di far emergere anche ciò che rende giustizia all’impegno dell’artista, senza per questo giustificare incondizionatamente tutte le scelte.

Cominciamo da un esame più attento degli argomenti con cui Daniel scredita il ridicolo che pervade il lavoro di Timi. L’autore definisce lo spettacolo come un esempio di «denigrazione del classico», che si distingue dalla «distruzione del classico», la quale a sua volta consiste nel tradimento fine e attento del testo (poco più oltre, egli richiama la raffinata «amputazione» operata da Carmelo Bene), per il suo procedere involontario e inconsapevole. La colpa di Timi sarebbe, quindi, quella di non essersi confrontato attentamente con le grandi riscritture del “mito” di Don Giovanni (Tirso de Molina, Molière, Da Ponte / Mozart, ecc.), ma di aver fatto «un po’ quel che si vuole» e aver ridotto il personaggio a una macchietta insipida. I risultati inevitabili sono la «brutta scrittura» dell’opera e una ripetizione di quanto è stato «già-fatto» o «già-detto» in televisione, ovvero dei clichés comici di Boldi e Bonolis che rapiscono consensi da un pubblico bruto. Ora, prescindendo dal dettaglio che il discorso di Daniel funge anche da premessa alla pericolosa proposta di compiere una «severa selezione dei paganti all’ingresso», che non è altro che l’imposizione di una propria idea di teatro che ostracizza come sbagliate o “mortali” le concorrenti, ci si potrebbe chiedere: Timi non potrebbe essere un “distruttore” più che un “denigratore” del classico? In altre parole, la dimensione ridicola non potrebbe essere considerata uno strumento per dire qualcos’altro sul carattere di Don Giovanni, dandone un ritratto per certi aspetti nuovi? A noi sembra che si possa dare risposta affermativa a entrambe le domande. Il ridicolo è espressione, nella riscrittura di Timi, della condotta disperata dei personaggi, che cercano con atteggiamenti e dialoghi di colmare un vuoto interiore.

foto www.tcvi.it

foto www.tcvi.it

Emblematiche sono le scene tra Don Giovanni e Donna Elvira, durante le quali l’uno seduce l’altra con procedimenti che allo spettatore appaiono comici, ma che nei fatti alimentano nel primo la vanità, nella seconda la presunzione di essere desiderata da una persona incapace di desiderare a lungo la stessa persona. Esplicita è, invece, una battuta di Leporello, che rimprovera al padrone di essere un «un catalogo di nevrosi», un «uomo di cabaret» in grado solo di prevaricare e sottomettere il vicino. Che poi questo strumento vada spesso fuori controllo e porti a scadere nella battuta grossolana, gratuita, imbarazzante, ingenua e che ammicca all’immaginario multimediale o televisivo (frequenti sono, del resto, la proiezione di video demenziali di YouTube, o le rielaborazioni di canzoni Disney, ma anche i riferimenti a figure come Sailor Moon e Topo Gigio), oltre ad essere vero non può non farci dire d’accordo. Ma si tratta, appunto, di un esito cattivo che procede da una buona scelta registica e stilistica, studiata con attenzione.

Specchio della disperazione esistenziale è anche l’apparato scenico e spettacolare. I costumi molto appariscenti e che impacciano i movimenti degli attori sono, infatti, un segno visibile di animi ingombri da sentimenti superflui o aggressivi, che impediscono di aderire senza impacci alla vita. Conforta in questo senso la dichiarazione dello stesso Timi, che in un’intervista avrebbe ripreso da un critico ottocentesco che «l’anima di Don Giovanni è il suo costume»2, nonché la bella analisi di Felice Carlo Ferrara, svolta nell’articolo Don Giovanni all’eccesso3. Circa tutto questo, Daniel si ferma, invece, all’esteriorità, e si lancia in una generica critica alla scarsa professionalità degli attori, che accettano di lasciarsi vestire a quel modo e di recitare in modo altrettanto esagerato. Vi è certo la libertà di dissentire e di ritenere discutibili queste procedure. Ma pensiamo che sia lecito almeno il beneficio del dubbio sulla validità dell’argomentazione che i personaggi sono qui «solo costume» e che la recitazione sia «inesistente quando non è coinvolto nel circolo della battutina». Poiché questo “costume” e questo “circolo” sono la sostanza appariscente di un malessere nascosto.

