Le politiche del giardino. Ecco come chiude Riccione Teatro

premio riccione 2013
Immagine di Piero Fornasetti – grafica Ineditart

Ogni mondo è paese. In una devitalizzata espressione proverbiale, com’è questa fin troppo abusata, si nasconde sempre una dichiarazione agguerrita di contrasto, un fermo proposito di invertire i fattori perché se ne abbia diverso risultato. Vero e più urgente è dunque l’esatto contrario: ogni paese, purtroppo, è di per sé stesso mondo. Ciò indica che se da un lato ogni piccolo nucleo fa caso a sé stante, dall’altro l’inversione svela quanto un piccolo territorio coltivi in seno i caratteri di quel che a livello nazionale si sviluppa e si erge a tendenza. In questa strettoia di regime si muovono le realtà nate territoriali che tuttavia nel tempo hanno saputo creare un sistema di rilevanza nazionale, riconosciuto ovunque salvo che – paradosso neanche troppo sorprendente – nel luogo di provenienza dove la ricerca dei risultati è di assai più corta gittata. Ma d’altronde, se proprio vogliamo seguire la rotta proverbiale: nessuno è profeta in patria.

Il Premio Riccione per il Teatro, primo e più importante riconoscimento di livello nazionale per la scrittura drammaturgica, nacque nell’anno domini per il teatro europeo del secondo Novecento: il 1947 che schiudeva le porte a un mezzo secolo di grandi rivoluzioni culturali. In esse, più nascosta e minuta, la rivoluzione della scrittura per la scena che pur continuando a mantenere un forte legame con la storia letteraria, iniziava percorsi compositivi di commistione e rinnovamento linguistico. Il premio, dopo quella prima edizione che aveva giurati illustrissimi e vide la vittoria nella sezione letteraria di un giovane Italo Calvino, in tanti anni è diventato un patrimonio nazionale, simbolo di un crescente interesse per il nuovo uso della scrittura teatrale e per i riflessi da essa generati nello sviluppo culturale. Ma la relazione con la città di appartenenza e con le politiche di territorio non ha mai smesso di esserne il fulcro vitale, anche quando con l’ingresso del critico Franco Quadri alla direzione nel 1983 iniziò un processo di rinnovamento ancora maggiore rivolto verso i linguaggi contemporanei.

Simone Bruscia - Foto di Elisabetta Angeli
Simone Bruscia – Foto di Elisabetta Angeli

Eppure oggi, in apertura dell’edizione numero 52, qualcosa è cambiato. Si apprende da un solitario ma importante articolo di Oliviero La Stella su succedeoggi.it che le amministrazioni locali stanno tentando di smantellare la struttura che sorregge il premio, ossia l’Associazione Riccione Teatro, tacciata di sperperare risorse di cui non si avvertono ritorni sul territorio di riferimento. E lo farà, perché appena dopo la serata di premiazione il 3 novembre 2013 l’ente si avvierà alla chiusura, riconvertito al controllo comunale. Quotidiani e parte delle istituzioni amministrative stanno operando su una sensibilizzazione molto alla moda, tesa a screditare gli investimenti culturali perché non portano immediati ricarichi economici da commercio al dettaglio. Resiste il giovane direttore Simone Bruscia, che sta cercando in questi ultimi anni di riformulare il pensiero sul premio perché la sua risultanza nazionale sia ancor più visibile, e conferma i dati emersi proprio dall’articolo succitato a proposito di un investimento (che ricordiamo essere produttivo per i testi in scena grazie al premio) ridotto per 123000 euro dal 2006, portandolo dai 350000 ai 227000 euro, cifra partecipata dal Comune per appena 70000.

A rischio, insieme all’autonomia di un premio che riesce in un’ampia operazione di scouting valutando per ogni edizione centinaia di copioni provenienti da tutta Italia, è anche un grande archivio di testi che in più di mezzo secolo ha raccolto un patrimonio inestimabile e che il direttore Bruscia vorrebbe digitalizzare e rendere fruibile per tutti. Ma più ancora ad essere in pericolo è un’idea di investimento che, pur non producendo denaro dal denaro, possa garantirsi la dignità di generare materia riflessiva e sensibile, accrescere conoscenza e coscienza, sviluppare la propria condizione umana; perché questo accada nemico è il gretto localismo che promuove un pensiero di politica economica culturale di basso profilo e ristrettezza panoramica, incapace di comprendere come la ricaduta su un territorio sia un’illusione di guadagni a perdere e come invece sia solo attraverso la condivisione di esperienze differenti, il confronto con realtà lontane e con altri territori artistici e sociali, che la città di Riccione diverrà più ricca e, proprio per questo, il campo fiorito in cui saprà sbocciare la nuova drammaturgia italiana: ogni Paese, in fondo, è un mondo di paesi.

Simone Nebbia