Premio Le Maschere del Teatro. Conversazione con un giurato

foto di Salvatore Pastore
foto di Salvatore Pastore

Scardinare l’ordine di un sistema immobile, pietrificato, che per certi versi fa da specchio allo stallo politico e sociale di questo paese, non è un lavoro per vecchi. E può capitare inoltre che sia lo stesso sistema a cercare energie fresche fuori da sé (solamente per poi mantenere lo status delle cose?). Quest’anno il Premio Le Maschere del Teatro Italiano ha fatto “la mossa” dirigendo lo sguardo verso la giovane critica e questo ci ha dato l’opportunità di averne informazioni diretta da Sergio Lo Gatto, nuovo giurato e uno degli animatori di queste pagine.

Tra le poche cose che salverei di questo premio – per la cronaca rivitalizzato dai suoi ideatori iniziali Luca De Fusco e Maurizio Giammusso dopo la dipartita dell’Eti, quando si chiamava Gli Olimpici del Teatro – è proprio la discussione che due sere fa ha occupato il palco del Teatro Quirinetta di Roma. Un dibattito risolto però con troppa fretta per far conoscere un certo teatro d’arte che, non avendo la fortuna di vivere nel giro degli Stabili, non è neanche invitato alla festa. Il risultato è perciò quello triste e asfittico di un sistema chiuso che premia sé stesso. Cerchiamo di capire meglio con Sergio se e come manifestazioni di questo genere sono ancora utili. A.P.

Ci spiegheresti brevemente quali sono i passaggi di questo premio?
L’organizzazione del premio, curata dalla Fondazione Campania dei Festival, compone una giuria selezionata di dodici membri, tra critici, giornalisti, produttori e operatori teatrali, auspicabilmente sparsi su tutto il territorio nazionale. Al gruppo viene consegnato un dossier che raccoglie (in maniera dichiaratamente non esaustiva) gli spettacoli che hanno replicato nella stagione appena chiusa, tra cui ciascun giurato propone una terna di eccellenze nelle varie categorie. La giuria si incontra poi in una serata aperta al pubblico, dove i voti emersi vengono discussi e portati a comporre, per ciascuna categoria, una terna di finalisti che in una seconda e ultima fase di selezione verrà sottoposta al voto di circa 500 personalità (la lista specifica non viene pubblicata) variamente legate al mondo del teatro. Questi scelgono i vincitori da premiare nella serata finale al Teatro San Carlo di Napoli. Due specifiche: è possibile per i giurati integrare il dossier votando anche spettacoli che non vi compaiono, a patto che abbiano replicato nella stagione in questione: tuttavia, nelle consultazioni (per abbreviare i tempi) vengono presi in considerazione solo i titoli e i nomi che abbiano ottenuto almeno due voti. Salvo poi la possibilità di ribadire le ragioni di quel voto, tentando di trovare “alleati” che lo riportino in lizza per la terna.

L’ultimo passaggio che riconsegna a centinaia di votanti del settore mi sembra la fase meno convincente. Sei al corrente del motivo di questa scelta?
In verità non ho mai seguito questo premio molto da vicino. Ovviamente ne conoscevo l’esistenza, ma non ero informato sulle reali modalità di assegnazione. Credo che il vero pericolo sia che con gli anni e anche a causa di una tendenza comune di questo sistema che divide i circuiti in cerchi concentrici, un premio che nasce come una reale attestazione di qualità si trasformi in un’occasione di rappresentanza: come in tutti i premi molte sono le criticità nelle procedure, ciascuno ha la propria. Credo che il passaggio alle “centinaia di votanti ignoti” sia un tentativo di rendere il premio più popolare, meno pendente dalle labbra di una giuria che in ogni caso è selezionata dall’organizzazione stessa – per altro, per quanto eterogenea, una giuria di dodici membri non può essere rappresentativa di un settore, tanto meno popolare. Concordo assolutamente che, se può essere stimolante e in qualche modo anche interessante la discussione aperta delle terne, ogni verve democratica viene in qualche modo polverizzata non tanto dall’apertura alla “giuria popolare”, quanto dall’anonimato della stessa. In fondo non si tratta comunque di un referendum popolare, perché anche quei cinquecento vengono selezionati. E non se ne conoscono le logiche.

