Da Lucca uno spaccato dei Teatri del Sacro 2013

foto Ufficio Stampa
Passione – foto Ufficio Stampa

Il teatro, è sempre «un’avventura nello spirito», per chi lo segue e lo pratica cercando non delle risposte ma dei dubbi, in una costante esplorazione e massa in crisi della realtà e delle proprie convinzioni. Ma c’è anche chi di questa ricerca spirituale ne ha fatto le fondamenta di un’intera manifestazione. Teatri del Sacro, appena terminata, è arrivata alla soglia della piena maturazione: raggiunti gli operatori e la stampa nazionale, conquistato il pubblico, che ha riempito le sale, e animato la città di Lucca incuriosendo i tanti turisti stranieri. Al festival promosso dalla Federgat, Fondazione Comunicazione e Cultura, Progetto Culturale, l’Ufficio Nazionale per le Comunicazioni Sociali della Conferenza Episcopale Italiana e Acec (sale della comunità) hanno partecipato 22 compagnie selezionate tramite un bando nazionale per nuove produzioni. La scommessa è questa: produrre nuovi spettacoli con budget che va dai 6000 ai 14000 euro e che abbiano come tematica il sacro appunto. Un comitato ha avuto l’onere durante l’inverno di visionare i progetti e di scegliere tra i finalisti, con l’abituale formula della dimostrazione in 20 minuti, chi sarebbe stato poi nel cartellone di Lucca.

Ma il sostegno non termina qui, alle compagnie vengono poi proposte una serie di date in tutta Italia all’interno di teatri pubblici o nelle sale delle comunità gestite dall’Acec. Insomma un impegno economico e organizzativo di primissimo piano che in momenti di assenza pressoché totale della politica nella progettazione culturale diventa una ciambella di salvataggio.

Naturalmente la sfida ora è quella di fare dell’evento un vero e proprio bacino creativo che rompa il muro del circuito religioso per entrare nel vivo del mercato quotidiano: ovvero produrre spettacoli che riescano poi a confrontarsi con le stagioni dei teatri pubblici e privati mantenendo però il fuoco sul tema. Diventa insomma sempre più importante la fase di selezione che meriterebbe un approfondimento e un investimento nel percorso di avvicinamento al festival. Il tema con cui le compagnie vengono sollecitate è di una complessità tale che affidare il processo selettivo solamente allo studio dei progetti e alla presentazione dei 20 minuti può restituire una visione parziale.

Tant’è che nei due giorni in cui abbiamo vissuto il festival l’unico spettacolo realmente pronto e di valore assoluto è stato quello diretto da Daniela Nicosia, Passione, con Maddalena e Giovanni Crippa: un lavoro lucidissimo e impegnativo sulla scrittura di Giovanni Testori. Progetto che aveva a che fare non solo con la lingua magmatica, le immagini metafisiche e al contempo realmente carnali del poeta lombardo, ma anche con un lavoro di drammaturgia da intrecciare frase dopo frase sul corpo degli attori a partire dal romanzo Passio Laetitiae et Felicitatis. I due fratelli lo hanno interpretato con grande rigore e sentimento, passione e fermezza. Una composizione in legno chiaro capace di essere giaciglio, promontorio e poi megalitica croce, un paio di tavolini alle estremità del palco sono gli unici oggetti scenografici di un racconto che alterna la narrazione in terza persona affidata a Giovanni Crippa, quasi un alter ego straniante dell’autore, alla forza in soggettiva della sorella Maddalena, straordinaria per capacità affabulatorie, impegno fisico ed emotivo.

"Chi resta" foto lunardini
Chi resta – foto lunardini

Niente da dire rispetto all’apparato formale creato per la prova di Elena Bucci, altra grande interprete dei nostri giorni. Nel suo In canto e in veglia si rimane sospesi a mezza altezza di una ricerca che forse diventa meno interessante proprio nei momenti più mistici e invece si rimane rapiti dalla carrellata di personaggi veri, in carne ed ossa che l’artista è capace di attraversare – letteralmente – nel soffio di un attimo. Nella chiesa sconsacrata di San Giovanni unico orpello scenografico sono due quinte strette che fanno da sfondo all’attrice e una sfera di vetro che dall’alto rifrange spicchi di luce per tutta la navata.

Se nel caso di Elena Bucci il reale era visto negli occhi e nella memoria di chi era già nell’aldilà, nel progetto di Carmelo Rifici è la vita terrena a lanciare uno sguardo verso il sacro. Chi resta è un interessante lavoro, ancora in nuce, che mette in relazione la scrittura di diversi e bravi drammaturghi: Angela Demattè, Roberto Cavosi, Renato Gabrielli e lo stesso Rifici. Il tema comune è quello della morte e delle sue conseguenze: uccisi per mafia e terrorismo, le vittime cosa lasciano? I parenti sono costretti a fare i conti con l’odio e il disprezzo verso gli assassini, il dolore li ha prosciugati lasciando però un minuscolo spazio per il perdono, come fosse un minuscolo orto da coltivare. Le drammaturgie che compongono lo spettacolo si alternano con nette cesure rappresentate anche dai titoli che nel bianco della scene le anticipano. Nonostante la bravura degli attori si sente la necessità di un fluidità maggiore, di uno stile recitativo e registico che saldi le scene in un’unica opera.

D’altronde che ci trovassimo di fronte a spettacoli ancora nel pieno della creazione è stato vero per molte proposte e non tutti gli artisti sono riusciti a esprimersi pienamente accogliendo la proposta riguardante il tema del sacro. Singolare ad esempio la reinterpretazione di Marco Maltauro della Parabola del figliol prodigo. Spettacolo che a tratti puntava sull’archetipo tragico della vicenda cercando un’attualizzazione grottesca, ma che lasciava poi lo spettatore disorientato in uno spazio drammaturgico e interpretativo fin troppo etereo rendendo così incomprensibile proprio la chiave di lettura.

"Memorare" foto ufficio stampa
Memorare – foto ufficio stampa

Un’enorme stratificazione di segni è invece il tratto distintivo dello spettacolo di Ilaria Drago diretto insieme a Tiziano Panici. MEMORARE, approdo di Maddalena. Sul palco del Teatro San Girolamo terra, croci, rose e proiezioni occupano il piccolo spazio visivo creando un accumulo che non sembra facilitare la resa di un testo già di per sé complesso per intrecci e livelli di lettura. Eppure un incipit straordinario in cui dal buio appariva la figura di schiena della performer, mentre la sua voce riempiva lo spazio, lasciava immaginare qualcosa di più stilizzato. Come d’altronde convinceva anche il tema di partenza ovvero la straziante storia di una Maddalena dei giorni nostri, personaggio quasi pasoliniano, donna costretta a prostituirsi che trova l’amore e poi lo perde. Ma nella performance manca, oltre a una certa ecologia del segno, anche la costruzione di un legame forte tra alcune potenti e disorientanti immagini e la narrazione del quotidiano.

Questa terza edizione dei Teatri del Sacro ha focalizzato il proprio impegno anche sulla riflessione attorno al teatro: numerose le attività collaterali come gli incontri mattutini tra artisti e platea, il gruppo affiatato di spettatori condotto da Giorgio Testa della Casa dello Spettatore (al lavoro ogni giorno con sedute mirate alla comprensione e interpretazione degli spettacoli) e il laboratorio di critica condotto da Igor Vazzaz dedicato ai ragazzi delle scuole superiori che ha trovato casa nella sezione culturale della Gazzetta di Lucca.

Andrea Pocosgnich

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