Ci vuole Aristofane per portare Le donne al parlamento?

foto Maria Laura Aureli
foto Maria Laura Aureli

Commedia delle utopie al rovescio, Le donne al parlamento – come tutte le opere del commediografo ateniese Aristofane – sembra da secoli in attesa di una rilettura in chiave esplicitamente contemporanea. Ma la versione che ne fa il regista Vincenzo Pirrotta per il XLIX Ciclo di Rappresentazioni Classiche al Teatro Greco di Siracusa si apprezza non tanto per l’attualizzazione dei riferimenti nominali (Alfanide, Mariomontide etc.), o per la semplice e ammiccante citazione “Atene Ladrona” che compare dipinta sugli striscioni, quanto piuttosto per le scelte di taglio complessivo dell’opera, che rifuggono da ogni schematismo facile e consolatorio. Da dietro il travestimento da uomo, Prassagora (una decisa e ferma Anna Bonaiuto) reclama il potere per le donne, in un discorso che attacca con: «Atene è il paese che amo». Facile la risata, certo, un riso amaro, la caricatura di quell’utopia che, dando il potere alle donne, instaurerebbe un comunismo, ante litteram ma con tanto di bandiere rosse. Trattare un autore riconosciuto come conservatore, che spinge ad immaginare l’immaginabile mostrando l’utopia per poi denigrarla, è per qualsiasi regista un terreno scivoloso; ma la capacità di Pirrotta è quella di far coesistere gli opposti, di farli deflagrare, trattando il testo di Aristofane, nella traduzione di Andrea Capra, come uno specchio che svela i meccanismi del potere e, con effetto parossistico, deforma i lineamenti di ciò che siamo.

Aristofane sembra ridersela anche di quella schiera di antropologi (tra i tanti lo svizzero J. J. Bachofen nel 1861 con Il Matriarcato) che avrebbe poi individuato nei miti e nelle tragedie un percorso che va dal diritto materno “naturale” a uno paterno “culturale”, proponendo un improbabile approdo a quegli stati ginecocratici, una sorta di parodistico matriarcato di ritorno: le donne al potere osano persino abolire la proprietà privata e la famiglia, i due pilastri su cui è costruita la società patriarcale. L’affondo è di grande attualità, in un dibattito politico condizionato da parità dei sessi, quote rosa, preferenze di genere, femminicidi e violenze domestiche. Calibrando le battute, i toni lievi della commedia, facendo affidamento sui bellissimi costumi di Giuseppina Maurizi e su una musica briosa (anche se, in verità, non sempre ben orchestrata) di Luca Mauceri e su cori dai movimenti maestosi, si affonda il coltello nella piaga della marginalità femminile nella vita pubblica, emerge lo squilibrio di potere tra i sessi, la secolare gerarchizzazione che riflette lo storico predominio maschile sulle attività umane. Lo stesso Pirrotta si mette in scena ritraendo un Blepiro, marito della spregiudicata protagonista, terragno e meschino, in preda a volgari espletamenti corporali; contro donne che si battono per il bene comune, solo uomini che pensano a interessi privati.

foto di Maria Laura Aureli
foto di Maria Laura Aureli

La regia cavalca l’onda fino alla fine, quando veste le numerose coreute con un burqa e le fa avanzare verso il pubblico quasi a consegnare e a rendere universale l’ormai celebre messaggio: «se non ora quando». La comicità poi scioglie tutto, anche l’amarissimo finale in cui va in scena l’atroce insuccesso del governo delle donne che pretendeva di mettere tutto in comune, anche l’amore. Così interviene il riso a tirare all’estremo l’utopia del femmi-comunismo e i toni leggeri della commedia che, si sa, ha le sue regole, si spingono fin troppo in là nel ritrarre l’iper-democraticità e liberazione sessuale attuata dalla donne. Anche qui possiamo parlare di rovesciamento che giunge a un paradosso (del resto non è il paradosso anche un procedimento filosofico?) quando a contendersi un giovanotto, che espone un grosso, vigoroso e propiziatore simbolo fallico, saranno tre vecchie megere. Come non pensare agli scandali sessuali che coinvolgono i politici dei nostri tempi?

Peccato che quella in cui viviamo non sia finzione teatrale, e che nella nostra civiltà le donne debbano ancora liberarsi di quei simboli di femminilità – nella commedia innalzati come doni votivi fatti di scarpe col tacco e reggiseni – che rischiano di trasformarsi in schiavitù. L’essere femminile assume allora un valore distintivo e non più prettamente narcisistico e un monito sembra alzarsi: l’imperativo della bellezza a tutti i costi può diventare modello di un’inferiorità psichica che per secoli e in tutte le società le donne hanno dovuto subire.

Filippa Ilardo

Visto lunedì 17 giugno Teatro Greco di Siracusa

LE DONNE AL PARLAMENTO

Traduzione Andrea Capra
Regia Vincenzo Pirrotta
Impianto scenico Maurizio Balò
Costumi Giuseppina Maurizi
Musiche Luca Mauceri
Regista Assistente Alessandra Fazzino

Prassagora Anna Bonaiuto
Donna Doriana La Fauci
Donna Carmelinda Gentile
Blepiro Vincenzo Pirrotta
Un vicino Vincenzo Curcurù
Cremete Alessandro Romano
Evasore, Cittadino disonesto Antonio Alveario
Aralda Melania Giglio
Corifea Elena Polic Greco
Prima vecchia Simonetta Cartìa
Seconda Vecchia Antonietta Carbonetti
Terza Vecchia Clelia Piscitello
Ancella Amalia Contarini
Ragazza Sara Dho
Coro delle Donne
Chiara Breci, Alice Bronzi, Viola Carinci, Silvia Cinque, Giuliana Di Stefano, Giulia Diomede, Valentina Ferrante, Paola Giglio, Laura Giordani, Elisa Golino, Daniela Marra, Lidia Miceli, Odette Piscitelli, Laura Tedesco, Valentina Territo