Il Teatro Valle Occupato e l’altalena del consenso

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Foto di Ufficio Stampa

Al via Altresistenze, la stagione 2013-14 del Teatro Valle. Occupato. E forse è il caso di fare un punto della situazione. Dal giorno dell’intrusione nello stabile settecentesco allora appartenente al dismesso ETI, il movimento di occupazione ha vissuto momenti altalenanti, muovendosi dai grandi clamori della stampa nazionale e le copertine “vipparole” delle migliori riviste patinate, fino all’oblio e alla delusione di chi credeva le cose andassero diversamente, almeno rispetto alla possibilità di impiantare una propria idea in un territorio rivelatosi sordo. Noi, noi tutti osservatori locali e nazionali che ci siamo passati e che abbiamo seguito alternamente questi accadimenti viviamo di continuo la stessa altalena di situazioni: oggi a favore, domani contrari. Questo accade per un fattore molto semplice: il Valle sta agendo in virtù di una vitalità in cui si riconosce la nostra parte dinamica, sta ponendo delle questioni urgenti in ambito culturale che nessuna istituzione in questo periodo, nostro malgrado, sta ponendo. Ma cosa si muove nel mezzo fra rivolta e conservazione? Uno dei meccanismi più sinistri è quello che va dall’adesione al diniego, ossia gli estremismi da cui chi osserva per mestiere cerca di stare lontano. Certo, non è sempre facile. E il desiderio di dar voce alla pancia più che alla ragione prende spesso il sopravvento. Ma proprio di questi tempi occorre forse un passaggio ulteriore, meditato, perché un’idea si presenti più stabile.

La stampa. Dunque. In questi ultimi tempi i giornali nazionali, più ancora con le loro schiere militari di stanza sul territorio romano, hanno iniziato una campagna denigratoria che risponde in primo luogo a un’esasperazione di parte della popolazione che sembra non capire i termini di questa battaglia artistica da un lato e politica dall’altro, determinando – come accaduto anche a chi scrive – con la distanza da quest’ultima il malumore di non vedere attenzione verso l’unica via possibile per un teatro, ossia che ci si faccia teatro, meglio ancora che vi si imposti una netta idea di teatro.

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Foto di Simone Nebbia

Ma c’è un altro motivo per cui le redazioni di cronaca e cultura si sono scatenate in avventurose cavalcate guerresche. Il loro puntiglio sorprendentemente virtuoso nell’elencare tutti i reati degli occupanti (colpevoli semmai giusto di aver cercato una forma per contrastare l’iniquità monopolista) nasce da un altro tipo di esasperazione, quello che chiede conto alla rinnovata sinistra di Marino tornata al soglio capitolino, ossia la parte che molti ritengono più consapevole di “cose culturali”, di fare ciò che la giunta del vecchio sindaco immobilista aveva sempre evitato di affrontare (come, del resto, uno straordinario buco di bilancio ora venuto alla luce e appianato per intervento statale): sgomberare gli occupanti e restituire il teatro a chi… ecco, appunto: a chi? Non nego che, come altri osservatori di più lungo corso, ho nostalgia delle monografiche stagioni valligiane che l’ETI ha avuto qualità di regalare nei suoi ultimi anni di vita, sotto la direzione di Ninni Cutaia, non nego che questa città stia soffrendo una forte emergenza di spazi soprattutto pubblici e che sia impensabile un Teatro di Roma con una sola sala, l’Argentina, come adesso e per chissà quanto. Ma il panorama è così desertificato da non lasciar intravedere molto all’orizzonte. Non dimentichiamo che l’occupazione nasce dal pericolo che il teatro finisse in mani private; quando poi – già occupato – è stato assegnato al Comune di Roma presumibilmente perché lo immaginasse all’interno di un circuito con il Teatro di Roma in testa, le mancate proposte ideative da un lato e la convinzione degli attuali “comunardi” di poterne fare una battaglia più ampia hanno determinato uno stato di cose che non ha mai davvero impostato sul Valle un’idea di progetto culturale delle amministrazioni. Questo Valle dunque cos’è: Bene Comune o bene del Comune?

