Ribellioni possibili. Per una lotta ingenua e leggera

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foto Ufficio Stampa

«Quando l’ingiustizia diventa legge, ribellarsi è un dovere». Questa è solo una delle tante affermazioni che ricorrono nello spettacolo allegro e profondo di Ribellioni possibili di Luis García-Araus e Javier García-Yague, andato in scena al teatro Santa Chiara di Trento, per l’adattamento e la regia di Serena Sinigaglia. Il lavoro debuttava per la prima volta a Madrid nel 2007 e contribuiva al sorgere di quello che oggi in Spagna è conosciuto come il movimento degli “indignados”. Ma si rivela essere una boccata di ossigeno anche qui in Italia, in questi giorni di dicembre che hanno visto, vedono, vedranno le proteste dei “forconi” e di altri movimenti dei cittadini, sempre più nauseati ed esasperati dagli effetti della crisi economica.

Sinigaglia dimostra acuta capacità di dare voce al desiderio pulsante di riscatto dall’abbrutimento quotidiano senza richiamarsi a vuote e false ideologie, ma attraverso una storia semplice e poetica. Ribellioni possibili racconta di Josè García, un “Mario Rossi” qualunque che, facendo causa a una multinazionale della telefonia per riavere indietro 28 centesimi sottratti ingiustamente dal suo conto, innesca una serie di rivolte pacifiche dei cittadini contro le angherie del sistema, che nega ai suoi membri i servizi sociali, le tutele e l’umanità che meritano. Lo spettatore osserva dal vivo solo tre effetti del “fenomeno García”: la protesta di Carmen contro l’impresa edile che accampa scuse sempre più assurde per non ripararle il tetto di casa, la lotta di Luis per ottenere l’apostasia dal cristianesimo e l’opposizione di Petra al sistema sanitario, disinteressato a prestare soccorso alla figlia anoressica Ana. Tutti questi personaggi pretendono, semplicemente, che le cose funzionino e invocano il diritto di rinunciare a quello che altri hanno scelto per loro. Nel far ciò, essi si scontrano con i rappresentanti di un sistema di potere persecutorio e inetto (il prete, il medico privato, etc.), che mostrano di non voler ascoltare, vedere e risolvere i problemi reali delle persone, come i tre misteriosi figuri incappucciati che mimano il celebre “non vedo, non sento, non parlo”. È in questa situazione tipica e ricorrente che lo spettacolo brilla sul piano spettacolare. Da qui, infatti, nascono una serie di esilaranti scene comiche, dove gli attori che impersonano i rappresentanti del potere recitano con voluta esagerazione, per sottolineare la stolida disumanità ostentata ogni giorno dai potenti.

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Forte è poi la potenza politica di questo spettacolo, che spicca con maggiore nettezza proprio in concomitanza con i movimenti cittadini di dicembre. Per quanto in parte condivisibili, questi ultimi hanno il limite di scaturire dall’odio, dall’esaurimento e dalla rabbia, vale a dire da sentimenti che rischiano di rovesciare la giusta protesta nella prevaricazione ingiusta. Il linguaggio di questi movimenti non riesce, infatti, a ribadire che il sacrosanto dato di fatto per il quale «non ce la facciamo più», ma così facendo presenta un contenitore talmente vago da potersi tramutare in un contenuto qualsiasi, compreso quello della dittatura armata. Ora, Ribellioni possibili segnala che le proteste risultano forse più efficaci se ricercano le qualità contrarie dell’ingenuità e della leggerezza. I personaggi dell’opera non si preoccupano se le loro piccole proteste siano risibili o modeste, perché sanno che queste hanno almeno il vantaggio di non arrecare danno e anticipano sommovimenti più complessi. Raccolgono sulla scena alcuni oggetti semi-distrutti e bruciacchiati, li usano per esprimere creativamente il proprio dissenso e quindi li appendono a un filo disceso dal soffitto, per farli galleggiare in alto. Nella sua semplice concretezza, il reiterato gesto teatrale invita lo spettatore a raccogliere i rottami della nostra civiltà e a valorizzarli in senso costruttivo, prima ancora che ad abbandonarsi al distruttivo malcontento. Sinigaglia propone così una forma di lotta che passa per il riconoscimento e la tutela «nell’inferno» denunciato da Ana di ciò che non è inferno, in piena linea con la prospettiva di senso presentata nel finale de Le città invisibili di Italo Calvino.

Un’opposizione che, strumentalizzata dai media, finisce per comportare comunque la perdita di qualcosa di importante e con il germogliare di una vera e propria ossessione: con la sua piccola “ribellione” García perderà il lavoro e l’amore della moglie dicendo con amarezza «ed è tutto!», dopo aver constatato di aver vinto la causa dei 28 centesimi ed essersi reso conto che la sua opera era un modo per vincere l’horror vacui o lo smarrimento che pervade quest’epoca. Ma il filo che solleva i rottami della civiltà non riesce a riscattarli davvero e si tramuta, alla fine, nel cappio che ne strozza gli ultimi respiri. Eppure correre il rischio di provarci potrebbe, almeno per un momento, staccarci da terra e dalle inquiete preoccupazioni del presente.

Enrico Piergiacomi

visto al Teatro Santa Chiara di Trento in Dicembre 2013

RIBELLIONI POSSIBILI
produzione Compagnia ATIR
di Luis Garcìa-Araus e Javier Garcìa Yague
regia di Serena Sinigaglia
con Mattia Fabris, Stefano Orlandi, Maria Pilar Peréz Aspa, Arianna Scommegna, Chiara Stoppa, Sandra Zoccolan
scene Maria Spazzi
costumi Federica Ponissi
attrezzeria Maria Paola Di Francesco
luci Sarah Chiarcos e Alessandro Verazzi
tecnici di scena Roberta Faiolo, Giuliana Rienzi, Stefano Zullo
assistente ai costumi Giada Masi

con il contributo di
Gobierno de Espana – Ministerio de Educacion, Cultura y Deporte
Instituto Nacional De Las Artes Escenicas y De La Musica
Espana Cooperacion Cultural Exterior

e con il sostegno dell’Instituto Cervantes di Milano

Comments
  • Aurelio 27 dicembre 2013 at 01:12

    Pur avendolo visto, non tutto mi era così chiaro. È uno di quegli spettacoli che tornerei a vedere non solo per capire meglio ogni sfumatura, ma anche perché mi sono divertito. ” ah come mi sono divertito”.

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