Kinkaleri ai Tropici. Nella grammatica del gesto

foto di Filipe Viegas
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Un gioco escheriano di scale che si congiungono a vicenda, quasi un’illusione ottica imposta alla fruizione è Tropici, la tre giorni che Michele Di Stefano – con il sostegno organizzativo e logistico di PAV – ha architettato negli accoglienti spazi dell’Angelo Mai Occupato. Un evento che porta con sé tutte le caratteristiche della ricerca (affamata, quasi ossessiva) di MK intorno ai temi del turismo, del cambio di latitudine che si fa distorsione dello sguardo. Un evento di cui Roma sentiva un forte bisogno proprio adesso, alla fine di una difficile stagione. Un evento che restituisce al teatro la sua dimensione comunitaria grazie non tanto e non solo alla ormai consueta strategia che offre al pubblico lo svago del cocktail a buon prezzo (site specific pure quello) o della sigaretta che si può fumare anche in taverna, ma anche al tentativo di istituire una nuova dinamica di fruizione, un impianto fluido che contiene senza costringere, che lascia allo spettatore sempre una doppia possibilità di accesso: prospettiva completa o coda dell’occhio. E infatti la porta sul retro della sala è sempre aperta, ché lo sguardo s’affacci e beva appena avverte la sete.

Come già descritto nel diario della prima giornata, a rifluire in questo tempo alterato e alternato è una selezione di performance che puntano al suono indefinito o alla pura immagine, al movimento come sintassi. Accade dunque facilmente che all’interno di questo dispositivo se ne inseriscano altri, in un fertile gioco di scatole cinesi nel quale la sfida è non lasciarsi fagocitare dalla forma, non cedere all’impressionismo radicale che tramuta un’opera complessa in un’opera complicata. Vi riesce Kinkaleri, che in questa logica di dispositivo-nel-dispositivo inserisce una nuova tappa del progetto All!, in cui Marco Mazzoni si fa didatta ed esecutore di una vera e propria operazione semantica. Avevamo visto la scorsa estate ad Armunia a Castiglioncello e poi a Short Theatre a Roma due movimenti di questa creatura, in cui due danzatori agivano in scena un testo traducendolo meticolosamente in gesti, impiantando su un tappeto sonoro che rielaborava suggestioni naturalistiche e riprese ambientali un vero e proprio spelling mimico lettera per lettera. In quel caso, quando si aveva a disposizione solo il foglio di sala con una sintetica legenda e una tavola illustrata, i quaranta minuti danzati acquisivano senso dentro i tempi e i modi indefinibili di una sorta di ipnosi collettiva. Che i corpi stessero comunicando secondo un codice definito era evidente, la tendenza nel pubblico era presto quella di cercare la trama, sussultando di soddisfazione quando si riconosceva il ripetersi di gesti come in una partita a memory mischiato al gioco dei mimi.

foto di Filipe Viegas
foto di Filipe Viegas

In questo passo del cammino la forma cambia, o comunque evolve. Mazzoni prende posto nel cerchio di luce in una mise da fitness e con voce calma ed estremamente chiara illustra al pubblico le regole del gioco, per accedere alle quali «si può guardare o partecipare». Alla A corrisponde un braccio steso in avanti, un giro di collo significa D, alziamo la gamba e componiamo una L e una bella piroetta vale come una Z e via dicendo per tutto un alfabeto di gesti, ciascuno con associato un proprio fonema, quasi a risalire la corrente del linguaggio fino alle origini dell’espressione o a tornare indietro a quando, da bambini, giocavamo a inventare lingue segrete. Forse da qui, dall’avanzare di memorie personali, deriva lo schiocco di diaframma di qualche timida risata: i due semplici ed evocativi haiku di Jack Kerouac, visioni di una natura meditativa, fanno da esercizio per il solo performer, ché nessuno trova il coraggio di partecipare.

Da un lato il codice è complesso e richiede uno sforzo mnemonico cui non bastano dieci minuti di training, dall’altro c’è il fatto che la dimensione didattica e illustrativa, così frontale e nuda, assume molto presto i connotati di una performance risolta in sé, specialmente quando quella frontalità si frantuma dentro la pura danza: percorrendo lettera dopo lettera le immagini di Kerouac, il corpo di Mazzoni scivola dentro le anse dell’interpretazione. Allora i versi arrivano solo quando si vuole davvero sottolineare il giro di quella R o il vuoto suggerito da una U e i gesti prima schematici ora si diluiscono in una elegante e potente conquista dello spazio, vestendo ora un piegamento ora un cambio di sguardo come inflessioni e caratteri costruiti in tempo reale. Non diversamente da quanto accadeva nel Folk-s di Alessandro Sciarroni, scoperchiato e offerto il processo noi siamo lì a testimoniare il montaggio di un senso, muto ma straordinariamente assordante: abbiamo davanti una grammatica finalmente intuibile, di cui riconosciamo il suono come una lingua non nostra ma familiare.

Al termine della serata ci troveremo persi, come di consueto, in un’accesa discussione intorno alla reale opportunità per la danza e per le arti non propriamente narrative di essere fruite anche senza un bagaglio di conoscenze – soprattutto quando offerte in dosi così frammentate. Se da un lato resta sempre il canale emotivo, via d’accesso disponibile per tutte le arti astratte, specialmente in un dispositivo fecondo come queste serate esiste invece forse un altro possibile requisito, un’arma, quanto meno, a disposizione di quegli artisti che vogliano rilasciare concetti e impressioni senza una mappa univoca per interpretarli: che quella lettura della realtà non si accontenti di agire su un unico livello, che agli occhi dello spettatore venga sempre offerta una materia multistrato, qualcosa che possa essere sfogliato e che contenga al suo interno la conferma di una doppia urgenza – quella di esprimersi, ma anche quella di testimoniare quell’espressione.

Sergio Lo Gatto

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Tropici fino al 7 giugno 2013 ad Angelo Mai Altrove Occupato [programma]

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EVERYONE GETS LIGHTER|ALL! | 30’
a cura di Massimo Conti
con Marco Mazzoni