E allora, basculanti tra le criticità politiche che la neonata Fondazione Teatro Valle Bene Comune continua a suggerire e la necessità di un progetto artistico che venga da chiunque sia, è stata presentata la prima stagione di un Valle Occupato con un’idea di direzione artistica, fondata sulla formazione e su un particolare tipo di redistribuzione delle ricchezze. Ammesso che ce ne siano.
Nonostante la stagione Altresistenze 2013.14 si dichiari come «la prima prova pratica dei principi scritti sulla vocazione», per tutto ciò che ho scritto finora ritengo sia il caso di dividere i due percorsi, affidando primato all’intento artistico e alla proposta finalmente esplicitata: più che per gli spettacoli in cartellone tra cui si segnalano presenze come Fanny & Alexander, Mario Perrotta, Motus, Antonio Latella, Balletto Civile, Familie Flöz, l’anno del Valle si promette importante per la grande cura di una formazione estesa su più campi, che attraverserà tutte le arti in una formula di condivisione dell’ispirazione e delle capacità creative; questo settore formativo, cui né l’ETI né il Teatro di Roma né la Fondazione Romaeuropa hanno mai dedicato attenzione (perché banalmente non è nelle loro vocazioni), porterà avanti dei percorsi creativi collettivi seguendo la linea del laboratorio di drammaturgia Crisi, tenuto lo scorso anno da Fausto Paravidino, che ha prodotto lo spettacolo Il macello di Giobbe, nato dalla penna di tanti giovani drammaturghi.

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Foto di Ufficio Stampa

Altro versante è quello molto atteso dell’economia. Impostando ancora il biglietto come sottoscrizione consigliata, differente a seconda della proposta, il Valle ha ideato un formulario complesso e propositivo per la redistribuzione sostenibile. Aggirando la SIAE (come tutti vorrebbero e che loro forse hanno solo avuto il coraggio di affrontare), la formula prevede una “autotassa” del 2,5% dal totale incasso direttamente per l’autore dell’opera, poi un altro 5% finirà in una cassa che chiameremo “comune”, una specie di cuscinetto etico con cui i progetti più remunerati pagheranno quelli definiti più “rischiosi”. Ma non è tutto. Quel che resterà del totale frammentato sarà diviso al 50% fra la compagnia e il teatro, al fine di costituire una diaria di 65 euro per ogni lavorante dello spettacolo, dal regista al tecnico indifferentemente, che sarà presa dal fondo comune nel caso gli incassi fossero minori. Il Valle inoltre provvederà al vitto e – contestualmente alle opportunità – agli alloggi, tenendo al vaglio la possibilità di coprire le spese per viaggi lunghi con un contributo del 50%.

Dunque un Valle che risponde alle critiche rilanciando sulla coesione territoriale e su un progetto artistico impostato molto su un’idea di teatro che non ponga confini tra formazione e creazione – ci saranno anche piccole esclusive come i “sindacali” del lunedì per chi vuole tenersi in attività con l’allenamento professionale o l’apertura verso il progetto Art You Lost? assieme alle compagnie “storicamente giovani” del panorama indipendente romano – al netto degli spettacoli proposti di cui si valuterà volta per volta la qualità. Ma, certo, in altre sedi e di altri abiti vestite, diverse persone si stanno occupando del Valle vagliando interventi più o meno accomodanti. Il destino di questa esperienza pertanto non dipende soltanto dalla qualità del suo progetto. Questa è la difficoltà degli occupanti, ma insieme la loro forza cui la precarietà dona ancora maggiore vitalità. Si potrà intervenire a sedare uno spunto lungo tre anni, è vero, non si potrà mai però cancellare che il Valle c’è stato, c’è ancora e produce in noi tutti un continuo dibattito interno ed esterno che stimola l’unico valore davvero contemporaneo. La forza indomita della contraddizione.

