Come viviamo la morte. Tanti saluti all’ipocrisia

foto Ufficio Stampa
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Ci sono spettacoli che, traendo vita e forza da un’idea critica, riescono a portare sulla scena qualcosa di potente. È sicuramente il caso del lavoro Tanti saluti di Giuliana Musso, andato in scena al Teatro Comunale di Pergine il 14 novembre 2013. Il suo è uno spettacolo che ci ricorda come la nostra società non abbia più una corretta percezione del morire. Messaggio veicolato attraverso situazioni drammatiche, pezzi di clownerie o più in generale momenti squisitamente teatrali che offrono agli spettatori un po’ di sano divertimento e di poesia. Molto semplice è la costruzione drammaturgica e registica: il palco ospita al centro una piccola parete nera (che i tre attori useranno per i cambi d’abito e per riporre piccoli oggetti) e una cassa da morto a rotelle, con sopra tre nasi rossi. A poco a poco si scopre il valore simbolico della bara, che non ha un destinatario preciso perché appartiene a tutti: alla casalinga animata dalla preoccupazione quotidiana di portare a spasso il cane e cucinare la pizza, all’imprenditore corrotto che tenta di comprare la morte con soldi e prostitute, così come alla madre che fa ogni tipo di esercizio fisico o di intervento estetico per apparire più giovane della figlia.

Bonariamente, gli attori ricordano che appartiene anche agli spettatori, portando davanti alle fila di poltrone una sveglia su cui è segnata la loro ora finale. La circostanza di base diventa così il punto di partenza per costruire due variazioni sul tema. Da un lato, il motivo comico, che gli attori segnalano indossando i nasi rossi e costruendo degli sketch deliranti nei quali la morte è un pretesto serio per giocare – notevole, in questo senso, il momento in cui Gianluigi Meggiorin esegue la sinfonia Oggi è un bel giorno per morire per elettrocardiogramma solo, mimando il gesto di strapparsi e lanciare in aria il cuore. Il motivo serio arriva invece quando gli attori si tolgono il naso rosso e recitano alcuni monologhi puliti, precisi ed essenziali, condividendo il tema dell’accanimento terapeutico e il racconto della disumana quotidianità negli ospedali. Ciascun monologo attinge a un repertorio di testimonianze reali, che Musso ha raccolto facendo interviste direttamente sul campo.

foto Ufficio Stampa
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I due motivi hanno delle differenze di scopo, oltre che di tono e contenuto. Quello serio presenta la parte costruttiva del messaggio critico, esprimendo spesso concetti molto interessanti sul piano civile o persino a livello filosofico: argomentazioni come l’idea che la qualità di un ospedale sia traduzione visibile della qualità di un paese, che il malato sia diventato un corpo dal quale trarre commercializzazione e profitto, che le leggi sulla sanità ostacolino il lavoro di infermieri e medici, ma anche un livello di degrado umano tale per cui i degenti non vengono più chiamati per nome proprio, bensì con i nomi delle proprie malattie. Il motivo comico lavora invece sulla parte distruttiva del messaggio prendendo in giro tutte quelle persone che vivono sentendosi come dèi immortali. L’attacco va all’ipocrisia della nostra società, la cui menzogna veicola strategie di “cosmesi della morte” dando la falsa rassicurazione che sia possibile non morire e restare sempre giovani. Al “non pensarci”  della società che pretende vanamente di poter curare la morte, Musso oppone invece un “non pensarci” di altra qualità, più saggia e realistica contro l’ingiusto e stolto comandamento di tutelare a oltranza la nostra esistenza, anche quando non è più degna di essere goduta.
Evitando di arrancare in quella “vita diminuita” che fa di tutto per vincere ciò che è di per sé invincibile. E se a un certo punto la vita piena diventa intollerabile, per una malattia cronica o altro, si potrà sempre contare su quei medici e quegli infermieri non ancora corrotti dalla menzogna, che hanno capito che il loro mestiere consiste nel dare a chi è afflitto le due sole cose a cui tutti gli uomini segretamente ambiscono: sincerità e assenza di dolore. Lavorare dunque per la qualità dell’ultimo attimo di vita, piuttosto che prediligere una morbosa attenzione alla quantità dei giorni.

Alla fine dello spettacolo, l’ultimo regalo che Musso fa allo spettatore è lo spaccato di un commovente scenario oltre-mondano, dove i morti telefonano ai loro cari – usando come cabina telefonica la bara aperta e rovesciata sul lato corto – per dare l’ultimo gioioso saluto prima di imbarcarsi verso l’Aldilà, mentre Bruno Lauzi canta Onda su onda. Un’immagine davvero poetica, un abbandono fiducioso all’ultimo naufragio su di una terra migliore, sulla spiaggia di un’isola più bella.

Enrico Piergiacomi

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visto al Teatro Comunale di Pergine (TN) nel novembre 2013

TANTI SALUTI
di Giuliana Musso
con Beatrice Schiros, Gianluigi Meggiorin, Giuliana Musso
regia Massimo Somaglino
direzione clown Maril Van Den Broek
ricerca e drammaturgia Giuliana Musso
direttore tecnico Claudio Parrino
organizzazione Patrizia Baggio
produzione La Corte Ospitale con il sostegno di Bassano Opera Estate, Festival Fondazione Teatro Civico di Schio, Echidna Associazione Culturale