Il teatro come educazione. Il modello di Scena Maestra

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Raffaello, La scuola di Atene (1509-1510)

In un momento cruciale per la situazione culturale della Capitale, quando siamo in attesa di sapere il verdetto che decreterà le sorti dei prossimi tre anni al Teatro di Roma e mentre proprio lo Stabile è in attesa di vedersi saldati dagli Enti locali debiti milionari, cerchiamo con queste brevi note di investigare se e come e dove, nel Comune di Roma Capitale (epiteto che ormai suona quasi ironico) ci siano strutture che funzionano, che riescono, grazie a un solido progetto e a solidi rapporti, a produrre cultura, intorno a essa a ragionare. Scena Maestra è il titolo di un progetto attivato per il secondo anno dalla Casa dello Spettatore – fondata nel 2011 da Giorgio Testa dalle ceneri del Centro Teatro Educazione dell’Eti – grazie a un affidamento diretto del Municipio VII (ex Municipo IX), dedicato a gruppi specifici di spettatori come percorso di approfondimento sul linguaggio del teatro a partire dalla programmazione romana. Uno dei pochissimi esempi di come si possano acquisire dei finanziamenti non più solo per la produzione artistica, ma direttamente per il cittadino spettatore.

La radice lontana è nella convinzione che il teatro sia legato all’educazione. Un’idea antica, quella di un teatro come qualcosa che forma di per sé, idea che solo nel mondo moderno ha smesso di essere reale. «C’è quella meravigliosa battuta de Le Rane di Aristofane, in cui Eschilo dice: “I bambini hanno il maestro, gli adulti hanno il teatro”».
In una delle sue incubazioni, nel 2005, il progetto doveva chiamarsi Scena Comune, perché si pensava di dedicarlo al personale del Comune di Roma: «Eravamo arrivati a stabilire che il CTE avrebbe organizzato per il Comune un vero e proprio servizio. La cosa non fu mai realizzata a causa del trasferimento in altri uffici del referente, del cambio della Giunta, dell’avvento del Centrodestra e via dicendo». Anni dopo, con la nascita della Casa dello Spettatore, il progetto è stato recuperato dagli archivi di quelli purtroppo “non realizzati” e si è aperta la possibilità di portarlo a termine tramite l’aiuto diretto dei municipi. I destinatari non sono però più soltanto gli insegnanti, ma «la scena è “maestra” anche per altri gruppi: educatrici, anziani e famiglie», spiega Sara Ferrari, che coordina il progetto. La prima annualità è stata dedicata per educatrici e insegnanti di asili nido e scuole dell’infanzia; per le famiglie, intese come genitori di figli compresi da 0 a 14 anni; e per gli anziani, in collegamento con il Centro Famiglie di Villa Lais, che ha avuto la funzione di «centro organizzativo» con cui ci siamo relazionati e con il Centro Servizi di Via Terni 9.

il volantino di Scena Maestra
il volantino di Scena Maestra

Ai tempi del CTE avevano visto la luce altri progetti dedicati alla formazione delle maestre, uno dei quali si chiamava Vedere/fare: l’educazione teatrale nella scuola dell’infanzia, «che insegnava loro – prosegue Testa – come insegnare ad andare a teatro… andando loro per prime a teatro. Questo modello della visione come momento di formazione strutturata faceva parte del loro corso di aggiornamento, tanto è vero che allora compravamo gli spettacoli così come si compra un libro o una dispensa».
Il format di Scena Maestra arricchisce quattro spettacoli selezionati nelle stagioni romane (qui il calendario completo) con due incontri di circa un’ora e mezza condotti pre e post-visione, seguendo lo stesso modello di base che articola tutte le attività della Casa dello Spettatore. Gli spettacoli e gli incontri sono scelti su base tematica e di linguaggio secondo la tipologia specifica del gruppo, in modo che «si possa poi esplicitare nella pratica il principio secondo cui la scena diventa maestra». E allora, ad esempio, «le famiglie si specchiano in famiglie immaginarie, gli anziani vanno a pescare la relazione tra generazioni; le maestre vedono messe in atto a teatro cose che loro vedono in origine dentro ai bambini».