Simone Nebbia

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Comments
  • Luca Passi 18 ottobre 2013 at 17:02

    Grazie per aver spiegato meglio e reso pubblico come funzioni la Fondazione: se le cose stanno così, il Valle è davvero un esempio di “nuovo”, per lo meno una proposta verso qualcosa di “altro” dal solito sistema: certamente una proposta perfettibile, certamente con molte ombre, ma anche con molti punti di forza, ne sono convinto. Tuttavia, c’è un grande “però” che mi perplime. La stagione da loro congeniata non mi sembra nulla di “nuovo”, anzi propone artisti che ricevono o hanno ricevuto finanziamenti altrove, che sono nel sistema in media da dieci anni e che sono perfettamente “dentro” il sistema facendo tournée anche in piazze convenzionali. Insomma quali sono i criteri di scelta di queste compagnie? E anche l’idea di finanziare come prima produzione della Fondazione, un lavoro di Paravidino, con tutto il rispetto per l’artista, mi lascia molti dubbi su quanto il sistema Valle non sia poi tanto diverso dalle altre lobby del teatro e un modo per crearsi a propria misura il proprio spazio.
    C’è stato forse un bando? Ci sono state delle pari opportunità per sottoporre le varie proposte? Chi è che decide? Secondo quali criteri? C’è stato un comitato artistico che ha visionato centinaia di proposte di spettacoli da inserire in stagione? Non mi sembra…E questa non la trovo una cosa trasparente e democratica.
    Ricordo il compianto Franco Quadri (scopritore di talenti come Paravidino che è ora al Valle) criticabile per le sue scelte del tutto personali, però pagate per lo più coi suoi soldi privati e non con Beni Comuni. Immagino e sono convinto, da semplice spettatore e amante del teatro, come spesso mi capita di vedere in teatri di provincia o in “sottoscala” dove vanno in scena spettacoli autoprodotti, tanti teatranti che esistono e che però “non esistono” , semplicemente perché non sono né nella lobby del Valle né nelle lobby del Teatro, stabile o alternativo che sia: nessun critico, neanche quelli che tanto parlano di sistema teatrale da svecchiare, neanche i giovani critici di webzine interessanti come questa che leggo sempre volentieri e in cui tuttavia vengono recensiti i soliti nomi, ha voglia e piacere di andare a scoprire.

  • Simone Nebbia 19 ottobre 2013 at 00:20

    Grazie Luca di aver letto. Comprendo entrambe le rimostranze e tento di rispondere.
    Per ciò che riguarda il Valle non sono d’accordo nel generalizzare il problema, come già scritto questo è un passaggio decisivo, fra i pochi, per portare il teatro in teatro seguendo una direzione artistica (non quindi esclusivamente politica) che non è democrazia né rappresentativa né partecipata, ma un’intenzione ben precisa, una visione di ampio raggio artistica e culturale. Se poi è fatta da spettacoli brutti, questo può essere, potrà essere, ma l’abbaglio non pregiudichi la necessità di non annichilire le differenze, le scelte. Altrimenti c’è il rischio che democrazia sia sinonimo di omologazione e che la ricerca della differenza dal sistema “sempre malato” blocchi qualsiasi movimento.
    Sul seguire compagnie piccole e di talento. Beh, sono tanti ormai gli anni che ci proviamo, ma dobbiamo mantenere un equilibrio. È un po’ più complicato di come sembra: in primo luogo ogni piccolo progetto deve avere attorno su queste pagine uno zoccolo duro di “soliti nomi” perché capiti di accorgersene, per il fatto che i “soliti” saranno ricercati e faranno movimento e traino anche per gli altri; secondo è la qualità di questi progetti che troppo spesso è bassa e onestamente, senza remore, si fa un po’ fatica ad andare sempre alla cieca; terzo punto, fondamentale: il nostro lavoro è fatto di entrambe le cose, teatri nuovi giovani compagnie ecc, su queste pagine ci sono sempre stati, ma non possiamo prescindere da un ruolo pubblico fin dove spinge l’interesse dei lettori; in ultimo poi: se non vedessimo spettacoli noti, quale sarebbe la nostra autorevolezza sulle aperture verso giovani artisti? Non avremmo parametri adeguati, solo parzialità in minore.

    Questo, per dare ulteriori spunti di dibattito come ha fatto lei. Che ringrazio e invito a darci ancora la fiducia dimostrata. Cercheremo di non deluderla.

