Uno sguardo al circo contemporaneo

Jay Gilligan, Prototype - frame from Vimeo
Jay Gilligan, Prototype – frame from Vimeo

Quella qui pubblicata è una nuova versione di un articolo pubblicato sul numero di Estate/2013 dei Quaderni del Teatro di Roma, alla quale alleghiamo un’edizione in pdf scaricabile dell’articolo di approfondimento commissionato dal progetto Unpack the Arts.

Scarica il pdf dell’articolo: “Dal totem al tabù. Il corpo nel circo contemporaneo”

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È comune ormai la tendenza che assegna ad alcuni dei nostri festival un nome proprio, nuovo ogni anno, scelta che – dettata anche da esigenze di comunicazione – vorrebbe essere in grado di fare il punto, edizione dopo edizione, non tanto dello stato dell’arte delle arti performative contemporanee, quanto della presenza o dell’avvento di nuove derive estetiche e politiche di quella precisa arte e che vanno poi a condensarsi in qualcosa di già di per sé complesso ed elaborato: una sintesi tematica.
Stiamo vivendo un momento in cui il nostro sistema – sostenuto o meno dai grossi flussi di denaro – sta cercando di affermare una consistenza critica e una più chiara identità, ed è forse qui che l’intervento curatoriale su una realtà come un festival – divenuta negli anni un organo essenziale di promozione e produzione delle arti in Italia – acquista un peso specifico enorme. Allora a essere sintetizzata in una programmazione compressa non è quasi mai una reale proposta di sguardo intorno allo stato dell’arte, ma una manovra di aggiornamento dei percorsi che quello stato dell’arte hanno contribuito a creare o su cui lottano per avere una posizione di influenza.

Preso com’è nel vortice della creazione, il nostro teatro contemporaneo non ha davvero possibilità né volontà di storicizzarsi o di essere storicizzato e, se forzando un po’ la mano immaginassimo il sistema festival libero da ogni condizionamento di mercato e dalle famigerate logiche degli scambi, sarebbe probabilmente visibile un panorama eterogeneo e soprattutto si intuirebbe il reale senso di quell’ordinare le edizioni per titoli, come nella biblioteca di un sapere dinamico che finalmente fa a meno – almeno finché la creatura è ancora viva e in movimento – di fermare l’avanzare delle poetiche e invece ne registra in tempo reale il cambiamento.

Ma tutto questo avviene proprio perché, sotto un sistema che presenta innumerevoli debolezze e vizi – e forse proprio nei termini di una risposta vitale a un’urgenza – esiste un vero e proprio flusso lavico continuo che si dimostra disposto a giocare con i propri linguaggi e, nel caso dei festival internazionali, di metterli a confronto con i fecondi segnali provenienti da latitudini diverse. In altre parole, nel mezzo di questo flusso le correnti sono troppo variegate e troppo diversi i presupposti di linguaggio che le muovono da permettere a un festival qualsiasi di disegnare un’ipotetica panoramica del teatro o della danza contemporanei.

Prospettiva possibile con un genere meglio circoscritto come il circo contemporaneo, ancora nella sua fase di definizione. Dal 2006 l’intenzione del Cirko Festivaali di Helsinki è quella di offrire di fatto uno sguardo unitario accostando alcune realtà importanti della scena internazionale ai nomi più significativi del circuito finlandese. Un circuito che, grazie soprattutto al potente lavoro di produzione, promozione e residenza artistica svolto dal Cirko – Center for New Circus, si dimostra essere uno dei più attivi. Anche perché può contare sulla fiorente condizione economica del paese e su un’amministrazione molto attenta alla cultura – il massimale dei tagli a questo settore è stato del 3%. Il segno in più è stato l’inserimento del Cirko Festivaali in una rete chiamata Unpack the Arts, che riunisce vari enti ed eventi culturali in tutta Europa dedicati al nouveau cirque. Lo scopo di questo fitto programma di residenze internazionali – a cui chi scrive ha preso parte – è di avvicinare gruppi selezionati di giornalisti culturali a un linguaggio non ancora esplorato a fondo dalla critica, dando loro spazio per incontrarsi, visionare spettacoli, intervistare gli artisti e realizzare materiale editoriale non di carattere promozionale ma di approfondimento.