In entrambe le annualità la selezione tematica prevede un ultimo spettacolo in cui si va incontro a un linguaggio che «devia un po’ – spiega Ferrari – mostrando un linguaggio diverso, ad esempio quello del teatro ragazzi o della danza. Il tema c’è sempre, ma la cura del progetto sta nel portare gli spettatori a incontrare una pluralità di linguaggi e di luoghi». Questo perché i teatri frequentati si trovano anche fuori dal territorio del Municipio che sostiene e la loro scelta desidera mettere in evidenza le differenze nel tipo di spazio che il teatro abita.

il logo della Casa dello Spettatore
il logo della Casa dello Spettatore

In termini strettamente burocratici e monetari, all’indomani dell’approvazione di un progetto dettagliato, è stato accordato un affidamento diretto da parte del Municipio VII all’associazione culturale nazionale Agita (forma giuridica cui la Casa dello Spettatore si appoggia), per un budget complessivo, nel primo anno, pari a 10.000 euro lordi, comprendente sia il costo dei biglietti sia il compenso per i formatori, permettendo così ai partecipanti di usufruire del servizio in forma totalmente gratuita. Il Centro Famiglie di Villa Lais e il Centro Servizi si occupavano della gestione di famiglie, anziani ed educatrici – indicate dai dirigenti delle scuole e per le quali il progetto valeva come corso di aggiornamento svolto in orario di lavoro, timbrando un cartellino. Per il secondo anno il budget ha raggiunto i 15.000 euro, includendo però una piccola quota versata dai partecipanti, «cosa che diventa anche un mezzo per responsabilizzarli». In ogni caso stiamo parlando di un costo più che sostenibile, che permette di accedere a un percorso di 4 spettacoli e a circa dieci ore di formazione per 30 euro. E in cambio anche l’offerta si è allargata, includendo un percorso speciale chiamato Tre domeniche a teatro – che porta le famiglie a teatro, organizzando per loro un incontro prima dello spettacolo per prepararsi alla visione insieme a un operatore – e, da gennaio, La nascita dello spettatore, in cui il gruppo delle insegnanti che partecipa al progetto per la seconda annualità segue un programma particolare che non prevede l’andare a teatro, ma una forma più laboratoriale svolta a scuola con i bambini: «Loro che sono stati “spettatori imparanti” vengono coinvolti su come il bambino diventa spettatore».

Scena Maestra è solo il nome del progetto, ma, spiega Testa, «rappresenta una “dimensione permanente” della Casa, che segue il principio di Aristippo, di diventare cittadini migliori tramite il mezzo del teatro. L’idea è quindi quella di sistematizzare il format Scena Maestra in altri municipi o anche applicarlo a basi tematiche o di linguaggio: «In fondo – riflette Testa – ogni tema si svolge in un linguaggio e ogni linguaggio ha qualcosa da dire. Il punto è dove si vuole porre l’accento». Il primo appuntamento, quello con Zio Vanja il 12 dicembre, inaugura tutti i percorsi e sarà un momento per far incontrare i tre gruppi, che nello spettacolo di Čechov hanno trovato ciascuno spunti specifici e dunque si sono preparati in tre modi diversi.

«Tutto si regge su una metodologia radicata e pensata in anni e anni», spiega Testa. Per portarla avanti occorre comprendere e sostenere una e una cosa soltanto: la formazione di una comunità: «Si invitano i parenti, si inaugura con una festa, al primo incontro si portano 120 persone nello stesso teatro. C’è infatti tutto uno sciame di spettatori intorno a quelli formalmente iscritti al progetto. È questo a creare comunità, a formare un “indotto della comunità”».
Replicare il format di Scena Maestra in altri municipi, o addirittura in altri comuni, sarebbe possibile solo a patto di tornare politicamente a vedere il teatro come fondamentale mezzo di educazione. Ma per questo deve esserci una volontà politico-culturale forte. A quanto pare più forte di quella attuale.

Sergio Lo Gatto

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