Ritorno ai regni dell’arsura. Moni Ovadia canta Matteo Salvatore

foto Ufficio Stampa
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Chi ha come compito la consegna della visione è pronto di consueto al confronto col molteplice, con linguaggi coniugati secondo canoni ed estetiche differenti, oltre che consapevole di dover affrontare e restituire il bilico ontologico tra oggettività e partecipazione. Succede quindi che lo sguardo debba a volte sconfiggere la distanza di inclinazioni, così come capita invece – incombenza probabilmente più ardua – che l’oggetto osservato si agganci all’anima originaria, radicale, più profonda, più sentita che giace alla base viscerale degli occhi di chi guarda e scrive. In casi del genere si arriverà ad attraversare l’esperienza con tre paure diverse: veder deluse le volontà di aspettativa in virtù di un’emozione primaria e del rispetto, o per antitesi scoprirsi troppo coinvolti e dunque passibili di perdere di lucidità, ancora, come ultima istanza figlia delle prime due, temere che le parole non bastino, che scegliendole infine non soddisfino. Questi i pensieri a costellare il percorso verso il Teatro Vittoria, dove sino al 15 dicembre è in scena Prapatapumpa – Padrone mio ti voglio arricchire, “recital” con cui Moni Ovadia diretto da Cosimo Damiano Damato rende omaggio a Matteo Salvatore insieme a H. E. R con la band Famenera.

La struttura richiama alla mente, senza troppa difficoltà, il modello del teatro-canzone in cui a monologhi di racconto si alternano momenti musicali. È vero pure che il termine teatro-canzone non può far a meno di ricordare il nome di Giorgio Gaber, il cui profilo tuttavia ha forse poco in comune con questa situazione o, volendo operare una forzatura estrema che tralasci i contesti e le matrici di sviluppo, più di quanto non appaia solamente per la capacità di narrare la realtà nelle sue sfaccettature. Quella portata in palcoscenico è la parabola intera o quasi della vicenda esistenziale di Matteo Salvatore che dalla musica fu segnata per destino, per vocazione, per salvezza, ragionevolmente per grazia. Si offrono accenni dell’infanzia sotto il fascismo, durante la guerra, subito dopo, scorci di una terra garganica arsa dal sole e dalla fame con le sue anime smunte dalla crudeltà disumana dei padroni, lo spirito avvilito dalla nettezza perfida delle sperequazioni sociali, cullato dall’amore vissuto secondo canoni precisi, regole che non ammettono tradimento, onorate con passione sino all’assassinio, alla galera. E poi i colori sarcastici che in modo impareggiabile dipingono col sorriso le dinamiche di un piccolo paese, le sue voci, la sua comunità atavica, contadina, universale e ancora il trasferimento nella grande città, l’incontro con le stelle e gli intellettuali, il successo e infine la caduta, il dimenticatoio, il recupero fino alla vecchiaia e alla morte.

Affreschi di vita che a un pubblico urbano potrebbero risultare anacronistici, irreali, scarsamente agganciati alla contemporaneità, ritratti di una Puglia folkoristica più immaginaria che concreta. Forse per la stessa ragione potrebbero invece risultare interessanti per quella forma di atteggiamento simil-“alternativo” da ideologia sinistroide appannata, inconsistente di coscienza culturale, che nel tempo ha fatto di tutto ciò che viene etichettato come popolare una sorta di baluardo differenziale, accreditato più per maniera che per vicinanza. In entrambi gli errori rischia di cadere chi della terra, della crudezza viva del suo sopore non conosce la natura, chi non sa quale sia la sensazione polverosa della gola offesa dal sole e dalla paglia durante la trebbiatura, chi non può ricordare il colore scuro di facce anziane brunite e corrugate dal lavoro nei campi, dall’odore degli ulivi, del mosto, della nafta dei trattori. Perché questa è la storia vera non di un cantante, non di un autore ma di un cantore o ancora meglio di un cantastorie che al suo mondo, del suo mondo ha restituito la melodia. Lirica appuntita del linguaggio aspro che vola sulle note semplici di una chitarra e che ha lasciato noi, figli dello stesso regno, ben consapevoli del fatto che mentre altrove si pensava all’operaismo, ai sistemi di fabbrica e all’alienazione meccanica delle industrie, nel territorio vittima di un’unità inclemente, operata con poca giustizia, si moriva ancora d’aratro e si campava ancora di inedia.

L’arrangiamento e la costruzione che Ovadia conduce sino a noi – nata originariamente con Lucio Dalla e altri artisti – viaggia tra riproduzione e adattamento, osservanza e personalizzazione armonica con appoggi jazz e ragtime di modo da rendere più sensata l’architettura per un teatro da sala piuttosto che per il teatro della piazza. A volte appare distorsione che troppo si allontana e poco convince, altre, ben supportato dal virtuosismo al violino e alla voce di H.E.R., diventa merito di traduzione. Sempre gli si riconosce una volontà di diffusione, un afflato più o meno consolidato: se servirà a creare curiosità e coinvolgimento varrà comunque l’impresa e di più l’intenzione.

Marianna Masselli

Visto in dicembre 2013, in scena fino al 15 dicembre
Teatro Vittoria [cartellone] Roma

PRAPATAPUMPA-PADRONE MIO TI VOGLIO ARRICCHIRE
testi Cosimo Damiano Damato, Raffaele Nigro, Moni Ovadia
musiche dal vivo H.E.R. e la band Famenera
regia Cosimo Damiano Damato
co-produzione Promomusic, Festambiente Sud