foto Marco Zuccaccia

foto Marco Zuccaccia

L’atteggiamento per molti aspetti superficiali di Daniel non sorprende. Per amor di tesi, egli tace del tutto su un altro elemento ricorrente e che traspare con chiarezza dalla messa in scena: l’idea che Don Giovanni sia un uomo che corre verso la propria distruzione e il simbolo dell’umanità odierna, che non vuole uscire dalla propria dimensione infantile perché questo è l’unico modo per sopportare il peso di esistere. Un lettore che leggesse l’articolo senza vedere lo spettacolo trarrebbe la conclusione affrettata che le considerazioni filosofeggianti sulla morte, la colpa, ecc. si trovino solo nelle note di regia di Timi, e che la scena ne sia completamente spoglia, essendo riempita da sole cretinerie. Questo è falso, giacché, intanto, la scena di apertura dell’opera si apre con due forti allusioni alla morte. Don Giovanni dorme disteso su due cuscini che formano una croce e dichiara al servo Leporello di non voler fuggire da una folla che vuole irrompere in casa, per ucciderlo e vendicarsi delle figlie che ha sedotto. In secondo luogo, il resoconto de La battaglia soda è smentito dal fatto che, molte volte, Timi abbandona del tutto la dimensione comica e costruisce scene cupe, dove la violenza non viene arginata e controllata dallo scherzo. Lo stupro di Donna Anna si consuma, non a caso, nel buio, dopo un lungo quanto agghiacciante monologo di un aborto adolescenziale e senza l’intermezzo della battuta di spirito. L’acerrimo nemico di Timi è, poi, smentito da alcune battute di Don Giovanni, in cui si dichiara ad esempio che ogni uomo è una «scoreggia di Dio» e «un demonio», o che «la vita è un’infezione», di cui il grande seduttore si offre come cura.

Nella riscrittura di Timi emerge l’immagine nuova (perciò, né «già-fatta» né «già-detta») di un Don Giovanni quale prototipo dell’uomo che si oppone a Dio e non si pente della sua condotta perché intende sostituirsi a Cristo, proponendo il vizio e la lussuria come una sorta di «religione della vita». La sua stessa esistenza si propone, in questo senso, come un nuovo vangelo estetico, di cui Leporello si deve fare testimone diretto e garante. Don Giovanni dichiarerà, infatti, a circa metà dell’opera, che la sua condotta è tutta una grande trovata teatrale, pensata per consegnare al servo un modo per riscattarsi dall’abuso di vivere, abusando delle vite altrui. Certo, questa religione della vita costituisce, in realtà, una segreta ambizione alla morte, perché la ricerca della bellezza così concepita non può non sconfinare nella dissoluzione. Non è un caso che il personaggio viene, nel finale, divorato dalle donne che ha sedotto, in modo simile a Orfeo che viene smembrato dalle Baccanti che ha sfidato. Tuttavia, la conclusione in questione si limita ad evidenziare i limiti entro cui l’ideale del personaggio può essere accolto, e determina nello spettatore l’invito a ricercare l’intensità della vita di Don Giovanni, senza però commettere i suoi errori e le sue prevaricazioni.