Capilotractées - foto di Christina Simpson
Attached – foto di Christina Simpson

Per disegnare a grandi linee le origini di questo linguaggio, il circo contemporaneo nasce tra gli anni Sessanta e Settanta, quando l’urgenza di rovesciare certe convenzioni si era risolta nell’arte con una forte spinta alla mescolanza dei codici e all’emancipazione da un’idea di spettacolo in quanto intrattenimento ma anche in quanto opera d’arte irraggiungibile. Dall’alto di questa vertigine popolare il circo si liberava di alcune delle sue radici più profonde – come la struttura famigliare delle compagnie, il loro nomadismo e la presenza degli animali – andando verso una forma nuova e fertilmente ibrida in cui, tenendo come forte base l’abilità fisica e il virtuosismo, affiorava una nuova spettacolarità, spesso a contatto con la ricerca di un significato. Un significato tuttavia già contenuto nella specificità di tecniche che mettono a nudo il corpo: para-acrobatica, funambolismo, giocoleria, clownerie convivono con certe pratiche mutuate dalla tradizione più antica, che rimandano ancora al tendone e ai secchi di segatura. È in quelle pratiche il panorama attuale sembra aver trovato i termini per condurre una vera e propria ricerca, non dissimile da quanto accade nel teatro o nella danza.

Tracciando una immaginaria linea orizzontale alla programmazione del festival, certe tematiche, nel passaggio dalla tradizione del circo di giro alle nuove frontiere del genere, sembrano essere state visibilmente influenzate dagli altri linguaggi della scena, dall’arte di strada alla performance art, fino alla danza, al teatro danza e persino al teatro puro, almeno quello in cui la narrazione convenzionale è deflagrata. È il caso del bizzarro esperimento Capilotractées delle finlandesi Sanja Kosonen ed Elice Abonce Muhonen, uno spettacolo che mescola l’antica tecnica dell’hair hanging (in cui i performer eseguono numeri acrobatici appesi per i capelli, più vicina dunque alle atmosfere dei baracconi dei freak show) con una ricerca per certi versi simile a quella di Andrea Cosentino – che infatti gioca molto con la figura del clown – o di Deflorian/Tagliarini: ironia tagliente, struttura scompaginata e criticamente concettuale e una sostanziale essenzialità visiva.

Capilotractées - foto di Sebastien Armengol
Capilotractées – foto di Sebastien Armengol

Della giocoleria – tra le tecniche di fatto più popolari – c’è stato modo di frequentare due poli opposti, quello impeccabile, virtuoso e spettacolare degli inglesi Gandini Juggling e quello sofisticato e frontale dello statunitense Jay Gilligan. Da un lato un omaggio a Pina Bausch (Smashed) realizzato da un gruppo di otto giocolieri alle prese con mele e servizi da tè che finiscono in un’allegra orgia di distruzione generale, con un ritmo davvero forsennato e un’esecuzione ammiccante ma di indubbia maestria; dall’altro Prototype, un solo in cui la giocoleria vive due variazioni: Gilligan esegue complicate sequenze (sempre aperte all’errore) con oggetti di forme bislacche da lui stesso progettati, intervallate dalla composizione estemporanea di musica elettronica, realizzata su una complicata consolle che reagisce a un touch screen a infrarossi generando – nel mix pattern ritmici e frammenti di comunicazioni dallo sbarco sulla Luna – genera forme grafiche e una propria drammaturgia sonora. A collegare i due lavori sembra esserci il senso di quell’equilibrismo a tutti i costi, un retaggio della necessità di strabiliare lo spettatore che dai tendoni e dai cerchi infuocati arriva ora dentro le sale teatrali a sperimentare nuovi codici di relazione sulla scena e con la platea.

In questo senso, due diversi modi di far cortocircuitare la meraviglia per il “numero” rischioso e un contatto diretto tra i performer apparivano in Tenho della compagnia locale Agit-Cirk e in Attached del duo franco-svedese Magmanus, entrambi alle prese con la para-acrobatica e con la questione del sesso dei performer. Se nel primo – il cui titolo suona come “echi dal passato” – uomo e donna guardano alla tradizionale equazione dei ruoli nel circo (donna = essere armonioso e volatile; uomo = dominante forza bruta) e lasciano parlare una tecnica sopraffina senza prendersi quasi per nulla cura della confezione, più ammiccante e però adatto al contesto teatrale della sala chiusa è il secondo, in cui la stessa struttura di ruoli viene con ironia giocata su due presenze maschili, una imponente, l’altra minuta. Il cuore della sfida sta però nell’equilibrio tra una forma “contemporanea” e in un certo senso postmoderna (con tutti i presupposti di un po’ pretenziosi di racconto della realtà per concetti) e l’esecuzione tecnica di un virtuosismo acrobatico che esige un’attenzione sopraffina.

Il caso inaspettato di un incidente (fortunatamente non grave ma che è costato l’interruzione brusca dello spettacolo) ha messo il pubblico di fronte a uno stato costantemente presente e però compresso in una convenzione e dunque rimosso: la dimensione del rischio. Una dimensione forse presente anche in altre arti della scena, ma che qui agisce sotto lo smalto di una spettacolarità irrinunciabile. Una prospettiva di analisi dunque molto complessa. E allora è forse vero che questo nouveau cirque ha molto da dire a proposito del contemporaneo.

Sergio Lo Gatto

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Parte di questo articolo è apparso sul numero Estate/2013 dei Quaderni del Teatro di Roma. Per gentile concessione.

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