La scena contemporanea a Roma. Che futuro?

Foto di Ilaria Scarpa
Foto di Ilaria Scarpa

La prima serata di Short Theatre ha dato il via non solo alla stagione teatrale romana, ma ha rappresentato pure un primo passo (l’ennesimo?) verso un nuovo ciclo di incontri che prepari la strada a un effettivo riconoscimento del teatro d’arte – questo l’unico appellativo che sembra poter raccogliere le più interessanti proposte delle scene contemporanee – di fronte alle istituzioni cittadine e regionali che da qualche tempo si sono insediate con nuovi volti e si spera nuovi propositi.
L’abbrivio è dato da quello che forse è l’ultimo atto di un’altra istituzione che se non è ancora stata cancellata definitivamente è quantomeno congelata: la Provincia di Roma, la quale ha dato alle stampe nei mesi addietro La scena contemporanea a Roma. Strategie di produzione e supporto nel teatro e nella danza, un volume curato da Graziano Graziani e Sergio Lo Gatto sull’ultimo decennio di produzione teatrale romana proprio in quel territorio vasto, esplosivo ma anche complesso da decifrare, quale è il teatro d’arte appunto, o di ricerca che dir si voglia. L’appuntamento pomeridiano della Pelanda ha rappresentato così una chiamata alle armi della comunità teatrale romana con l’obiettivo di lasciarsi alle spalle il buio e immobile periodo della giunte Polverini e Alemanno, capaci solo di congelare i pagamenti, la prima, e di sperperare un’idea potenzialmente interessante come quella della Casa dei Teatri definanziandola e dunque negandola nella sostanza, la seconda, cercando di rintracciare così i fili di una proposta culturale che in realtà non ebbe poi fortuna neanche con istituzioni di opposta parte politica. È lo stesso Graziani a ricordare che l’ultima volta, nel 2006, un processo simile impiegò tre anni per strutturarsi e poi perdersi causa il cambio di colore delle giunte. E poi, nei mesi e anni successivi, altre e numerose situazioni assembleari sono state tentate per far fronte alla situazione, non ultima quella del Giugno 2012 al Teatro Valle Occupato, dove ahimè chi scrive ricorda il fervore degli interventi, la partecipazione e la passione, ma anche un sostanziale nulla di fatto che ci porterebbe a pensare anche in questo caso all’ennesimo primo passo. Toccando il fondo poi si riemerge? Dalle parole di Roberta Scaglione (PAV) emerge tutto il pessimismo vissuto dagli operatori e, proprio a Short Theatre, ricorda il rischio che la stessa rassegna non partisse, centrando così l’ennesima prova di una difficoltà di programmazione a lungo termine anche per quei soggetti e quelle manifestazioni ormai storicizzate, che quantomeno dovrebbero vedersi riconoscere il merito di aver influenzato perimetri inariditi della cultura cittadina e regionale.

Foto di Ilaria Scarpa
Foto di Ilaria Scarpa

Che ci si trovi di fronte a un anno zero del teatro è abbastanza evidente: il Teatro di Roma a fine anno solare vedrà scadere i mandati del direttore artistico Gabriele Lavia, del presidente Franco Scaglia e dell’intero consiglio d’amministrazione, questo accade proprio quando una visione culturale cominciava a sostituire (o almeno ad accompagnare) il classico “scambismo” tra Stabili ristabilendo un contatto con i territori più innovativi della produzione scenica; il Teatro India è chiuso per lavori e non sappiamo per quanto; numerosi spazi sono in difficoltà – e, come spesso abbiamo segnalato, molti hanno sacrificato (alcuni senza rimpianti) la vocazione artistica a quella commerciale -; il Teatro Valle Occupato pare sia prossimo a costituirsi in Fondazione (verrà presentata il prossimo 18 settembre, la mattina) e dunque a vivere nell’ennesimo paradosso che vedrà una Fondazione legalmente riconosciuta occupare un teatro settecentesco (e a quel punto lottare per un’effettiva assegnazione?) e soprattutto, come abbiamo già accennato, la doppia vittoria del centrosinistra in Regione e Comune. Ma su questo punto è Attilio Scarpellini a metterci in guardia: «la ricreazione è finita», secondo il direttore dei Quaderni (mensile di critica teatrale edito dallo Stabile capitolino) non è quasi più un problema di colore politico, l’orecchio delle istituzioni è sordo alla cultura in generale e non comprende i linguaggi della sperimentazione teatrale. Insomma a mancare è proprio il referente politico, a ribadirlo, in una breve video intervista apparsa stamane sulla home page del Fatto Quotidiano, è anche Paolo Rossi. «il mondo della cultura non ha referenti politici, e noi artisti non sapremo se andremo a votare».
Si vive insomma un’atmosfera in bilico tra una possibilità di nuovo (e ultimo) inizio e un lento abbandono del campo di lotta. Torniamo al nostro orticello cittadino. Raccontando la nascita del volume Graziano Graziani non può non ribadire che a fronte di una variegata creatività purtroppo questa frammentata geografia di idee, produzioni, rassegne, festival e lotte, non è mai stata messa a sistema. In questo senso potrebbe essere interessante capire il ruolo che giocherà un organismo ormai in via di definitiva maturazione come il Cresco (all’incontro rappresentato da Luca Ricci) e da figure come quella del “lobbista” Fabio Morgan, direttore artistico del Teatro Orologio e promotore di battaglie sui tavoli dell’Agis e della politica.

Ma il nucleo della questione, come sempre, sembra albergare nelle profonde differenze di visione e una piattaforma comune ha bisogno invece di una mediazione continua. Voce fuori dal coro ad esempio è quella di Alessandro Riceci del Teatro Valle, che al di là della prosopopea gioiosamente antagonista con cui si fa strada nel discorso, propone meccanismi altri di gestione e produzione dello spettacolo dal vivo soffermandosi sulla possibilità concreta, seppur ostica, dei finanziamenti europei e ci pare un discorso sensato se pensiamo a quella sordità ormai congenita dei nostri politici nazionali. Ma perché abbandonare il campo delle istituzioni amministrative a noi più prossime? Intanto la Regione non è stata del tutto assente, Francesca Mancini, della segreteria dell’Assessorato alla Cultura, ha dimostrato con la sua presenza, nonostante le parole mute e l’impossibilità di promettere alcunché, capacità di ascolto e sensibilità; è già qualcosa rispetto agli incontri fatti negli ultimi anni nei quali le istituzioni erano quasi sempre assenti.

Non mancano le questioni culturali, la vocazione in cui Graziani vede lo specifico artistico e sociale degli attori in campo è centrale e complessa; le distanze non possono emergere solo tecnicamente – come auspica nel suo intervento Fabrizio Arcuri (direttore di Short Theatre) – differenziando le vie di accesso ai finanziamenti, bisogna creare una mappatura anche culturale, rivendicare un’alterità, non in forma ideologica, ma tentare di far passare il messaggio per il quale all’interno del grande calderone del teatro romano ci sono numerosi approcci alla scena e in tempi di coperte cortissime, perdonate il radicalismo, bisogna scegliere cosa coprire. E la politica deve prendersi la responsabilità di fare delle scelte.

Numerose problematiche andrebbero approfondite e non basterebbero queste righe, intanto un secondo passo è stato calendarizzato al 18 di settembre, serata di chiusura del festival.

Andrea Pocosgnich

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