foto www.tcvi.it

foto www.tcvi.it

In sostanza, si può concludere quanto segue. Ciò che funziona del Don Giovanni sono i bellissimi spunti di analisi della realtà attuale che egli offre e che nasconde sotto il velo della comicità spicciola. Ciò che non funziona consiste, invece, nel fatto che nessuno di questi viene purtroppo messo nelle condizioni di essere esplorato fino in fondo. Essi sono infatti letteralmente trangugiati nel caos della rappresentazione, che continua a impilare materiale su materiale, battuta sopra battuta, senza dare allo spettatore un singolo momento per concentrarsi e riflettere. Quello che va denunciato di Timi non è allora tanto il ridicolo in sé, come sostiene Daniel, quanto il ridicolo che, da strumento di fine analisi della condotta umana, è lasciato gradualmente libero di correre sulla scena, fino a diventare sterile e improduttivo.

Si può certo ritenere discutibile l’artista, tacciarlo di essere troppo disinibito, a tratti anche di mostrarsi molto semplicione. Non si può, invece, rimproverargli di non condurre una ricerca attraverso il teatro e di essere un suo mero “denigratore”. Se interverrà un po’ di misura e di auto-controllo, questa non potrà che dare senz’altro importanti frutti nel futuro. A Timi si aprono così due prospettive di carriera: quella di restare il brillante uomo di avanspettacolo che è, oppure di trasformarsi in un solido poeta drammatico, che sceglie poche intuizioni da sviluppare e restituire in forma concentrata all’intelletto dello spettatore.

Enrico Piergiacomi

3 – http://www.klpteatro.it/don-giovanni-alleccesso-timi-nello-sfarzo-duna-vita-grottesca

 

Visto al Teatro Sociale di Trento, gennaio 2014

Teatro Franco Parenti
IL DON GIOVANNI – VIVERE È UN ABUSO, MAI UN DIRITTO
di e con Filippo Timi
e con Umberto Petranca, Alexandre Styker, Marina Rocco, Elena Lietti, Lucia Mascino, Roberto Laureri, Matteo De Blasio, Fulvio Accogli
regia e scena Filippo Timi regista assistente Fabio Cherstich
luci Gigi Saccomandi suono Beppe Pellicciari costumi Fabio Zambernardi

 

Date in calendario per la tournée 2013/2014

PORDENONE – Teatro Verdi – dal 17 al 19 gennaio 2014
MESTRE – Teatro Toniolo – dal 22 al 26 gennaio 2014
COMO – Teatro Sociale – 28 e 29 gennaio 2014
ORVIETO – Teatro Mancinelli – 1 e 2 febbraio 2014
CITTÀ DI CASTELLO – Teatro degli Illuminati – mar 4 febbraio 2014 – ore 21
CITTÀ DI CASTELLO – Teatro degli Illuminati – mer 5 febbraio 2014 – ore 21 – Fuori Abbonamento
CIVITAVECCHIA – Teatro Comunale – dal 7 al 9 febbraio 2014
FIRENZE – Teatro Pergola – dall’11 al 16 febbraio 2014
SIENA – Teatro dei Rinnovati – dal 18 al 20 febbraio 2014
PISA – Teatro Verdi – 22 e 23 febbraio 2014
MILANO – Teatro Franco Parenti – dal 25 febbraio al 9 marzo 2014

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Filippo Timi al Teatro Franco Parenti con Favola dal 21 marzo (scheda spettacolo)

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Comments
  • isabella 28 gennaio 2014 at 16:47

    leggendo entrambe le recensioni ho la sensazione che il vero problema dell’operazione di Timi sia quello di una notevole confusione nel linguaggio. Una confusione che permette a questo e a quello di andare a cercare i propri significati. Uno spettacolo, come ogni altra forma di comunicazione, dovrebbe mirare a dire qualcosa che sta a cuore al regista, qualcosa di chiaro, di deciso. L’esercizio a trovare motivazioni da parte dello spettatore è importante e salutare, ma non può sostituire la comprensione profonda del significato.

