Premio Scenario ultimo atto. Il teatro di domani

M.e.d.e.a. Big Oil
M.e.d.e.a. Big Oil – Foto di Tomaso Mario Bolis

Forse non erano proprio i giorni migliori, stretti fra la prima de La Traviata alla Scala e l’annuale occasione prenatalizia dei premi Ubu, forse per questo sui giornali generalisti non se n’è parlato molto, ma anche quest’anno gli spettacoli conclusivi di Generazione Scenario hanno ricavato uno spazio nell’offerta teatrale milanese per un appuntamento di rilievo nazionale. Già, perché in questo momento storico di particolare disagio culturale, drammatico per le arti sceniche, un premio che affianca all’attestato di valore anche un valore attestato in moneta sonante non è poco, non è scontato, non è soprattutto di tendenza fra le istituzioni che detengono l’economia di base. Eppure la sala del Teatro Franco Parenti, dove gli spettacoli sono stati rappresentati, almeno nella prima delle due serate non si poteva dire stracolma di persone. E così, pur se Scenario ha permesso nel recente passato l’affermazione di artisti divenuti poi di riferimento come Emma Dante o Babilonia Teatri, in molti oggi hanno perduto l’occasione di apprezzare quattro nuovi lavori di artisti giovani che hanno superato un anno di selezioni e affrontato la giuria nello scorso luglio al Festival di Santarcangelo dei Teatri, quattro esempi significativi di alcune tendenze che si stanno affacciando nel teatro contemporaneo.

Per chi avesse visto e discusso i “venti minuti” canonici delle ultime e durature selezioni, portati a bella mostra in tanti festival estivi prima del rush finale, è piuttosto interessante dedicare attenzione alle modalità compositive oltre che ai contenuti. Sappiamo che a vincere l’edizione 2013 di questo premio biennale (e 8000 euro di produzione) sono stati i vicentini Fratelli Dalla Via, Marta e Diego, che hanno presentato Mio figlio era come un padre per me, vicenda familiare di conflitto tra generazioni che si staglia sul nord-est industriale al tempo della crisi, cui fa da spettro speculare il tema del suicidio. Sappiamo che primo nella sezione per Ustica dedicata all’impegno civile (e vincitore di 5000 euro) è stato il Collettivo InternoEnki con M.E.D.E.A. Big Oil, riscrittura della tragedia di Euripide sullo sfondo della Basilicata contemporanea, asservita ai poteri petroliferi. Sappiamo che a completare il quartetto (con 1000 euro ciascuno) sono stati i nO (Dance first. Think later) con Treno fermo a-Katzelmacher – affresco giocato sul testo di Fassbinder di un vago sud impreparato all’arrivo dello “straniero” – e Beatrice Baruffini con W (prova di resistenza), narrazione della resistenza parmense alle aggressioni fasciste del 1922 articolata attraverso un dialogo scenico con una pila di mattoni.

W-prova-di-resistenza
W-prova-di-resistenza – Foto di Tomaso Mario Bolis

Di forte impatto la vicinanza dei temi, sintomo che il teatro dei giovani ha ancora dall’emergenza sociale uno stimolo molto forte: le false certezze di una solidità economica in crisi e la dispersione del senso della famiglia come nucleo impenetrabile, le promesse di un cambiamento nella gestione territoriale delle risorse e nello stampo evolutivo di frange sociali sempre più emarginate, il richiamo alle rivolte passate come esemplare monito al presente. Dunque artisti che hanno idee molto chiare sulla funzione sociale dell’arte e sui suoi contenuti, ma ancora si misurano – ognuno a suo modo – con difficoltà compositive e qualche ingenuità sul piano della ricerca formale ed estetica, parzialmente vittime proprio del loro principale e nobile sostegno, il premio, che li ha condotti fin qui tramite una struttura frammentata. Ma non è che l’inizio, i lavori sono intensi e ricchi di elementi da sviluppare, tra di essi spicca maggiormente la verve ironica dei Fratelli Dalla Via che innestano nella loro struttura dialogica per slogan un’idea scenica minimale; di certo non passerà inosservata l’energia debordante del Collettivo InternoEnki guidato da Terry Paternoster, abile nel comporre una buona drammaturgia e sicura direttrice di attori, cui soltanto servirà di testare gli equilibri dell’intero arco spettacolare; una risposta per tanti attori a chi voleva il teatro di oggi fatto di monologhi o poco più, la stessa del “Katzelmacher” di Dario Aita e Elena Gigliotti che, pur mancando ancora di chiarezza nei contenuti, sorprende per vitalità e qualità ideativa della situazione scenica; qualche dubbio in più coglie la parmense Baruffini, unica in solitario, cui il pericolo retorico rischia di fiaccare l’intuizione metaforica di legare assieme la resistenza storica e quella fisica.

Nel vederli tutti assieme, ultimo passo di un premio che li ha sostenuti e un po’ protetti prima di prendere la via autonoma delle scene italiane, appare evidente come nessuno degli spettacoli (abilmente definiti dall’Associazione Scenario “prime rappresentazioni”) avesse per ora raggiunto la completezza “da bando”, ossia come i tempi di composizione per tutti non fossero adeguati a una piena coscienza del materiale. Le attese che si caricano sulle spalle di questi artisti, come anche nel recente passato, rischiano con molta facilità di sollecitarli fin troppo alla rapida confezione di un prodotto, quando poi sarà il tempo appena successivo a completare lo spettacolo in una solitudine scelta che sia spazio vuoto vivificante, riappropriazione della materia e del rito che, per tramite dell’arte, attesti la propria distanza dal mondo e da quegli accadimenti cui si è concessa attenzione. Nelle sale del Franco Parenti l’ultimo atto di Scenario, dunque, segna invece il primo atto del rinnovato segno contemporaneo.

Simone Nebbia

Visto al Teatro Franco Parenti di Milano in dicembre 2013

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