Finestate Festival – Gabbiani nei cieli di Roma

Nos Solitudes - Foto di Agathe Poupeney
Nos Solitudes – Foto di Agathe Poupeney

C’è un’immagine molto affascinante che ritrae la danzatrice francese Julie Nioche. È una fotografia della sua performance Nos Solitudes in cui l’artista è sospesa a mezza altezza e sembra dormire, rilassata nello spazio che le è consono al di sopra delle cose e dove più soffice è la stasi: nell’aria, nel vuoto in cui l’umano misura la sua attitudine alla leggerezza. Attorno a lei, sospesi anch’essi dalle corde pendenti dall’alto, contrappesi perpendicolari fanno da contrasto visivo, eppure sono gli unici elementi che permettono la sua sospensione: sono l’emblema della gravità e, per antitesi, liberano l’immagine della leggerezza. Questa fotografia, fra le alte, passava alle spalle di un drappello di direttori artistici riuniti in una conferenza stampa romana, all’ultimo piano della sede dell’Associazione Civita a Piazza Venezia, per presentare il network Finestate Festival, formalizzazione di un accordo per attività comuni fra sei organizzazioni festivaliere operanti dalla fine di agosto a metà ottobre: B.Motion/Operaestate Festival Veneto di Bassano del Grappa, Contemporanea Festival/Teatro Metastasio Stabile della Toscana di Prato, Festival Internazionale di Andria Castel dei Mondi, Festival internazionale della creazione contemporanea di Terni, Short Theatre di Roma e Approdi di Cagliari.

Una terrazza che affaccia sull’Altare della Patria, alla stessa altezza della cupola e del campanile che sovrastano la chiesa di Santa Maria di Loreto, insisteva profondamente sull’idea dell’aria, tanta e tersa ne passava a quell’altezza, misurata e trafitta dalle ali dei gabbiani a sorvolare il cielo romano. Ma l’aria di dentro, protetta dalle vetrate, lanciava quell’immagine negli occhi e nei pensieri per dire che, a permettere l’estrema tensione di quel formidabile arresto – chissà se di una caduta o di un’ascesa – è proprio la lungimiranza di operatori capaci di equilibrare i propri pesi, mostrare l’afflato della gravità con l’aria e poi compiere la prodezza di dirsi presenti, nell’immagine, ma insieme non farne avvertire l’ingombro.

Il progetto è molto semplice e risponde ad alcune necessità di questi tempi che difettano di inclinazione ai processi comunitari veri e propri, tempi più inclini di certo alla chiusura e alla conservazione. Si tratta di creare un sistema che faccia circuitarare spettacoli stranieri nelle programmazioni dei vari festival italiani (convogliando risorse per le attività di promozione e diffusione), in particolare quest’anno presentando il progetto sopra indicato, Nos Solitudes di Julie Nioche, in collaborazione con France Danse/Festival di danza contemporanea promosso dall’Institut Français, e l’altro progetto, in collaborazione con l’Ambasciata dei Paesi Bassi: Agoraphobia di Lotte van den Berg, nella versione italiana con la performer Daria Deflorian, che avrà una settimana di residenza a Roma (evento assolutamente inusuale) prima di debuttare nel mese di luglio al prossimo Santarcangelo Festival.

Daria Deflorian - Foto di Serafino Amato
Daria Deflorian – Foto di Serafino Amato

Se il network da un lato unisce, dall’altro tuttavia apre a una riflessione ulteriore: la circuitazione indotta dal semplice rapporto fra i festival (quindi frutto di una direzione artistica “di larghe intese”) rischia di diventare una sorta di dettato del buon fruitore d’arte performativa, indirizzando l’arte e la sua capacità di allargare visioni al suo opposto di chiuderle in una sola. Ma è un rischio, a dire il vero, abbastanza ridotto. Perché invece molto maggiore è la virtù nel mettere in campo una proposta forte in grado di scardinare certa marginalità, di per sé un valore ma non sempre, forse, almeno quando non protetta o adeguatamente sostenuta. E allora il sostegno è arrivato e le amministrazioni più lungimiranti (in primo luogo quella di Terni che era presente, ma si è parlato dell’ottimo supporto di Andria e Cagliari) hanno saputo vedere in questo progetto non un investimento a perdere come quelli per i grandi eventi ma un’opportunità per “produrre” cultura, intravedendo che si possono offrire pensiero e sensibilità come ingredienti primari per la crescita sociale di questo paese.

A fine presentazione, durante l’aperitivo con prodotti alimentari provenienti dai sei territori, sulla terrazza uno dei gabbiani ha ben pensato di dare inizio al banchetto affondando il becco adunco nel vassoio di pizza e mortadella e pane carasau. Gridando ha chiamato a raccolta una schiera di compagni di volo e un gabbianino, nel nido sul tetto, a suo modo gli ha fatto eco. S’ipotizzava nella sospensione dell’aria millenaria una spartizione di risorse che appunto da millenni, in questa città, si dispone tra i poteri. Ma chi glielo dice a questi gabbiani che si può campare di cultura? Tra pochi giorni, come ricorda Paolo Fallai sul Corriere della Sera di oggi, Federculture presenterà in Comune il drammatico calo del consumo culturale cittadino a meno dell’8%. E allora l’augurio migliore è che sappia farlo, per tutti i gabbiani che imperversano sulle nostre misere tavole, il prossimo nuovo assessore alla Cultura Flavia Barca che li guarderà sorvolare la piazza e il bianco accecante del Campidoglio.

Simone Nebbia

Leggi la lettera di Graziano Graziani su Paese Sera alle amministrazioni romane