Cherubini suona Veronese. Tre brani di Musica rotta

foto Simona Caleo
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«Perché un’immagine trasmette direttamente al sistema nervoso e un’altra, invece, ci racconta la storia tramite il cervello?». In poche parole, assorbite da un’interrogazione strutturale, è compressa tutta la storia delle arti. Non sorprende che a pronunciarle sia stato un pittore come Francis Bacon, cui la storia dell’uomo deve la frammentazione dei parametri esistenziali, l’accesso di una follia muta, sensibile, riposta lungo gli interstizi della vitalità inespressa. In queste parole, poste in calce alle note del foglio di sala, scorgiamo buona parte della disarmonia con cui ha osato confrontarsi Manuela Cherubini di Psicopompo Teatro, autrice di Musica rotta, atto in tre movimenti ispirati dalla penna del drammaturgo argentino Daniel Veronese. In esse si avverte la duplice ossessione che dà origine alla creatività, l’innesco immateriale che produce due distinte occasioni materiali: ora la trasmissione diretta connota una sorgente fluida, lo slancio poetico, ora la mediazione cerebrale suggerisce un passaggio compositivo, che si tende perciò in un racconto.

Addentrandosi nel nero del Teatro Argot Studio, l’intera parete di fondale è uno schermo video. La proiezione dispone un ingresso e una porta aperta, un’attesa che una musica atmosferica contribuisce a sostenere. È una musica (di Ale Sordi, che cura anche le immagini) non ancora rotta, o che non si avrebbero elementi per definirla tale. Luce del mattino in abito marrone comincia così, con un’intenzione compositiva che disdegna la scenografia diretta e la rimanda all’immagine video, snaturando già un proposito di naturalismo. Già questo sarà importante. Il materiale filmato – peraltro di ottima fattura, realizzato da Igor Renzetti e Lorenzo Bruno – pian piano si allontana dalla narrazione al futuro che un uomo (Raimondo Brandi) inizia a esporre e in cui presto riconosciamo una sceneggiatura per una scena da verificarsi, una dichiarata intenzione di realizzare qualcosa che si ha soltanto nel proprio immaginario. Tutto ruota attorno a un vestito, nel video si scorge ma nulla dà la certezza che si tratti dello stesso abito. Tra l’immagine, che già a sé stante si innesta sapientemente nell’azione dell’attore, e l’apparente legame, che a volte si evince e addirittura in anticipo, c’è allora una disparità in cui si racchiude il proposito iniziale in riferimento a Bacon: le due immagini hanno la medesima provenienza? Sono parte dello stesso processo percettivo?
Di ottimo livello la drammaturgia, pur parlando di sé stessa. È un’intenzione meta-narrativa che prende però corpo mostrando e non raccontando l’azione, che sarà il teatro a rendere vera, possibile, tramite la relazione. Raccontando una scena al futuro, davanti ai nostri occhi già accaduta.

foto Simona Caleo
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Quella di Brandi è una recitazione diretta, ma insieme saranno l’intensità di Patrizia Romeo e di Luisa Merloni, rispettivamente in Signorine portegne e Lùisa, a spostare molto l’attenzione per questo lavoro considerando la liberazione di attori bravi, concreti, senza che un regista li disponga in una gabbia di visione sanno prendere uno spazio, amplificare le caratteristiche dei loro personaggi, farle proprie e ridarle con sorprendente genuinità espressiva. Insomma, a vederli sembra che fare l’attore sia la cosa più semplice del mondo e che il miglior modo per un regista di ottenere ciò che vuole sia fidarsi di loro.
Signorine portegne è un testo più lirico, quindi meno solido del precedente che godeva del nascondimento della forma, ma Patrizia Romeo lo consegna sorvolando le parole in una vibrazione sempre tesa e quasi artificiosa, accolta in un’estetica più attraente di rettangoli luminosi sul fondale che inquadrano a mezzo busto lei – attrice – e dunque il suo racconto. Lùisa è un testo più corporeo e perfettamente lo incarna Luisa Merloni, nella sua storia con maggiore evidenza la musica inizia a rompersi; in dialogo con la madre, il dolore di Lùisa per un amore perduto l’ha confinata a una solitudine avvilita, di cui si accorge ma che non sa scardinare. Un testo ironico, che non ha riquadri di luce ma nuvolette (il disegno è dello steso Renzetti), dispone immagini gentili che si colorano di un nero sfumato di una pena regressa, come una valigia non disfatta da quattordici anni. Curioso il tempo, il suo dialogo al passato era cominciato con un tempo futuro. Nella conformazione del pensiero l’immagine è reale allo stesso tempo che illusoria. Il teatro può rappresentarlo, sembra dire Veronese, il teatro può talvolta sostituire la vita.

Simone Nebbia

leggi anche: Psicopompo Teatro. Lavori in corso su Daniel Veronese

Visto a Teatro Argot Studio, dicembre 2014

MUSICA ROTTA
Signorine porteñe
Lùisa
Luce del mattino in un abito marrone

Tre pezzi brevi, due monologhi e un quasi-dialogo

di Daniel Veronese
traduzione e regia di Manuela Cherubini
interpreti Raimondo Brandi, Luisa Merloni, Patrizia Romeo
video lgor Renzetti e Lorenzo Bruno