    Cordiali saluti
    Simone Nebbia

  • Sergio Lo Gatto 19 ottobre 2013 at 09:42

    Caro Luca, grazie di aver letto.
    Le questioni che proponi sono interessanti.
    Mi permetto di aggiungere qualcosa a quanto detto già esaustivamente da Simone.

    RIguardo alla proposta artistica: secondo me una cosa da cui in generale sarebbe bene staccarsi (e ci è capitato di dirlo e scriverlo in molte occasioni) è l’equazione “nuovo = buono”. Non è così. Da un lato basta guardarsi intorno e/o andare a sfogliare la storia delle arti (non solo quelle teatrali) e ci si accorgerà che ciò che di “nuovo e buono” la storia proponeva è arrivato sempre passando *attraverso* un processo di ricerca che è molto più complesso della semplice innovazione. Oltretutto lo stesso aggettivo “nuovo” ha (fortunatamente, come tutti gli aggettivi) uno spessore che include diverse diversissime sfumature. E dunque, lo dico senza complicità ma rendendo merito a quanto da critico, da giornalista e da osservatore ho constatato, il Valle sta in effetti lavorando in maniera matura e analitica sulla definizione di questo termine, tentando mi sembra di stabilire un equilibrio tra la proposta artistica e la modalità che la offre. Mi spiego. Quando parlo di diverse sfumature parlo anche del fatto che, chissà, Roberto Castello o Antonio Latella (per fare due esempi di artisti presenti lo scorso anno) potranno non essere nuovi (hanno entrambi una lunga storia) ma la maniera particolare in cui loro particolari materiali sono stati inseriti nel programma (per esempio circondandoli di laboratori pratici o seminari di incontro e discussione) aveva in effetti un carattere nuovo. Nuovo almeno rispetto alla prassi dei teatri (stabili) italiani, ché basta mettere il naso al di là delle Alpi e ritroviamo queste pratiche più che diffuse.

    Poi. Il discorso che fai sulla scelta di sostenere Paravidino è molto sottile. La trovi una scelta in ogni caso autoritaria. E in parte, almeno retoricamente, hai ragione. Perché uso questo avverbio? Perché una presenza che non è mai mancata (volendola o “nolendola”) al Valle è stata proprio la retorica. Che forse è giusto non fuggire per partito preso, ma imparare a usare. E quindi sì, in un certo senso sì, decidere di investire innanzitutto su uno degli occupanti è una scelta autoritaria, ma anche una scelta che detta una retorica, la stessa secondo cui, pur circondati da una “democrazia partecipata” a decidere e anche solo a condurre le assemblee è stato e sarà qualcuno degli occupanti. Questo per dire che sempre con una forma di potere si avrà a che fare. La cosa più saggia, e ho tentato di scriverlo in altre pagine di questo giornale, sarà smetterla di alzare coda e pelo e inarcare la schiena di fronte a parole come queste, imparando a modellare gli spigoli di certi concetti con una sincera natura di innovazione rispetto ai modi in cui esse vengono declinate. Retorica, appunto. Retorica buona. Così come buona, buonissima può essere anche la lobby, che tu sembri citare come pratica esclusivamente negativa.

    Infine, il procedimento con cui questa critica segue questo e quel teatro l’ha spiegato troppo bene Simone e io mi arrendo. :) Ricordiamoci sempre che la critica non ha lo scopo di promuovere, per quello ci sono le società di promozione, ci sono gli uffici stampa. E ancora prima ci sono gli artisti stessi, che promuovono il proprio lavoro… con il proprio lavoro. Il nostro compito è quello di offrire una mappatura e di fare di tutto perché quella mappa possa essere considerata autorevole. Le cartine dell’Istituto Geografico Militare non segnano solo le grotte più splendide grotte nascoste, ma anche il Grand Canyon. Con la stessa accuratezza. Sarebbe bello avere le energie per raggiungere quell’accuratezza. Da parte nostra andiamo avanti con quelle che abbiamo, messe sempre al servizio di una e una cosa sola: il teatro e i suoi spettatori.

    un saluto,
    Sergio Lo Gatto

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