Mi Gran Obra: Espinosa negli interstizi della Biennale di Venezia

Foto di Futura Tittaferrante
foto Futura Tittaferrante

Bisogna guardare, saper guardare davvero a fondo.
Il mare è alto, di fronte la banchina di Ca’ Giustinian. La 42ª Biennale di Venezia si misura con una profondità poco visibile e la naviga con ogni mezzo, dai grandi yacht dormienti al fianco delle banchine alle navi da crociera verso Le Zattere (non più a San Marco) che sembrano palazzi in movimento, fino alle proverbiali gondole condotte da marinai in cartolina. Eppure, tra le grandi produzioni di stampo pressoché classico che non lesinano la spettacolarizzazione del teatro, come forse è nel dna di tale festival, a ben vedere qualcosa si annida anche negli spazi dove mai si andrebbe a cercare qualche elemento propositivo per la società in divenire. Ci si lascia allora accarezzare da certe immagini di altro tempo quando si attraversa la sala d’ingresso, di fronte alla mostra “Amarcord. Frammenti di memoria dall’archivio storico della Biennale”, una raccolta lungo il Novecento di fotografie e video, lettere, schede di prestito, stralci di articoli curata da Massimiliano Gioni che dirige il settore Arti Visive (in collaborazione con l’ASAC). Se ne apprezza soprattutto il tentativo di non lasciar cadere nell’oblio la raffigurazione di momenti che hanno fatto la storia recente dell’arte a Venezia, i grandi personaggi storici e i grandi artisti da Balla a De Chirico, da Morandi a Braque, da Man Ray a Burri, fino a Pasolini e Jean Clair, fermati in istantanee di epoche ormai dissolte ma che proprio le arti sanno perpetuare; è un uso dell’archivio intelligente, fondato su obiettivi simili a quello che ne fa ad esempio Radio 3 con alcuni programmi come L’archivio teatrale (grazie soprattutto all’impegno del curatore Antonio Audino) in cui è possibile ascoltare e ridiscutere, conoscere episodi della vita teatrale perduti nel tempo e che tornano invece con forza alla vita contemporanea, una sorta di riciclo non per soltanto mostrare ma per portare fuori dai frammenti nuove opportunità di dibattito, nuove forme là dove sfuma la concretezza delle antiche.

Foto Futura Tittaferrante
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Ma bisogna guardare, continuare a guardare a fondo.
Perché altrimenti, da lontano, facile non si veda niente. È questa la sensazione che accoglie nell’ingresso del primo piano, dove lo spagnolo David Espinosa ha radunato gli astanti in attesa di mostrar loro Mi Gran Obra, ciò che lui stesso definisce un proyecto ambicioso. Una voce proviene da un iPhone, posto di fianco a una grande valigia chiusa che delimita lo spazio per un gruppo di soldatini “civili”, personaggi di qualcosa che non si conosce ancora; un piccolo megafono la amplifica a definire cosa si vedrà, di lì a poco, raccontando l’origine dell’opera nella volontà di un teatro senza i confini delle scarse economie e consegnando istruzioni di cui già si intuisce il carattere ludico. Ha un sorriso accogliente, Espinosa, un ragazzo trentenne che ha voglia di giocare e di coinvolgere lo sguardo altrui nel suo gioco intelligente e raffinato; si accede allora ad una saletta lì di fianco, su ognuna delle sedie è un binocolo con cui mettere a fuoco la “gran obra”, il più grande spettacolo possibile. Un binocolo, da un metro. Già perché tutto avviene in uno spazio raccolto, Espinosa si pone dietro un tavolo con due piccoli altoparlanti ai lati, inizia a disporre i modellini con cui opererà una riduzione in scala del grande teatro attraverso i due concetti basilari che al teatro presiedono, ossia azione e reazione, per meglio dire movimento e percezione.

E fiducia. Senza la quale sarebbe impossibile la rappresentazione. Se capace di instaurare quel patto, Espinosa è in grado di costruire per gli occhi altrui le immagini di una spettacolarità irradiante, ottenute non per addizione di grandi effetti ma per sottrazione di effetti minimi, solo determinati da sapienza artigiana e immaginazione. Nella sua composizione allora si vedranno (anche attraverso un video per tablet) grandi raduni di piazza e partite di calcio, feste e balli, storie d’amore che seguono un’intera vita e invecchiano nei personaggi, marce militari e spiagge tropicali fatte di riso, l’eterna presenza della morte nella vita umana, tutto nello spazio che una lente sa rendere grandioso; non tutte le immagini sono definite e un forte lavoro drammaturgico dovrà avvicinare le sue composizioni in una concentrazione più concreta di racconto, perché sia più efficace, ma nella Biennale dei ricchi progetti il suo lavoro “in economia” si manifesta con un intento politico molto forte e riporta attenzione agli interstizi, ai luoghi dove vedere suppone una dedizione allo sguardo, quelli dove bisogna saper guardare – di qui in poi – per evitare di andare a fondo.

Simone Nebbia

Visto alla Biennale Teatro 2013 in agosto

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Fotografie di Futura Tittaferrante- ©tutti i diritti riservati

 

MI GRAN OBRA (Un proyecto ambicioso) (55’)
prima italiana
ideazione e regia David Espinosa
con David Espinosa, Cía. Hekinah Degul
assistente alla regia África Navarro
musica e suono Santos Martínez, David Espinosa
scene David Espinosa, Air maquetas y proyectos de arquitectura
produzione El Local EC., CAET
in collaborazione con il Dipartimento di Cultura della Generalitat de Catalunya
con il supporto di Bilbaoeszena