Mastro Don Gesualdo, o il parvenu di Guglielmo Ferro

Mastro Don Gesualdo - foto di Gianluigi Caruso
Mastro Don Gesualdo – foto di Gianluigi Caruso

Mastro Don Gesualdo, fortunato romanzo di Giovanni Verga del 1889, ha visto nel corso del tempo diversi adattamenti per la scena tra i quali non possiamo non citare la versione che ne fece Turi Ferro nel 1967. Essa trova dedica artistica e soprattutto affettiva in quella presentata al Teatro Quirino da Guglielmo Ferro, figlio dell’artista siciliano che ne cura la regia.

Secondo tassello dell’incompiuto Ciclo dei vinti, Mastro Don Gesualdo delinea l’ascesa e la caduta di un uomo: Gesualdo Motta contravviene alle leggi non scritte che regolano una società dal sapore feudale come quella della Sicilia borbonica e tenta di oltrepassare la propria condizione di “Mastro” per approdare al titolo nobiliare, legittimando con quel “Don” le ricchezze ottenute con sudore, fatica e cieca determinazione (cieca anche e soprattutto nei confronti di un amore considerato un ostacolo). A quel popolo che, quasi per innata contestazione nei confronti del padrone, guarda con sospetto chi ambisce all’elevazione sociale, Gesualdo non vuole e non può più appartenere. Nemmeno la nobiltà vede di buon grado “l’arrampicatore”, colui il quale non per nascita, ma per contratto matrimoniale – o ancor peggio per merito – abita i suoi stessi luoghi e pretende i suoi stessi diritti. Ricco di possedimenti e facile all’imprecazione, sposo per interesse ad una donna che lo sdegna e impossibilitato ad amare chi invece lo ha sempre sostenuto, l’onesto e sbeffeggiato Mastro Don Gesualdo è una figura solitaria ed estranea a entrambi i mondi. Del romanzo la drammaturgia scenica recupera e asciuga momenti e personaggi salienti agendo per continui salti temporali tra passato e presente : il matrimonio con la nobile decaduta Bianca Trao, i travagliati rapporti con famiglia acquisita – che sfrutterà il suo patrimonio continuando a ritenerlo poco più che “liberto” –, le lotte per i possedimenti comunali o ancora l’indifferenza della figlia la quale nemmeno alla morte del padre saprà donargli un gesto d’affetto e rispondere all’urlo di un uomo solo. Intrappolato tra le fila dei parenti, pupari imbroglioni, Gesualdo come un burattino mosso da i loro fini sembra vivere pochi, rarissimi momenti di malinconica e inarrivabile rilassatezza soltanto durante i dialoghi con la fedele serva Diodata, madre di due suoi figli mai riconosciuti e ricordati con colpa impotente alla fine dell’esistenza.

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Mastro Don Gesualdo – foto di Ufficio Stampa

L’impietoso – e paradossalmente umanissimo – ritratto dei personaggi verghiani trova quindi forma in una messinscena che si regge sull’interpretazione del protagonista Enrico Guarneri. L’attore catanese, forse anche grazie alla sua recitazione di personaggi dalla comicità popolare, spicca non tanto per ruolo quanto per una vitale costruzione vocale che sporca la lingua nel sostrato contadino ed è fatta di un parlare pastoso, forte del dialetto di alcuni vocaboli come il “Sangu di Giuda”, virgola al pensiero più che imprecazione offensiva. Egli conosce quel sottile disagio e lo riporta con generosità, ma il rispetto per la cadenza dialettale non riesce sempre a conferire risultati simili negli altri personaggi, che fatte alcune eccezioni – come Valeria Panepinto che veste i panni dell’umile serva Diodata o la caratterizzazione data all’algida Bianca da Francesca Ferro, altra figlia dell’attore dedicatario – vengono tratteggiati con colori stereotipati, schiacciati dall’idea stessa delle loro parole. In una concezione sicuramente in linea con lo spirito naturalistico del romanzo (che quando uscì dichiarava fortemente la sua carica innovativa), è anche la scelta dell’impianto scenico che ripropone i vari ambienti suddivisi da alcuni paraventi semoventi e dall’utilizzo di alcune proiezioni a fondo palco.
Se affrontare lo spettacolo secondo un’ideologia storicamente vicina a quella del romanzo dichiara una volontà di adesione e coerenza, allo stesso tempo ammette tuttavia la propria debolezza; quella carica sovversiva che portava la vita reale in un contesto artistico oggi non può seguire più le stesse strade: come le musiche di didascalica contestualizzazione, così anche le proiezioni vengono utilizzate ingenuamente e rimangono sfondo pittorico che del nuovo mezzo conservano la comodità pratica senza sfruttare le specifiche potenzialità multimediali, fosse anche solo per una precisione iperrealista. Differentemente i paraventi di cui si diceva, pur ricalcando una consolidata modalità nella divisione spaziale, offrono uno spunto più interessante: dando maggior rilievo al passato che conquista tutto il palco e relegando il presente ad appena una porzione di proscenio, sembrano confermare il peso della storia che incombe e lo schiaccia, lo tiene con le spalle al muro. Unico elemento costante in questa variatio è un letto in ferro battuto posto su un lato del proscenio, il cui utilizzo e la cui significazione simbolica non hanno contorni definiti, poiché se è vero che nel presente esso è nient’altro che  giaciglio d’ultima dimora, non così chiara appare la sua funzione negli altri quadri dove il passato si rispecchia nelle case, nei palazzi o nelle terrazze di campagna. Resta il dubbio se la sua sia una presenza di raccordo tra i due mondi, simbolo di quella solitudine che caratterizza il personaggio o se semplicemente sia una pura scelta d’abbellimento.

Di una battaglia, insegnava Shakespeare, potremmo sentire la ferocia grazie solo all’abilità degli attori e alla fantasia di chi guarda: non è la finzione ad essere scalzata, ma il suo utilizzo banale che nulla aggiunge e semmai distrae.

Viviana Raciti

MASTRO DON GESUALDO
omaggio a Turi Ferro

di Giovanni Verga
regia Guglielmo Ferro
rielaborazione drammaturgica Micaela Miano
con Enrico Guarneri, Ileana Rigano, Francesca Ferro
scene Salvo Manciagli
costumi Carmen Ragonese
musiche Massimiliano Pace
M&C Produzioni