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foto di Salvatore Pastore

Che cosa ti ha spinto a far parte di una giuria che sapevi già schierata e inamovibile in un premio che in parecchi darebbero per morto?
Quando sono stato chiamato non avevo a disposizione la lista dei giurati di quest’anno dunque non avevo modo di farmi impressioni su un loro possibile schieramento. Certo erano pubblicate le giurie delle edizioni passate (alcuni membri cambiano, altri tengono le poltrone) e la cosa che saltava più agli occhi era l’assenza quasi totale di una rappresentanza della critica che sta nascendo in questi anni o che in questi anni sta comunque cercando di rinnovarsi e rinnovare uno sguardo. Non ne faccio solo una questione anagrafica: fortunatamente (e di certo per merito di una spiccata volontà) in questi anni i venti-trentenni hanno avuto modo di collaborare con le generazioni precedenti, qua e là rappresentate da una qualche apertura al dialogo. In questo senso, a spingermi innanzitutto ad accettare è stato il fatto che avessero chiamato me e che sapessi di essere – almeno tra i critici coinvolti – l’unico appartenente a questa generazione e l’unico realmente attivo sul Web (che non voglio definire come un “nuovo medium” ma di certo un medium rilevante). Se si fosse trattato solamente di inviare delle preferenze avrei senza dubbio rifiutato. A convincermi è stata l’opportunità di incontrare gli altri membri e di discutere con loro le mie idee, per di più davanti a un pubblico. Non tanto per mettere in luce in maniera per forza polemica delle differenze di vedute, quanto perché le occasioni di confronto vis-à-vis sono a mio avviso la più viva (forse l’unica) opportunità di mantenersi legati a un presente, di comprenderlo meglio, di mettersi in crisi. E il nostro lavoro – queste pagine ne vogliono essere uno specchio – ha perennemente bisogno di rinnovare questa urgenza.

Quando hai acceso la discussione su Timpano abbiamo vissuto un esempio di quello che nuovi e attenti osservatori della scena contemporanea potrebbero fare in sedi come questa.
Io avevo votato Daniele Timpano di Aldo Morto_Tragedia come miglior interprete di monologo e ho subito esercitato il mio diritto, cercando di sensibilizzare gli altri affinché ottenesse i voti minimi per partecipare alle votazioni aperte. E l’ho fatto – come detto – non tanto e non solo per l’interpretazione di Timpano, quanto per l’importanza del suo progetto e per il suo impegno nella ricerca di un linguaggio (performativo e drammaturgico). E qualcuno mi è andato dietro. Come se la cosa avesse di fatto risvegliato un interesse. Qualcuno dei giurati non aveva proprio visto lo spettacolo (nonostante le 54 repliche in solo due mesi, per il progetto Aldo Morto 54), altri lo avevano visto ma non votato. Le ragioni ovviamente non le conosco. Ma penso che il senso della discussione faccia a faccia fosse proprio quello, di tentare di sbandierare non tanto le eccellenze dei vari quartieri dell’arte, quanto proprio il fatto che questo sistema sia divorato da quella stessa logica dei quartieri. E anche per mettere in luce (come è successo questa volta) quanto certe categorie siano castranti: alcune interpretazioni non si sapeva se classificarle in protagonista o non protagonista, di alcuni spettacoli era difficile identificare i costumi, peggio ancora: mancavano del tutto danza e teatro di movimento, come se davvero il contemporaneo potesse farne a meno.

