La realtà del male. Latella porta Littell all’Eliseo

Foto di Ralf Hoedt
Foto di Ralf Hoedt

Prima nazionale è una dicitura che già reclama rappresentanza. Se poi lo spettacolo in questione è quello di uno dei registi italiani maggiormente riconosciuti a livello internazionale, diventa facile comprendere quale sia il clima e la varietà di volti che hanno riempito la sala del Teatro Eliseo, di per sé assimilabile ad una supposta “mondanità intellettuale”. Attesissimo nel corso del Romaeuropa Festival, il nuovo lavoro di Antonio Latella Die Wohlgesinnten nasce dal romanzo Le benevole di Jonathan Littell, riadattato per la scena dallo stesso regista con Federico Bellini e allestito con gli attori dello Schauspielhaus di Vienna. Vera e propria Orestea diacronica – trilogia tragica eschilea cui palesemente l’opera si ispira –, epica è la narrazione del nazismo non solo per modalità, ma anche per durata: duecentodieci minuti intensi e sostenuti senza cali di energia. Una maratona che ha generato sospensione della percezione del tempo per alcuni e ammutinamento di una minoranza, senza precludere un’ovazione finale.

Snodare i lacci di un capitolo nella zona buia della storia non è impresa semplice, a maggior ragione se si sceglie un romanzo così controverso. Maximilian Aue, giovane e colto ufficiale delle SS, diventa nevrastenica e convintissima macchina di morte, delirante servitore dello sterminio. La sua vicenda incrocia i nodi del conflitto – la supposizione di una guerra rapida, l’antagonismo e l’odio per i bolscevichi e le complicazioni al fronte, la credenza di dover debellare il “problema ebraico” con l’eliminazione di massa, la vita nei lager, la disillusione della vittoria e l’avanzata dei russi su Berlino – e si dirama fra una serie di relazioni: quella con l’amico-vate Thomas Hauser, l’assistente Pot, l’ombra problematica delle figure genitoriali nominate più volte, e la sorella gemella Una, anima pulsante di un rapporto incestuoso, Elettra recalcitrante presa tra cedimento e resistenze.  Visto che narrare la ferocia dalla parte dei buoni è diventato troppo semplice per cercare appoggio, approvazione, qui si rifiuta un meccanismo che sempre su certi temi determina il blocco dell’opinione. Viene da pensare che ormai abbia più senso, di fronte alla volontà di descrivere uno dei sacrifici più insensati, affrescare la crudeltà affondando nell’oscurità, dando voce al nadir della tenebra direttamente dal suo ventre per risalire così sino allo zenit della sua generazione. Rappresentazione senza setaccio questa di Latella, perché l’efferatezza non si può raccontare nella sfera della morale. Il male ha una sola strada per essere dipinto: la realtà, bassissima, illogica, ottusa, nient’altro che se stessa. Solo questa spoliazione dei canali di restituzione conduce per una seconda via, quella più autentica e più vera, allo sgomento della pochezza, della leggerezza enorme da cui nasce la cattiveria assoluta, la divagazione sul valore della vita e peggio ancora della dignità, abbrutimento individuale che diviene strage di massa. Osservare senza buonismi il meccanismo, questo sì riporta alla morale, poiché la catarsi non passa dal pietismo e tramite la lirica cruda ritrova la pietà per vittime e carnefici senza rinunciare al disgusto. Processo ben diverso.

Fondale di Alexi Pelakanos
Fondale di Alexi Pelakanos

Il dialogo è serrato, la durezza verbale del tedesco è calcata dai sovratitoli, ferisce l’ascolto con un ritmo privo di cedimenti, dosato con coscienza negli stacchi come nelle riprese, incalza e rallenta a seconda dei bisogni e la scansione delle tensioni drammaturgiche si riverbera puntuale nelle inflessioni tonali, nei cambi di registro, nel’intermittenza dell’uso del microfono che amplifica sinteticamente la voce. L’interpretazione è padroneggiata nell’equilibrio tra esplosione e trattenimento: proporzione qualitativa che si innesta sulla proiezione al fondo del Tiergarten di Berlino, in un palco senza quinte che scopre impalcature come fa la pièce con la banalità atroce dell’individuo, cifra estetica non estranea ai lavori di Latella. Due pianoforti fanno da eco oggettuale della musica impastata al testo che con essa segna la partitura, scandita nel rapporto con lo spazio e le sue suppellettili dall’attraversamento di un uomo (Maurizio Rippa) che trascina un faro montato su carrello e a tratti si fa commento melodico con coloritura di falsetto da soprano leggero. Sgabelli per pianoforte diventano schiere di cadaveri nelle fosse comuni, tavoli da bar per le ricorrenti bevute alcoliche con Thomas, corpi ammazzati calciati con rigetto o semplici sedute nel fumo delle tantissime sigarette a segnare l’incedere ansiogeno, disfunzionale dell’umore. I quadri denunciano incontrovertibile la costruzione del gesto, il suo potenziale semantico come controcanto della drammaturgia, e “la cosa” nella sua accezione più materiale si trasforma in viatico di suggestioni: maschere kitsch, contrapposizioni cromatiche di bianco-nero per gli abiti cambiati in scena, due racchette naïf come baluardi posticci dei gemelli che rivoltate svelano la propria natura monocefala di un paio di occhi puntati sulla conclusione. Niente è lasciato al caso e si perde in questa epopea, il cui difetto potrebbe forse essere l’elisione di alcuni punti del romanzo. Tuttavia la performance dal vivo è altro dalla pagina scritta, l’arte necessita di appropriamento e traslazione per riversarsi da un linguaggio all’altro.

Siccome siamo ancora vivi, crediamo che a volte la scelta della tranquillità, l’intontimento di un benessere a portata di mano non serva affatto ad uccidere i fantasmi, ma aiuti solo a non vederli così da renderli più forti. Quindi continuiamo a cercare la paura per stanarla, piombarci dentro col sangue che ci pulsa alle tempie, ai polsi, alle pareti dello stomaco. Vogliamo ancora assistere all’omicidio della fiducia, guardare in faccia allo spavento, terrorizzarci con ciò che di esso ci trasforma fino a confondere la volontà per comprendere che la malattia è qui, nel nostro bisogno di sicurezza, nella chiara serenità che distoglie. L’unico modo per guarire è strisciarci dentro, tornare a sentire l’odore, il sapore, la carne e così redimere questa patologia, fino a farla diventare energia pura che dalla difficoltà ha generato cambiamento, luce partorita dalle complicazioni. Che gli altri si abbandonino pure allo spirito di una pace letargica, preferiscano non ricordare, o ricordare solo come gli è utile. Noi abbiamo scelto il brivido, l’urto della difficoltà fatta emozione e senza illuderci che se non questa altre vertigini avremmo potuto provare, abbiamo varcato la soglia e combattuto, per tre ore e mezzo, sino alla fine, oltre i confini della speranza. Perché questa è l’esistenza vera, perché questo è il senso primo del teatro.

Marianna Masselli

DIE WOHLGESINNTEN
di Jonathan Littel
traduzione tedesca Hainer Kober
adattamento Antonio Latella, Federico Bellini
regia Antonio Latella
con Thiemo Strutzenberger, Steffen Höld, Barbara Horvath, Maurizio Rippa
scene e costumi Moira Zoiti, Ralf Hoedt
disegno luci Simone De Angelis
musica Franco Visioli
drammaturgia Brigitte Auer, Francesca Spinazzi
assistente alla regia Katrin Hammler
assistente alla drammaturgia Matthias Male
produzione Schauspielhaus Wien
in collaborazione con stabilemobile – compagnia Antonio Latella