Le vie en rose: come si uccide Edith Piaf

Foto di Ufficio Stampa
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Ovvio collegare Edith Piaf a una serie di suggestioni: la Parigi della prima metà del secolo scorso, l’esistenzialismo e il nero charmant dei suoi vestiti, la chanson degli autori francesi degli anni Trenta e il mondo che a esse gravitava attorno, il fascino di una vita complessa e faticosa, segnata dal dolore e dal visibilio del successo. Libri, audio-monografie, film e una miriade di documenti dalla morte nel 1963 a oggi hanno accompagnato sino a noi l’immagine, il mito del “Passerotto” che con la sua voce e la figura minuta è rimasto nella storia e nell’anima della sua nazione e non solo.  Troppo facile arrivare con questa valigetta di colori da appiccicare per partito preso su La vie en rose, spettacolo portato in scena al Teatro dell’Angelo da Sonia Nifosi nel ruolo di regista, coreografa e curatrice dei testi. Ci dimenticheremo tutto nel tragitto trafficato fino a Prati, fra le imprecazioni per trovar parcheggio, scorderemo ogni impressione nel constatare l’età media della platea non proprio di ultima generazione mentre, scorrendo il programma della stagione, non potremo non notare come la maggior parte degli spettacoli saranno diretti o interpretati dal direttore Avallone. Si appanneranno le aspirazioni di entusiasmo nel tentativo di evitare i racconti logorroici di un’attempata signora borghese e di schivare le briciole di panino provenienti da un ruspante gruppo di ragazze sedute alle spalle di chi, con l’inclemenza di un ritardo di circa mezz’ora, cerca una penna per gli appunti.

La performance ha l’obiettivo di raccontare la parabola esistenziale e artistica della Piaf in una sorta di mélange che si generi dalla mistura di parola, danza e musica. Antonello Avallone fungerà da narratore nel ruolo di Jean Cocteau, grande amico e compagno di avventure dagli inizi fino alla morte, avvenuta per entrambi lo stesso giorno. Episodi, vicende e figure centrali nella vita di Edith sono intervallati da coreografie montate sulla voce e sulle melodie della cantautrice francese, fornendo dunque alcuni dei principali cenni biografici. L’infanzia in un bordello, le prime esperienze di cabaret, gli impresari, il successo, la vita sentimentale travagliata, la dipendenza da farmaci in associazione all’alcool, la depressione, le soddisfazioni professionali con annessa fama internazionale: ogni cosa scorre fra le note dei pezzi più conosciuti da Mon manège à moi a Je ne regrette rien, da Milord a Padam Padam, senza ovviamente contare la celeberrima La vie en rose, che fuori da qualunque originalità dà titolo allo spettacolo.

Foto di Ufficio Stampa
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Come si diceva, l’intento doveva essere quello di fondere in modo armonico musica, interpretazione attoriale e danza. La prima beneficia delle registrazioni della Piaf, di cui pure non son state certo scelte le più originali o le meno conosciute, cosa che tuttavia può apparire più che comprensibile per creare consonanza tra spettatore e performance. Per il resto l’interpretazione di Avallone oscilla pericolosamente tra una certa discrezione dovuta, si suppone, a qualche anno di esperienza e un’evidente maniera posticcia da teatro commerciale buono al massimo a qualche replica su una televisione locale. La cucitura dei testi è a dir poco banale, limitata a pochissimo più di quanto si possa riassemblare leggendo un paio di notizie sul web. E poi, ecco, ci sarebbe la danza e usiamo il condizionale con cognizione di causa perché a tratti tra didascalie agghiaccianti della coreografia sul racconto, costumi da recita, espressioni e smorfie di calco emotivo da soap opera, a un certo punto sorge il dubbio di star assistendo al saggio di fine anno di una qualche scuola. “Ballo” potrebbe essere forse la parola più appropriata per interrogarsi sui motivi che hanno spinto a fondere classico, modern, post-modern e una specie di contemporaneo nel tentativo di cifrare un genere. Tentativo lodevole qualora si fosse in possesso dei mezzi necessari a portarlo a termine: piange il cuore qui invece a pensare quali possibili espressioni avrebbero corrugato il volto di un Rudolf Laban o di una Trisha Brown a vedere che per danzare La vie en rose un ragazzo prestante e truccato da étoile dei poveri – per amor di verità abbastanza padrone di se stesso per quanto possibile nel contesto – è vestito con un pantalone di raso rosa; dispiace che il tutto sommato apprezzabile impegno di alcune interpreti si scontri con l’agilità vogliamo dire inusuale di altri compagni; e ancora deturpa qualunque volontà di clemenza il fatto che per rappresentare una sala da concerto si debba pensare di vestirsi da orchestrali dietro a un leggio con la canzoncina cantata ad alta voce, come a dire che almeno si dovrebbe fare strada la tenerezza per chi ha imparato a memoria e senza ragione qualche frase in francese.

Per noi che credevamo la didascalia utile solo nei copioni e ci troviamo a scoprire che ancora è una piaga; per presunzione o ignoranza, ancora affligge i palcoscenici anche quando da raccontare ci sarebbe una vicenda che da sé basterebbe a essere straordinaria.

Marianna Masselli

Visto a Roma in dicembre 2013 al Teatro dell’Angelo

LA VIE EN ROSE
di Sonia Nifosi
con Antonello Avallone, Davide Nardi, Susanna Gasbarra, Chantal De Riso, Vanessa Costabile, Valeria Bertoni, Diletta Rosati, Stefano Minichiello, Vincenzo Persi, Mattia Di Napoli, Rita Mastronardi
scene e costumi Red Bodò
consulenza artistica Giammichele Meloni

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