foto di Salvatore Pastore
foto di Salvatore Pastore

Inoltre c’è lo stesso problema che assilla i Premi Ubu: il giurato può ritrovarsi a votare spettacoli che non ha visto. Tu l’hai ammesso pubblicamente. Non sei riuscito a orientare il voto su qualcosa che ti appariva “meno peggiore” anche senza aver visto gli spettacoli?
Innanzitutto il problema è nel criterio iniziale. Votare spettacoli che non necessariamente abbiano debuttato quest’anno, ma anche spettacoli più vecchi che questa stagione abbiano replicato. E così ti trovi in rosa alcune produzioni di circuito che vanno in giro da anni, ma non puoi inserire qualcosa che non ha avuto modo di replicare perché il sistema non la digeriva più: magari qualcosa di veramente interessante e per cui forse addirittura un premio di solo riconoscimento potrebbe valere qualcosa, più che per altri che hanno binari ben più solidi su cui viaggiare. Il problema di non aver visto tutti gli spettacoli rimarrà sempre, è una sorta di handicap accettato fin dall’inizio, un tacito accordo. Se l’ho ammesso pubblicamente (non senza ricevere qualche naso arricciato) l’ho fatto in occasione di un ballottaggio che davvero non riusciva a ottenere da me alcuna opinione chiara non per polemica, ma perché ancora credo che certi nomi finiti in terna non siano rappresentativi di quello che il teatro italiano di oggi è in grado di offrire. Nei Premi Ubu, che non prevedono discussioni aperte, si creano ovviamente (e nel corso dei mesi) delle cordate che cercano di porre rimedio al fatto che non tutti hanno visto tutto. E sono cordate basate su una stima reciproca e una conoscenza del rispettivo lavoro che ti spinge ad affidarti alle posizioni altrui. In un incontro di un’ora con un gruppo di sconosciuti non ci sarebbe tempo di fare cordate, di certo non avrebbe senso. Il problema è che così la maggioranza assoluta trova sempre il modo di portare avanti qualcuno lasciando indietro qualcun altro: in uno, in due o in tre non si può combattere una maggioranza di undici, dieci o nove. Se non si vuole portare ogni passaggio verso una discussione accesa (non ve ne sarebbe il tempo) l’unica arma (spuntata) che resta e che io ho tentato di usare è forse quella dell’astensione, che quanto meno – quando il ballottaggio si stringe – è in grado portare due giri di votazioni a un risultato pari, generando uno stallo. Ma in ogni caso da quello stallo si esce sempre con il passo indietro di qualcuno, che concede un voto ribaltando il risultato. Forse però questo avviene anche perché difficilmente in un testa a testa si trovano spettacoli molto differenti. Uno Scaparro contro uno Sciaccaluga: esiste davvero un vincitore?

Concludendo, pensi ci sia ancora bisogno di un concorso simile? In che cosa dovrebbe cambiare?
L’hai detto tu, lo confermo: a dare questo premio per morto sono in molti. Per parte mia ti dico che qualsiasi premio fine a se stesso nasce morto. Non parlo in linea di principio ma sempre in relazione alla situazione attuale: gli unici premi utili sarebbero quelli in grado di promuovere un teatro di qualità che racconti il presente. Dunque non solo nomination e dichiarazioni di eccellenza, ma possibilità reali per gli artisti di circuitare, di sprovincializzare il proprio linguaggio, per il pubblico di tenere lo sguardo in un continuo stimolo, di tornare a fare comunità. Gli Ubu avevano un altro senso quando esisteva la struttura che li reggeva, che – in un modo a volte sano, a volte malato – dava una direzione alla ricerca. Adesso anche loro rischiano (per i problemi che abbiamo esposto qui e, più specificamente, in altre pagine di questo giornale) di ridursi a un’attestazione di stima reciproca poco ancorata a un presente che esige piuttosto concreti sforzi di rete. E allora potrebbe essere sensato che a organizzare questo o quel premio fossero associazioni, produzioni, teatri e festival sparsi per tutta Italia, impegnati a ricomporre una rete di circolazione, tutta da reinventare. Credo ancora che, riguardo alle Maschere, la formula della discussione aperta al pubblico possa essere interessante. A patto che la si sappia promuovere non come una serata di rappresentanza, ma come due ante di una porta lasciate aperte, spalancate; perché la consultazione pubblica sia una modalità davvero critica c’è bisogno anche di una platea che (come è capitato questa volta in qualche occasione) partecipi attivamente, accenda la discussione e non sia semplicemente spettatrice. Secondo me bisognerebbe sempre riportare tutto al pubblico, l’unico elemento senza il quale “nessun” teatro sopravvive.

Andrea Pocosgnich