Io sono leggenda. I bambini-grandi di Teatro Sotterraneo

Foto di Ilaria Scarpa
Foto di Ilaria Scarpa

Mentre la seconda settimana di Short Theatre entra nel rush finale, qualche nota va dedicata a quello che per il pubblico romano è stato un vero e proprio debutto, il Daimon Project di Teatro Sotterraneo. La compagnia toscana porta due repliche di Be Legend!, curioso dispositivo di “teatro seriale” in cui ciascuna micro-pièce (della durata di circa venti minuti) mette a fuoco un personaggio storico che, a proprio modo, si è trasformato in personaggio leggendario: mentre si attendono anche Hitler e forse Oscar Wilde, alla Pelanda è stato il turno di Jeanne d’Arc – bambina che vorrebbe fare la parrucchiera e si vedrà bruciato il caschetto dopo aver condotto un esercito –  e di Hamlet, un principino che cresce in una campana di vetro con il gusto del macabro. Particolarità di questa serie (itinerante nel processo produttivo), ciascun episodio ospita in scena un bambino, uno per ogni località, cui viene assegnato il compito di immaginare l’infanzia delle personalità in questione, mettendo in evidenza come un destino già segnato abbia travolto aspirazioni molto più innocenti. Il termine daimon rimanda a una categoria dello spirito coniata dal celebre filosofo e psicologo analitico James Hillman, nume tutelare tra i discepoli di Carl Jung. Nel suo programmatico allargamento degli orizzonti di studio, il suo libro Il codice dell’anima afferma che ciascuna anima (categoria irrinunciabile per la disciplina junghiana) possiede una sorta di paradigma innato, un «codice», appunto, che detterebbe le inclinazioni dell’essere umano influenzandone le scelte future. Un patrimonio tutt’altro che pacificato, tanto che Hillman lo definisce «daimon», un demone cui è impossibile tenere testa.

Pur ricalcando quello che ormai per molti versi è uno stile – reso possibile dalla struttura di compagnia sostanzialmente intatta e dalle stabili opportunità di produzione – bisogna ammettere che Teatro Sotterraneo continua ad avere voglia di sperimentare. Sara Bonaventura e Claudio Cirri si muovono tra i testi scritti da Daniele Villa con il consueto tono dimesso, il ritmo alto, il coinvolgimento diretto del pubblico, il sarcasmo pronto nella manica e la vis dissacrante, ma stavolta manca forse quel geniale affondo creativo che in opere come Dies Irae o L’origine della specie spingeva il messaggio oltre gli steccati del semplice moralismo e verso la vera e propria critica al costume, lontana da ogni stilema televisivo. Per quanto possano essere cercate, la pressoché totale assenza di una costruzione visuale e l’eccessiva essenzialità del lavoro sulla presenza scenica e sui movimenti rischiano di lasciare da sola una materia drammaturgica stavolta più debole, spesso in bilico sul già visto o comunque sul già immaginato, annacquando in parte la reale riflessione nella forma stessa che si occupa di presentarla. Una forma essenziale come sempre, ma questa volta poco incisiva, più vicina ai codici della comicità che a quelli del comico. E l’impiego (perché l’interazione conserva una struttura molto piramidale) dei due bambini si apre – altra cosa nota – al rischio di una adesione immediata, di una tenerezza indotta che strappa l’applauso, soffocando molto dello spessore presente in potenza nell’idea delle “vite dei grandi vissute dai piccoli”.

Foto di Claudia Pajewski
Foto di Claudia Pajewski

Di recente diffusione tra molti gruppi del contemporaneo è poi questa pratica, ancora mai davvero risolta: l’uso in scena di corpi “anomali” da quelli “convenzionali”. Le virgolette sono necessarie per smarcarsi da ogni possibile discriminazione, eppure molte volte, su queste e altre pagine, ci si è trovati a mettere in discussione la comparsa di portatori di handicap, di attori non-professionisti, di bambini estranei alle arti della scena e via dicendo. Poiché lo spettatore e la sua lettura dell’opera compongono la chiusura del cerchio, nella messa sulla scena di certi corpi servirebbe sempre mostrare il processo che lì ha portato, piuttosto che la loro semplice presenza, che sempre è problematica, non sempre problematizzata.

Sergio Lo Gatto

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Teatro Sotterraneo
BE LEGEND! Hamlet | Jeanne d’Arc Daimon Project
concept e regia Teatro Sotterraneo
in scena un/una bambino/a, Sara Bonaventura, Claudio Cirri
scrittura Daniele Villa
luci Marco Santambrogio
consulenza costumi Laura Dondoli, Sofia Vannini
grafica Massimiliano Mati
produzione Teatro Sotterraneo
coproduzione Associazione Teatrale Pistoiese, Centrale Fies
col sostegno di BE Festival, OperaEstate Festival, Regione Toscana
residenze artistiche Centrale Fies, Associazione Teatrale Pistoiese, Armunia, Warwick Arts Centre
Teatro Sotterraneo fa parte del progetto Fies Factory