  • Lavinia 29 gennaio 2014 at 14:22

    “Pur trovandolo uno spettacolo con molti limiti e non esente da ingenuità, sia espressive che drammaturgiche”
    Vi sembra poco? Credo che le grandi operazioni teatarli caratterizzate da limiti, dall’ingenità espressiva e drammaturgica, la dice lunga sullo spreco di energie all’insegna di un’operazione che rasenta il Ridicolo, se poi si vuol essere “i nuovi artisti”!! C’è bisogno di avere strumenti culturali profondi, non autoreferenzialità, ma sopratutto che apportino qualcosa in più e non “Purchè se ne parli”. Non mi ha arricchito, ho speso soldi e sono infastidita. Non è un buon risultato.No.Non per me pubblico.

  • Enrico Piergiacomi 29 gennaio 2014 at 20:43

    Cara Isabella e cara Lavinia,

    intanto grazie per i vostri commenti e per le vostre opinioni. Vi rispondo volentieri, cercando di precisare meglio la mia posizione e il mio ruolo.

    @Isabella
    E’ un ottimo spunto quello che proponi, meriterebbe di essere approfondito. In effetti, proprio la confusione tra linguaggio comico e linguaggio serio (credo che sia questo il punto a cui tu alludi) consente di formulare interpretazioni anche molto contrastanti. Il problema è, però, appurare quali siano quelle valide e quali no. Mi permetto di dire che la mia sia più solida di quella di Daniel. In primo luogo, proprio perché ha cercata di mostrare che nello spettacolo non c’era solo la dimensione ridicola e che il contenuto serio non era relegato nelle note di regia, bensì che aveva la volontà di intrecciare l’una e l’altro per comunicare qualcosa che l’adozione del solo registro comico o del solo registro serio non avrebbe potuto raggiungere. Il fatto che ciò non sia riuscito e che la dimensione comico-ridicola abbia prevalso è un altro discorso. In secondo luogo, perché l’interpretazione che ho proposto pare migliore perché si basa su fattori oggettivi, su cose che ho visto senza tacerle e che ho cercato di assemblare per dare una prospettiva, non su premesse di poetica o di gusto. Poi è chiaro che anch’io ne ho alcune, come credo si evinca nel finale, ma queste devono stare sullo sfondo e non costituire la motivazione principale del dissenso o del consenso.
    Quanto al tuo parere che uno spettacolo debba comunicare qualcosa di “chiaro e distinto”, sono perfettamente d’accordo. Io credo che nel lavoro di Timi vi sia qualcosa che potesse essere valorizzato in tal senso, con diversa organizzazione. Mi è parso di capire che una questione che gli sta molto a cuore è rappresentare la dimensione “infantile” del Don Giovanni – segnalata dal suo comportamento e dai suoi riferimenti culturali (i cartoni animati, ecc.) – e la sua incapacità di coltivare i sentimenti, da cui segue la concezione della seduzione come una forma di prevaricazione/dominio e non di incontro con l’altro. A ciò si aggiunge il fatto che ciò sarebbe dovuto risultare la premessa per una critica alla vacuità del potere e alle motivazioni reali che spingono alla sua ricerca. Persino il diavolo non sfugge a tutto questo, visto che lo si vede per la prima volta sulla scena nel mentre gioca con alcune macchinine. Tutto molto interessante, ma che appunto non è arrivato se non flebilmente perché si è voluto ambire a troppe altre cose.

    @Lavinia
    No, Lavinia, non mi sembra affatto poco, ma il mio obiettivo in quanto critico è cercare di distinguere gli aspetti positivi (seppure per buona parte mancati o solo accennati) e quelli che non tornano. Ciò dà all’artista del materiale su cui lavorare e a chi scrive l’occasione per formulare un discorso costruttivo, che va al di là della legittima lamentela. Mi sembra che sia il modo migliore per vincere tutti insieme e per rispettare chi, alla fin fine, ha almeno tentato di fornire qualcosa su cui riflettere.

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