KanterStrasse. Fuori e dentro il Muro

Muro
Foto di Ilaria Costanzo

Rimanevano pochi mesi di vita a Franco Basaglia, pur senza saperlo, quando nel 1979 partì per Rio de Janeiro dove avrebbe tenuto un ciclo di conferenze sul suo lavoro di psichiatra, animatore in quegli anni della rivoluzione capace di modificare per sempre la percezione e l’ordinamento dell’istituzione manicomiale in Italia, immaginando quella Legge 180 che segnò un passaggio decisivo verso la modernità dei diritti umani nel nostro paese. O, almeno, un primo atto per una presa di coscienza collettiva. In quelle Conferenze brasiliane (edite con omonimo titolo da Raffaello Cortina, 2000), Basaglia articola la sua esperienza e inizia suo malgrado a storicizzarla, serbandola contro i ritorni di una storia fin troppo mobile. E dimentica di tutto. C’è una frase molto bella che rende con precisione le intenzioni di quella battaglia: «Passo dopo passo, disperatamente trovammo la maniera di portare chi stava dentro fuori e chi stava fuori dentro», definendo così il grande sforzo di far conoscere all’opinione pubblica la situazione interna dei manicomi italiani, compiendo una vera trasformazione culturale, e insieme di immaginare un futuro oltre il muro, oltre le reti in cui erano costretti da decenni gli ospiti dell’istituzione. Non a caso “Entrare fuori, uscire dentro” è lo slogan carpito dal Santa Maria della Pietà di Roma per dare vita al Museo Laboratorio della Mente, dal 2008 nel padiglione 6 a illustrare una storia più che contemporanea. Non a caso torna l’espressione anche di fronte a questo Muro, spettacolo della formazione KanterStrasse diretta da Ciro Masella, che dalla sala del Teatro Studio Krypton di Scandicci, raggiunto per Zoom Festival 2013, costringe a ripensare più di trent’anni dai fatti trattati.

Nannetti Oreste Fernando, NOF4, quattro come i luoghi di reclusione in cui ha vissuto: orfanotrofio, carcere, due manicomi. Pensato sulle sue lettere, sulla sua follia visionaria, questo spettacolo nasce dall’urgenza di manifestare la vitalità di un pensiero non derivato, puro, esplicitato dalla scrittura come atto di una fuga impossibile da compiere davvero, prigioniero in manicomio e, infine, in sé stesso. Nannetti finì alla sezione giudiziaria Ferri dell’ospedale psichiatrico di Volterra, o meglio, nell’osservatorio astronomico di ingegneria astronautica mineraria in cui era convinto di lavorare. La fantasia lo trascina fuori, lo spinge dove non ha mai immaginato, non già in una città – anche se animato dal continuo desiderio di raggiungere la sua Roma – ma nel luogo dove ciò che dice e pensa ha un senso: la luna, gli astri, lo spazio celeste. Il “muro” è quello della scrittura, i graffiti di un pensiero insopprimibile che sfogano il desiderio nella proiezione, l’invalicabile segreto di ogni recluso che resta di fronte agli occhi anche quando è ormai dietro le spalle.

Muro
Foto di Ilaria Costanzo

Sotto una luna gigante a centro scena (di Eva Sgrò), un cumulo di vestiti, pentole, vasi da notte, oggetti che rimandano a quel luogo ma lo rappresentano in una forma traslata, una montagna di “roba” che non appartiene più a nessuno, oggetti ignoti da cui nasce non il malato, ma la proiezione della propria malattia. Un clima da sbarco alieno avvolge questa scena soffusa, una parca luce siderale (di Marco Santambrogio) induce una sequela anagrafica dalla voce off, tre attori si liberano di un casco da astronauti e attendono alla nascita, per poi raggiungere frontalmente il confine con la platea graffiando – e griffando – una pietra della propria scrittura.
Quattro attori – con Masella, Marco Brinzi, Simone Martini, Riccardo Olivier – è proprio il caso di dirlo. Nel panorama del teatro contemporaneo in cui molti spettacoli rispondono a una poetica di contenitore più che di contenuto, in cui si “creano” spettacoli direttamente col pensiero del luogo dove andranno presentati (“da festival” o “da pubblico”, per intenderci), fa piacere trovare ancora chi va in scena con il desiderio di farla vivere, e basta. Componendo spettacoli, insomma, esclusivamente “di teatro”.

La storia di Nannetti è una storia vera, i suoi graffiti sugli intonaci hanno ricoperto due muri da 180 e 102 metri (oggi ne restano preservati in tutto 53 metri, ma pericolanti), i suoi “fogli” furono pubblicati nel 1985 e l’autore ebbe in cambio due milioni di lire, non graditi. Portata in luce dai giornalisti Laura Montanari e Fabio Galati, passa poi per la mano di un drammaturgo come Francesco Niccolini, autore fra i più stimati, in grado di comporla perché la cura di Ciro Masella la plasmasse per la scena. Questo passaggio duplice, da una drammaturgia a una drammaturgia di scena, è fondamentale e si rende visibile soprattutto nel delicato svelamento del tema del doppio, attraverso un climax urlato che rompe volutamente nel silenzio, con la sapienza artigiana di dialoghi mai anticipati e la fluidità di poche soluzioni registiche ben centrate come il passaggio del personaggio Nannetti da un attore all’altro, ritrovando poi il primo nei panni del medico che interagisce con il malato. In questa zona grigia fra medico e paziente, generata da uno spostamento percettivo del primo che deve ammettere e abituarsi a una logica totalmente altra, si comprende allora meglio il conflitto intimo di ogni recluso, il perimetro entro cui è confinato il corpo, la propria capacità di relazione, la vita quotidiana. «Entrare fuori» non è possibile, certo a meno di essere un colonnello astrale in grado di comunicare telepaticamente, un ingegnere astronomico con un mondo intero oltre il muro, barriera di fuori per la vita di dentro.

Simone Nebbia

Visto al Teatro Studio Krypton per Zoom Festival in novembre 2013
Scandicci, Firenze

MURO
vita di N0F4, astronautico ingegnere minerario nel sistema mentale
di Francesco Niccolini, Laura Montanari e Fabio Galati
con la collaborazione di Luigi Rausa e Filippo Quezel
con Marco Brinzi, Simone Martini, Ciro Masella, Riccardo Olivier
Scena Eva Sgrò
luci Marco Santambrogio
drammaturgia e regia Ciro Masella
con la collaborazione di Erika Gabbani – Nasonero
una produzione KanterStrasse Teatro
in coproduzione con Uthopia/tra Cielo e Terra e Comune di San Giovanni Valdarno
con il sostegno di Regione Toscana