Tra miseria e nobiltà. A Prato si parla di residenze

residenze creative prato
Da www.residenzecreative.iltamburodikattrin.com

Quando qualche anno fa il regista Massimiliano Civica fu intervistato a proposito dell’esperienza residenziale di Armunia a Castiglioncello, la sua risposta fu eloquente e definì il silenzio della pineta nel Castello Pasquini come «un tempo fermo», senza il quale nessun artista può lavorare. Proprio in quel tempo fermo prendono respiro le parole con cui Fabio Biondi, direttore de L’arboreto – Teatro Dimora di Mondaino, in una riflessione del 2007 sul tema delle residenze creative scovata sulle pagine web di Altre Velocità, stimolava la necessità di una seria discussione sulle residenze, preoccupandosi di difendere il carattere di studio e di sperimentazione che queste cellule per l’accoglienza del pensiero iniziavano a sviluppare, ma più ancora delineandone l’intima appartenenza a quei luoghi immaginati per essere «laboratori permanenti, officine aperte» in cui l’artista potesse indagare la propria urgenza senza avere ansia di consegnare un prodotto finito. Perché il teatro, l’arte in genere, non è mercanzia.

Da questa necessità non sopita, dunque, nasce un progetto affiancato da Edoardo Donatini (direttore di “Contemporanea Festival” Teatro Metastasio Stabile della Toscana di Prato) attraverso cui attivare un processo d’analisi sulle residenze per convogliare esperienze differenti in una visione unificata. Nobiltà e miseria. Presente e futuro delle residenze creative in Italia – questo il titolo del progetto sostenuto dal MiBAC e dalle regioni Toscana ed Emilia Romagna – è dunque l’inizio di un percorso articolato di esplorazione dell’esistente, una raccolta di materiali tematici che, pur non proponendosi per ora di essere esaustiva, ha mira e vocazione nazionale (e in prospettiva internazionale) ma assieme la volontà di rivolgersi ai territori più radicati per conoscere realtà residenziali ancora nascoste: «Si doveva tener conto delle specificità territoriali – dice Donatini – così abbiamo pensato di creare un appuntamento che innescasse il discorso, non un convegno ma un incontro pubblico», che avverrà di fatto al Teatro Magnolfi di Prato durante il festival, nel fine settimana dell’11 e 12 ottobre 2013, con sessioni mattutine e pomeridiane.

Ma se l’intenzione è di facile lettura e rintraccia la crescente volontà di professionalizzare e sistematizzare esperienze endemiche, non immediata e quindi non certo vaga è la formula prescelta: uno dei problemi per le residenze risiede nell’assenza pressoché totale di una teoria che ne riporti episodi pregressi e costituisca quindi una letteratura di riferimento per definire nuove occasioni; già dall’estate è stato allora attivato un “Prologo”, ovvero una raccolta di contributi scritti sui concetti e sulle pratiche delle residenze in Italia – su tre livelli: le teorie degli osservatori, le esperienze degli operatori, le pratiche degli artisti – che la webzine Il Tamburo di Kattrin ha raccolto in un sito dedicato, con il fine di comporre una base di partenza e stimolo alla riflessione, corpo unico d’indagine per la biopsia delle diverse esperienze organiche.

La loro analisi è stata affidata a un coordinatore di rilievo, Gerardo Guccini, docente di discipline dello spettacolo all’Università di Bologna, perché affiancato da un gruppo di curatori delimitasse a partire dalle esperienze parziali quattro diversi temi più universali, da discutere nella fase seminariale a inviti del primo giorno e da sintetizzare poi nell’incontro pubblico domenicale, in cui lo stesso Guccini fornirà dati storici sull’origine delle residenze e sui progetti di decentramento degli anni Settanta.«Mi piace pensare che, dopo la tappa di Prato, si possano identificare alcuni punti comuni a tutti perché sia possibile parlare di residenza, perché l’investimento diventi un motore a vantaggio della creazione contemporanea ma anche un grimaldello del disequilibrio»: questi gli obiettivi dichiarati da Donatini in vista dell’incontro successivo già definito per settembre 2014 a Mondaino, animati dalla tenacia di un sistema sotterraneo teso una volta di più a farsi esemplare modello per rinnovare il più grande sistema teatrale italiano, di cui fa – o dovrebbe fare – parte.

Simone Nebbia

Questo articolo è apparso sul numero Ottobre/2013 dei Quaderni del Teatro di Roma. Per gentile concessione.