Bartolini/Baronio. Biografie di ignoti

Carmen che non vede l'ora
Mat Photo 2013

«Facciamo che io sono Carmen». Inizia così uno spettacolo minuto, di quelli sempre sotto silenzio in una città urlata e che invece conserva ancora il segno genuino e appassionato nelle storie che passano di mano e di bocca, toccate e sussurrate da un’umanità mossa da relazione, senso di comunità. C’è ancora, dunque, una città. Nonostante i suoi abitanti si stiano sfigurando in tanti abili automi della funzione. Si può essere, anche senza dover essere qualcosa. Questo mi viene in mente – e uso la prima persona qui come un valore espressivo determinato e determinante – quando vedo in scena Tamara Bartolini e Michele Baronio sui piccoli palchi di una Roma un tempo affascinata dagli artisti che ora la stancano. Mi viene in mente guardandoli muoversi e guardandosi fra loro, io in platea li scopro innamorati della loro unione e della materia che non poteva non essere qui, raccontata con sincerità, tradotta per la scena dopo la sua esistenza prima in chissà quale quartiere di chissà quale città. Tanto, intimamente, sono tutte uguali.

Carmen che non vede l’ora, presentato sul palco riordinato ma sempre caldo del Teatro Argot Studio, apre una stagione rinnovata dall’affiancamento con il progetto di rete Dominio Pubblico, immaginato insieme al Teatro dell’Orologio. Carmen è una donna, prima di tutto. Questo non è del tutto scontato. Non è del resto nemmeno una questione di genere (o forse sì, ma per altri motivi e lo vedremo). Carmen è una donna, è umana e tanto si palesa nel gioco di Bartolini/Baronio, quel “facciamo che io ero” già sintatticamente sbagliato, consecutio temporum agibile soltanto da chi fa teatro (e ricordo a proposito il mirabile esempio di Andrea Cosentino e i suoi Primi passi sulla luna). Facciamo ora che io ero allora. E proprio per questo, perché sono qui a raccontarvelo, sono anche ora. C’è allora un rimando memoriale che passa di mano e di bocca fino a giungere qui, su qualche pedana e un nero manto di moquette. C’è la vita dei due artisti e c’è la vita di Carmen, la sua femminilità privata e di cui è privata, lo stupro domestico del corpo e della dignità, l’attesa dell’amore che non conosce eppure anela, del divorzio che la affrancherà di una scelta fatta per lei, il desiderio di libertà che, giunta, diverrà liberazione: la sua vita, passata per loro come i negativi per mano di un fotografo.

Carmen che non vede l'ora
Mat Photo 2013

Fotografie. Proprio dalle immagini tutto comincia. Lì a fianco un divano a centro scena, con due aste e un giradischi attorno, molte istantanee sparse in terra, come quando si cerca non un’immagine precisa ma tutte quelle che la nostra memoria ha dimenticato, o conservato in uno spazio segreto. Di fronte agli occhi riacquistano valore e sentimento, di nuovo vivificate dall’amore – lo scatto – che le ha prodotte. Carmen è allora di fronte proprio agli occhi di Tamara e Michele, le sue foto sono mescolate alle loro. Solo allora possono “fare ora che erano lei”: nel corpo e nella voce di Tamara Bartolini che sceglie di non interpretare, non “entrare nel personaggio” ma semplicemente di creare una relazione con chi la ascolta per tramite di Carmen a sostegno delle sue parole, dei suoi movimenti; nella musica di Michele Baronio che – ci tengo molto a dirlo – è una delle voci della scena musicale romana più intense, ma anche e chissà perché più ignorate e nascoste.

E allora la musica – grazie anche all’amicizia e la collaborazione di Lucilla Galeazzi autrice di alcune canzoni originali che, sull’esempio di Giovanna Marini, conserva e riproduce una tradizione popolare antichissima – permea la scena e il racconto di Carmen, confeziona alcuni accorgimenti visivi di rilievo come la proiezione delle diapositive sul ventre di lei, le calde lucine-lucciole appese nel vuoto o la giostrina artigianale poggiata su una pedana realizzata al momento, per essere l’oggetto del loro pensiero. Con il lento movimento della giostrina si fanno carico del racconto che hanno attraversato, accompagnano Carmen verso l’uscita, le ombre sul muro si fanno grandi, cellula dell’immagine reale è il teatro che avvolge e ricrea la storia umana.

Simone Nebbia

Visto al Teatro Argot Studio in ottobre 2013

CARMEN che non vede l’ora
drammaturgia Tamara Bartolini
sonorizzazioni, canzoni, musiche originali Michele Baronio
suono Michele Boreggi
regia Tamara Bartolini Michele Baronio
co-produzione | Residenza Carozzerie | n.o.t
co-produzione Sycamore T Company
produzione Bartolini/Baronio
produzione della prima fase del progetto in forma di Recital Associazione Cantalavita di Lucilla Galeazzi che ha gentilmente concesso alcune sue canzoni originali