Atlante XXXIII – La qualità delle arti

lego300
foto da ansa.it

Dopo la tempesta. O, meglio, la deflagrazione di linguaggi e codici, la dispersione dell’unitarietà compositiva, la riconoscibilità del contemporaneo quasi solo nella creazione frammentata e troppo spesso disarticolata. Dopo tutto questo, benefico è un convegno sibillino che Giancarlo Cauteruccio ha deciso di portare nel suo Zoom Festival di Scandicci, alla sua ottava edizione. Ma cosa c’è di sibillino? Di certo il titolo: La qualità delle arti, con troppe sfumature e imbarazzi per non invogliare a una discussione. A curarlo è Attilio Scarpellini, portatore della scelta determinante di coinvolgere artisti e critici in una riflessione tanto intensa quanto più evasiva, avventata e inguaribilmente parziale. In una sala del Cna di Scandicci, dunque, dopo il battesimo non certo “istituzionale” ma partecipato e propositivo di Ilaria Fabbri responsabile per cultura e spettacolo della Regione Toscana, con i curatori Pietro Gaglianò, Graziano Graziani, Paolo Ruffini, Rodolfo Sacchettini e chi scrive, a parlare di percorsi creativi sono state tre donne, tre artiste diverse per provenienza e per tracciati artistici come Lisa Ferlazzo Natoli, Chiara Lagani, Silvia Rampelli. E mai occasione fu più opportuna perché si potesse entrare nel laboratorio creativo da prima che si apra un luogo di creazione.

Il tema è però scottante, l’imbarazzo che provoca è pervasivo e lascia sempre con la sensazione di compiere un abuso. Prendendo in prestito le parole di Scarpellini nella lettera di intenti, la qualità nelle arti non è riscontrabile nei prodotti ma nei processi, per il semplice fatto di essere un errore, il risultato di una magia preordinata e casuale insieme, più precisamente «una forma di naturalezza ottenuta con mezzi artificiali o un artificio che instaura un nuovo tipo di natura». Quindi, formalmente, non esiste. Bensì può farlo in un territorio in cui non entra nessuno se non il titolare dell’azione: sia essa più espressamente artistica o si occupi di critica delle arti, sia cioè artistica di secondo grado, il luogo è privato e solo attraverso lo sforzo di posizionamento di sé nel mondo sa diventare, può diventare, pubblico, fruibile, espanso.
Di qualità si può parlare attraverso uno smarcamento che dovrebbe, con espressione di Sacchettini, indicare invece la «specificità» delle arti. Ossia ciò che sottendono, dove si rivolgono, qual è la loro essenza nel panorama contemporaneo, il cui concetto non sia inteso come effetto attuale ma atemporale, fuori da ogni categoria e quindi resistente al logorio del tempo o anche, forse meglio, quando arte e critica siano sublimati nell’artista stesso e la sua opera.

A minare la qualità dei prodotti culturali, seguendo ancora il richiamo di Scarpellini, c’è, a un primo ragionamento, la bassa qualità dei processi, coinvolti da un sistema vorace che spinge a comporre tanto e in fretta, ossia al contrario di come dispone la germinazione. Di tale dispersiva velocità il teatro è vittima, consapevole o meno, secondo due linee di partecipazione: quella pregressa della lavorazione, quella postuma dello spettatore. Se la prima dipende dalla responsabilità di meccanismi produttivi sempre più frammentati e zampillanti, al punto che non sa riconoscere uno spettacolo finito neanche più l’artista che aveva intenzione di realizzarlo, la seconda è in dialogo con quella frammentazione secondo una spinta più endemica, immanente rispetto all’atto stesso di creare, rispettosa dei tempi in cui si opera. Quest’ultima ricade allora sullo spettatore che porta in teatro una disponibilità ridotta, a immagine solo di sé stesso, sensibile fino al punto in cui riconosce i confini della sensibilità.

C’è allora un problema culturale e riguarda un pubblico asservito a una fruizione dell’arte che ha distorto i suoi parametri percettivi. Sempre più facilmente la funzione di spettatore, da re-attivo rimando dell’opera, si sta appaiando a una ricezione di tipo diversivo e sta sacrificando la partecipazione a un appagamento passivo, scegliendo cioè un godimento coinvolgente (non dunque partecipato) in luogo di una migrazione di pensiero e coscienza, sapere e sensibilità. Primo risultato è un annientamento della qualità essenziale dell’opera, destituita nella forma e nei contenuti, privata del secondo termine in grado di farla trasformare. Ciò è pur vero per una questione prima di tutto terminologica, che riguarda l’evasività raggiunta da parole svuotate del loro significato, costrette a un passaggio di stato indesiderato come nel caso di “teatro” i cui parametri non hanno più un controllo e facilmente – su giornali, riviste, organi di informazione – è ridotto al rango di “spettacolo”. Proprio la potenza dei mezzi di comunicazione, riducendo la portata del termine, nel disperdere il senso ha dissipato la ricerca qualitativa e ha modificato l’intenzione dello spettatore che ormai considera il teatro un sinonimo di “nicchia” inavvicinabile, una riunione di pochi e marginali argomenti, la cultura un intrattenimento incomprensibile, l’intelletto subordinato al più urgente e riconoscibile stomaco. La necessità ha cioè destituito i desideri.

Una frase, captata per caso nella sala del convegno, fra l’artista maturo che l’aveva immaginato e un giovane venuto ad ascoltare, ha definito i cardini di questo ragionamento: «voi non dovete fare produzioni, dovete fare azioni»; e forse qui cade il punto di luce, il segno di rotta che contrasta una bussola impazzita, il monito che richiama alla qualità delle arti se ridefiniamo cosa siano l’arte, il teatro, l’espansione culturale. Agire prima, non reagire all’impianto che vuole disporre un’azione. Molti artisti non sono intervenuti al convegno per raggiungere invece Scandicci il giorno 22, quando era in programma l’incontro con il ministro del MiBACT Massimo Bray. Ora l’incontro è stato rimandato, se non annullato, e un’occasione è stata persa. Non la seconda, la prima. Perché l’unica resistenza che possiamo è difendere il dibattito affinché rimanga sul piano culturale e non si trasformi, anche qui, in un piano finanziario. Per un artista vero l’arte è l’unica in-sostenibile esistenza. Non esiste alcuna qualità delle arti, se non permeata dalla qualità della vita.

Simone Nebbia

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