Hedda Gabler di Antonio Calenda. Un altro Ibsen che sa di muffa

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foto Tommaso Le Pera

Qualche mese fa al Teatro Argentina andava in scena Hedda Gabler di Thomas Ostermeier, il dramma di Henrik Ibsen scritto nel 1890 prendeva corpo su un girevole nel quale si elevava il loft borghese di Hedda e Jorgen: recitazione mai sopra le righe e una ironia pronta a irrorare la tragedia di nero sarcasmo. Spettacolo insomma contemporaneo, non tanto per l’ambientazione, ma per quella leggerezza con cui il dramma veniva giocato, senza il bisogno di far apparire Jorgen più inetto di quanto lo scrittore norvegese già non lo avesse dipinto e poi lei, Hedda, afflitta da un male di vivere senza tempo. Quella in scena dal 17 al 22 dicembre al Teatro Quirino è una produzione il Rossetti (Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia), al timone il sempreverde Antonio Calenda, ma la distanza con il teatro sito in Kurfürstendamm 153 è abissale.

Come d’altronde è stato per l’altro Ibsen ancora in scena a Roma e firmato da Gabriele Lavia, I Pilastri della società, anche nello spettacolo visto al Quirino la messinscena classica è accompagnata da una recitazione viziata e insopportabile. Oramai sembra essere un marchio di fabbrica di certi Stabili. Eccezion fatta per Manuela Mandracchia, i personaggi disegnati da Calenda e dagli attori sono monodimensionali e ogni interprete si guarda bene da non andare oltre il proprio compitino. È vero che la vicenda ruota attorno a Hedda, creazione tra le più affascinanti che la letteratura teatrale ci abbia lasciato, proprio per quella disinvoltura con cui entra nel Novecento sbattendo le porte, ma è anche vero che in questo caso sembra di assistere a dialoghi tra personaggi sordi o comunque non educati a una lingua comune. La recitazione di Mandracchia è raffinata e capace di trasmettere un’ampia gradazione cromatica, la sua Hedda è altera, ma anche patetica, sempre a due passi dalla nevrosi che la porterà alla tragedia. Eppure dovrebbero apparire tangibili anche i sentimenti del giovane marito, Jorgen (Jacopo Venturiero), alle prese con un amore non corrisposto (e dunque con tutta la finzione matrimoniale che ne scaturisce) e con una carriera messa a dura prova dalla concorrenza di Ejlert, l’amico di un tempo, interpretato da Massimo Nicolini. Performance anche quella di Nicolini che non lascia intendere umori chiaroscurali, si legge una certa follia sin dall’inizio accompagnata da una durezza d’animo monolitica e incapace di far trasparire, neanche minimamente, la vitalità del giovane intellettuale di successo. Ed era questa leggerezza che rendeva credibili gli attori tedeschi diretti da Ostermeier.

Nel caso di Calenda la scelta è quella di ambientare il dramma nella Norvegia di fine Ottocento – in una scena nera e animata solo da drappi blu notte –, idea a cui si è dato seguito nei costumi e nella traduzione di Roberto Alonge. Ma al di là dell’ambientazione è ancora con la credibilità che deve misurarsi il palcoscenico. A rendere giustizia a un ideale di rigore e classicità – che vede nel rispetto del testo la propria stella polare – non sono fantocci dal linguaggio recitativo anacronistico e sempre uguale a se stesso, ma le vite di personaggi in carne ed ossa; semplicemente, è ancora questo realismo dei sentimenti a tenere la schiena dritta degli spettatori.

Andrea Pocosgnich
twitter @andreapox

Visto al Teatro Quirino, dicembre 2013 [cartellone 2013/2014] Roma

Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia
Compagnia Enfi Teatro
HEDDA GABLER
di Henrik Ibsen
con Manuela Mandracchia
Luciano Roman
e con (in ordine di apparizione)
Jacopo Venturiero Simonetta Cartia
Federica Rosellini Massimo Nicolini
Laura Piazza
scene Pier Paolo Bisleri
costumi Carla Teti
luci Nino Napoletano
musiche Germano Mazzocchetti

regia Antonio Calenda

foto di Tommaso Le Pera

Comments
  • Paolo 27 dicembre 2013 at 14:22

    Guardavo lo spettacolo, la scorsa settimana al Quirino, e gli stessi dubbi di Pocosgnich mi assalivano: come si può rappresentare Ibsen nel XXI secolo senza correre il rischio di annoiare, presentando il solito ron-ron novecentesco? La Mandracchia ha ben alto spessore artistico, e non può rassegnarsi ad essere chiusa in un cubo vellutato nero, circondata da fantasmi del passato (per carità, bravi, efficaci, ma al servizio di un gioco registico che non ci aspettiamo più, ormai, sulle scene italiane). Peccato, perchè si sprecano energie validissime (ripeto, non solo quelle, eccelse, della protagonista, ma anche quella di Roman e Venturiero. Peccato. Si può osare di più, davvero.

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