A.H. Antonio Latella e l’immortalità del male

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Foto di Alessandro Sala

Alla figura di Hitler quest’epoca si sta abituando. Il personaggio che ha più violentemente rigato di sangue il secolo Novecento, oggi si ha la distanza – o pare – per discuterlo e indagarne i risvolti più crudeli, usando la malvagità del singolo a paradigma dei limiti cui può giungere l’umanità, vedendo in lui, nel suo progetto aberrante, il confine più generale della disumanizzazione. Ma il problema della distanza storica è riconoscere ancora in essa i parametri della valutazione diretta, ora che i testimoni degli eccidi si stanno via via spegnendo, ora che la parola sforzata della memoria in essa si cristallizzerà, come sapremo conservare? Come, per dirla con una delle ultime poesie – postuma – di Franco Fortini, proteggeremo «le nostre verità»? Della sua portata storica il teatro si sta molto occupando in questi ultimi anni, dall’Arturo Ui di Brecht portato in giro per tutta Italia da Claudio Longhi – in cui la metafora del potere indagava soprattutto l’origine e la crescita – fino al fortunato Him con cui Fanny & Alexander – in scena uno straordinario Marco Cavalcoli – ha ricondotto l’Adolf Hitler inginocchiato in preghiera di Maurizio Cattelan nel progetto Oz, ponendo di fronte gli spettatori ma alle spalle il video muto dell’intero quasi omonimo film di Victor Fleming (Il mago di Oz, 1939) che Cavalcoli-Hitler doppiava alla perfezione.

A.H., sigla composta delle sole iniziali, è invece la versione sul dittatore tedesco che Antonio Latella ha diretto per la sua compagnia Stabilemobile, sulla drammaturgia composta con Federico Bellini agita in scena da Francesco Manetti. Il monologo ha aperto la stagione “Contemporaneo” del Teatro Diego Fabbri di Forlì rinnovando l’esperimento abbastanza raro, iniziato nella scorsa edizione, di comporre una programmazione ibrida che mescola sul palco del teatro comunale spettacoli tradizionali e sperimentali, cui affiancare laboratori tenuti dagli stessi artisti nei giorni di spettacolo e incontri d’approfondimento al termine della messa in scena. La serata forlivese era iniziata in un bar, più precisamente dalla richiesta di un barista autoctono che, sentendo un accento diverso dal proprio, ha chiesto il motivo della presenza in una città desertificata, a suo dire, culturalmente e fisicamente, lui esercente di avventori che non esistono nel centro storico di una città vuota. Alla dichiarazione della bontà del progetto teatrale, il barista ha dovuto ammettere che c’è una buona offerta, pur poco sfruttata da una popolazione locale che stenta a riconoscere – e quindi accettare – ciò in cui non si riconosce.

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Foto di Alessandro Sala

Sull’enorme palco Manetti in abito bianco è solo e affronta il vuoto della scenografia, ridotta a un grande pannello di carta su cui scrivere e un burattino di legno all’angolo alto dello spazio scenico. Le sue prime parole sono dedicate alle Sacre Scritture, con tono da conferenziere pronuncia per prima la parola «menzogna», proprio mentre si occupa di definire la Verità maiuscola della rivelazione. «In principio Dio creò», così la Genesi. In principio, cioè «prima che ogni cosa sia esistita». Da queste Sacre Scritture effonde allora la sacralità della scrittura, già conclusa ed esaustiva in un segno primario d’alfabeto, enunciato in una preghiera onomatopeica che una musica dissonante di sinistre venature inizierà presto a scardinare; un bisticcio, dunque una battaglia con la dittatura della fede, combattuta con l’intero arsenale di armi di cui dispone un manuale appropriato, mimate e pronunciate dalla prima all’ultima. Con nessuna di esse, tuttavia, muore il dittatore. Perché non muore il male che egli rappresenta. Hitler suicida ha impedito la messa a morte, l’esorcismo del terrore. Come quel burattino, come Pinocchio, l’uomo assume le pose del pezzo di legno e ne replica la figura plastica dell’obbedienza. Si scioglie la Nutella sul viso e sul vestito, si fa sangue rappreso e l’uomo nella violenza torna bambino, figlio, si spoglia dell’abito e a quell’obbedienza torna ad anteporre la cecità della fede.

A partire dal Francamente me ne infischio sull’America di Via col Vento e passando per la Germania nazista de Le benevole di Jonathan Littell, Antonio Latella continua il suo discorso sull’imperialismo e l’indagine che in esso può rintracciare la reazione umana alla seduzione del male (pur se da benessere travestito, nel primo lavoro). Eppure anche in questo caso, complice la scrittura di Bellini più della verve di Manetti, i risultati sono di ridotta entità, in essi si rintraccia con difficoltà un connotato drammaturgico unitario che attraversi la piéce e ne diventi motivo fecondo e duraturo; là dove l’intenzione dichiara una volontà riottosa rispetto al pensare comune, fin troppo manierata appare l’evoluzione spettacolare, in cui alternate si susseguono scene dislocate e continue citazioni, interazioni verbali-visive e musiche scelte a tema in una playlist che sviluppi i sentimenti del caso, ma in nessuna occasione tali scene costituiscono apparizioni di sorprendente vitalità espressiva. Hitler in my heart, canta Antony and the Johnsons mentre si acquietano le ultime immagini. Se un dittatore ignora il cuore, non lo ignori chi – anche attraverso il più atroce dei mali – ha nel teatro la misura del mondo.

Simone Nebbia
twitter @simone_nebbia

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Visto al Teatro Diego Fabbri di Forlì in gennaio 2014

A.H.
drammaturgia Federico Bellini e Antonio Latella
con Francesco Manetti
regia Antonio Latella
elementi scenici e costumi Graziella Pepe
luci Simone De Angelis
assistente alla regia Francesca Giolivo
produzione Stabilemobile Compagnia Antonio Latella
in coproduzione con Centrale Fies
in collaborazione con KanterStrasse/Valdarno Culture
un ringraziamento speciale a Manetti Italia