Quella complicità mortale. Carmen o della violenza d’amore

Mai più -  foto matteo abati
Mai più – foto Matteo Abati

Il foyer del Teatro del Lido è pieno; molte le motivazioni: i due artisti della serata, Giovanna Velardi e Filippo Luna, hanno schiuso le tende del loro lavoro in un laboratorio di due giorni una delle possibili, o forse perché lo spettacolo Carmen Duo sembra rispondere compiutamente a quella richiesta di sensibilizzazione e denuncia di violenza contro le donne, fulcro di No More, rassegna di spettacoli dibattiti e foto dal 15 novembre e fino al 1° dicembre. Complice probabilmente pure una gelida brezza di fine novembre, quale che sia il motivo, il teatro di Ostia, per anni modello della gestione partecipata, poi occupato e ora di nuovo riconosciuto all’interno della comunale Casa dei Teatri, costituito come associazione di associazioni, dimostra così di essere centro d’aggregazione sociale e culturale. Un pubblico vario e, quasi inaspettatamente visto il tema, non composto di sole donne si aggira tra le pareti bianche striate di fucsia, tulle dal colore fluo che velando svelano Mai più, una mostra di fotografie scattate durante il corteo delle donne di Ostia contro il femminicidio. A essere un po’ più attenti, un po’ meno miopi, ci si imbatte in piccoli quadratini di carta: non facce agguerrite, non sorrisi fiduciosi, ma nomi e stralci di storie di donne vittime di questo razzismo scambiato per passione, piccole cartoline mortuarie riportano dati oggettivi che da soli bastano a destare orrore.

Entrati in sala, rimane solo per un po’ la sensazione stridente di quell’accostamento per contrasto, che lo spettacolo ricalca a suo modo asciugando la storia della gitana Carmen che tutti faceva perdutamente innamorare, per concentrarsi piuttosto sul conflitto di passioni che scaturisce nell’incontro tra due persone. A tutto ciò serve soltanto una scena essenziale, una tinozza d’acqua e l’agire dei due interpreti; è emotivamente segnata dallo scontro di due forze uguali e opposte: attraente e distruttiva, luce calda e luce fredda, due modalità di approccio – danzatrice e coreografa lei, attore lui –, alternanza di silenzi e musica, per la gran parte quella riconoscibilissima di Bizet.

Carmen duo - foto Matteo Abate
Carmen duo – foto Matteo Abati

Carmen, attraente e fatale, parla francese , parole dette per sé stessa o per contrappunto urlate, in cui comunicativo è il suono più che il significato, nell’ammaliante dolcezza e nella volgarità che nascondono. Carmen – corrispettivo femminile del Figaro «che tutti vogliono» – danzando ostenta la propria femminilità e il proprio sesso, ma anche il suo essere sciagurata bambina; ostacoli al suo amare non ve ne sono, se non quell’amore stesso. E poi c’è lui, Don José diremmo da libretto, l’uomo indifferente che lentamente perderà la testa per la bella sigaraia, capace di provare per lei ardore, possesso, ira, chiedendo pietà, fingendo la morte, infliggendola per non soccombere. Lo sviluppo tra i due si lascia seguire bene suggerito dalle azioni che, nella danza (perfetta di lei, goffa forse volontariamente quella di lui), trovano visualizzazione di un’ampia gamma di sentimenti, di frammenti immaginifici dell’amoroso discorso. Non servono quelle parole che pure sono dette esplicitando in poche battute quanto già reso con altri mezzi, quasi si avesse paradossalmente poca fiducia nel potere narrativo e comunicativo del movimento. Racconta molto di più il provare a sfiorare una mano che sfugge e che continuamente si offre alla sfida, arriva – suscitando nel fragoroso pubblico perfino un applauso a scena aperta, un incoraggiamento a quella ribellione casalinga mancata a tutte le “morti rosa” – la supremazia di una donna che conduce il gioco, cavalca letteralmente l’uomo, lo tiene per le briglie dell’infatuazione fino al rovesciamento finale in cui, pieno di gelosia per quell’amore non più concentrato su di sé, è lui a suonare il tamburo, ogni battito è colpo sul corpo di lei, segue il ritmo la danza violenta di scatti, e non lascia respiro fino alla fine, la sua.

Mi vengono all’occhio alcuni manifesti affissi nei cunicoli della metropolitana, manifesti dedicati all’appena trascorso 25 novembre Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne, quasi a soccorrermi in un’affermazione chiara e rischiosa: la violenza subita senza denuncia è complicità. Carmen, bellissima, non può scampare alla propria tragica fine, è complice del proprio stesso martirio perché non si ribella alle maglie di un gioco considerato troppo grande. Del resto non un mostro è Don José, fin troppo umana la sua catabasi mortale, discesa negli inferi della mente a cui arriva pur non volendo come unica irreversibile soluzione. Allora la responsabilità pende su entrambi, fa sì, per entrambi, che quella danza vorticosa non sia l’ultimo movimento di morte. Come continue maglie di una rete che interseca i propri punti in comune, giunge all’orecchio ancora una voce, quella roca e cantilenante di Mariangela Gualtieri che per le stesse ragioni ieri proponeva un reading di sue poesie al Palazzo delle Esposizioni, di cui ricordo questa, tratta da Fuoco Centrale (e altre poesie per il teatro): «Io non so se l’amore sia una guerra o una / tregua, non so se l’abbandono d’amore / sia una legge che la vita cuce fino al / ricamo finale». Con la speranza che sia tregua, che quel ricamo non necessiti di miopia.

Viviana Raciti

CARMEN DUO

visto al Teatro del Lido di Ostia in Novembre 2013
ideazione e coreografia Giovanna Velardi
in collaborazione con Filippo Luna
con Giovanna Velardi e Filippo Luna
costumi Dora Argento
luci Danila Blasi
musiche Bizet – Arvo Part – R. Shoedrin