Una conversazione su “I giorni del buio”. Gli allievi della Silvio D’Amico diretti da Lavia

Protette dall’afa romana nella nostra redazione sotterranea di via Eurialo ci vengono in mente alcune riflessioni sull’ultimo spettacolo di Gabriele Lavia appena visto al Teatro Argentina. Trovandoci inizialmente d’accordo, scopriamo sfumature differenti d’opinione sulle quali confrontarci, decidiamo così di rispettarne la genesi del pensiero, riportandolo in forma di dialogo.

I GIORNI DEL BUIO di gabriele lavia - foto di tommaso le pera .01
foto di Tommaso Le Pera

Viene naturale cominciare dall’immagine di apertura. Forte, Incisiva. Un magma di corpi arroccati su una catasta di carrelli della spesa che impera sulla scena vuota e riempita solo dalle calde note di una voce. L’impatto con I giorni del buio diretto da Gabriele Lavia è significativo e getta i presupposti sui quali si reggerà tutta la visione, anzi lascia vibrare di rimando le scene successive.

Come se non riuscissero a equiparare quella potenza, dunque?

Sì, ma non dal punto di vista visivo. La ricerca estetica è pressoché costante e si fa metafora dell’umanità sommersa che vive ai bordi delle strade, di quei clochard il cui ritratto è sostanza dell’intero spettacolo.

Ai quadri che prepotentemente si impongono – e che beneficiano di un rigore formale dato anche dalle scelte cromatiche dell’incarnato dei corpi dei 19 attori impreganti di polvere e fatti risaltare dell’uso espressionistico di alcuni proiettori posti a fondo palco e diretti in platea – se ne alternano altri d’efficacia inferiore. Pensa al momento in cui gli ombrelli neri diventano contraltare della disperazione di uno dei protagonisti rispetto alla marcia a schiera degli attori.

Oppure quando nel finale le foglie tremule dei rami tenuti sospesi subiscono la discesa schiacciante del totem di carrelli iniziale.

In quello – come in altri casi – sembra siano gli oggetti a diventiare i veri protagonisti della scena, attraendo l’occhio di chi guarda quasi a discapito delle azioni attoriali. Quella stessa immagine finale a cui ti riferivi era tanto più forte in quanto erano i rami, vette usualmente protese verso l’alto, a esser schiacciati, e non i loro portatori. È come se le fronde potessero diventare metafora della condizione marginale e rappresentare quei resti di vitalità a cui, come società, sembriamo indifferenti.

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foto di Tommaso Le Pera

È pure vero che lo spettacolo visto al Teatro Argentina funge da saggio finale per gli allievi dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico, per cui, al di là delle forme, ciò che conta dovrebbe esser la resa del percorso formativo. Il senso etico prima e pratico poi sarebbe quello di presentare un’idea chiara del tipo di attore che la scuola è grado di offrire alla prospettiva nazionale contemporanea. A maggior ragione in questo caso visto che per la prima volta l’allestimento si è avvalso del sostegno del Teatro di Roma e perciò legittimamente considerabile come pièce compiuta a tutti gli effetti.

Forse il problema è proprio nello scarto che si crea tra l’aspirazione e l’effettiva restituzione del “folto campionario” dipinto. Il testo è costruito sulla cucitura delle testimonianze di alcuni homeless romani raccolte dagli stessi allievi. Il montaggio dei monologhi così ottenuti, intervallati da alcuni momenti corali, trova uniformità narrativa nella presentazione dei singoli personaggi, di cui vengono precisati, di volta in volta, nome, provenienza, luogo e data dell’incontro, prima di d’indossarne completamente la maschera per ricordarne alcuni momenti di vita. In questo modo però lo spettacolo si ritrova pericolosamente in bilico tra approccio documentaristico e interpretazione emotiva delle storie, senza riuscire a pendere efficacemente da nessuna delle due parti.

In effetti la drammaturgia dovrebbe essere il motore trainante del lavoro considerando come si è deciso di strutturare la trattazione del tema. Parlare dei senzatetto porta inevitabilmente a contatto con la sfera del sociale e ben venga il problema: l’intoppo infatti non nasce affrontandolo da un’ottica artistica, anzi, sorge piuttosto, qui, perché l’espressione teatrale si appoggia troppo sul clichè del barbone.

foto di Tommaso Le Pera
foto di Tommaso Le Pera

A molti verrebbe da dire che, partendo dalla raccolta diretta dei racconti, non si può fare niente di diverso che restituirne in fedeltà spirito e contenuti. Ma il teatro, l’arte, è anche altro e il suo compito probabilmente è dare una gradazione diversa dalla semplice esposizione, in modo che arrivi sino a noi più concentrata. Visto il gran numero di monologhi che vengono presentati poi, un’ora e mezza circa di durata non permette di attraversare pienamente l’essenza di nessun personaggio. Senza contare che la questione non è nemmeno su quanto, ma su cosa si sceglie di dire: il rischio è di cadere nello stereotipo.

E poi la musica. Nonostante le premesse interessanti di un tappeto sonoro a cui si affida il compito di descrizione suggestiva dell’ambiente, la scelta delle musiche finisce per diventare accompagnamento didascalico. In effetti è come se la melodia volesse portare lo spettatore in una precisa direzione emotiva che non lascia libertà di scelta. I toni da requiem, senza contare il sottofondo univoco e costante degli archi, lasciano senza dubbio la perplessità che si debba generare del pietismo dove si voleva consegnare la cronaca.

Più che ferire, compatire.

Marianna Masselli / Viviana Raciti

I GIORNI DEL BUIO
regia e drammaturgia Gabriele Lavia
coreografia Enzo Cosimi
Saggio di Diploma del III anno del Corso di Recitazione dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico
Con Rosy Bonfiglio – Johanna, Valentina Carli – Pina, Barbara Chichiarelli – Italia Giulio Maria Corso – Karim, Flaminia Cuzzoli – Susy, Valerio D’Amore – Vincenzo Alessandra De Luca – Nina, Arianna Di Stefano – Ira, Desiree Domenici – Tiziana Carmine Fabbricatore – Lello, Giulia Gallone – Maria, Samuel Kay – Caesar Matteo Mauriello – Leonardo, Marco Mazzanti – Giovanni, Ottavia Orticello – Edda Alessandra Pacifico Griffini – Dolores, Gianluca Pantosti – Maurizio, Eugenio Papalia – Benny, Matteo Ramundo – Paul, Veronica Polacco – assistente
costumi Gianluca Sbicca
scene Paola Castrignanò
assistente alla regia Giacomo Bisordi
foto di scena Tommaso Le Pera
Una coproduzione Teatro di Roma
Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico I Fondazione Teatro della Pergola