Ne(x)twork: cronaca di una scena notturna dal Teatro Orologio

potevo essere io foto paola pansini
Potevo essere io – foto di Paola Pansini

Roma è l’epicentro di numerose iniziative teatrali, importanti festival e rassegne meno note, nonostante la chiusura del Teatro India causa lavori di ristrutturazione e la perdita negli anni di alcuni spazi sociali, la scena contemporanea con estrema difficoltà cerca di sgomitare tra le centinaia di proposte spettacolari della capitale: abbiamo già parlato su queste pagine del ruolo centrale che ha iniziato a giocare il Teatro Orologio con la nuova gestione affidata alla compagnia CKTeatro. Come per qualsiasi spazio culturale la prima necessità è la conquista di un pubblico nuovo per strappare via quella logora convenzione che detta legge in numerose piccole platee della capitale, dove i sedili sono sempre occupati da amici, parenti, conoscenti, colleghi, allievi…

La forza di Fabio Morgan, attuale direttore artistico del multisala fondato nell’underground di via de’ Filippini nei primi anni Ottanta da Mario Moretti e Valentino Orfeo, sta nella continua ricerca di sponde che parlino una lingua comune. In questa direzione andava il progetto di “reclusione teatrale” con Daniele Timpano e il suo Aldo Morto 54 e nel segno dell’apertura ad altre realtà va vista anche la nascita del Premio Ne(x)twork. Kilowatt Festival e Teatro dell’Orologio hanno unito le forze per selezionare 12 studi teatrali presentati da altrettante compagnie e metterli in scena su tre serate, di sabato, a ingresso gratuito per una visione teatrale in notturna: si comincia alle 23 e si termina un’ora, a volte due dopo la mezzanotte. A metà serata cornetti, caffè e bevande varie vengono offerti gratuitamente quasi a ringraziare il pubblico della pazienza. In giuria – si fa a meno, ahinoi, della critica – 20 spettatori appassionati sono stati chiamati alla scelta, in palio per le compagnie un contributo di produzione di diecimila euro. Ma al di là del concorso è importante scattare una fotografia d’insieme: vedreste un teatro che eccezionalmente fa le ore piccole e un pubblico vivo, pronto a commentare e a confrontarsi con le possibilità della genesi e con il rischio direttamente connesso.

Vuccìria Teatro. Immagine www.vucciriateatro.com
Vuccìria Teatro. Immagine www.vucciriateatro.com

L’ultima serata ha visto confrontarsi 5 opere, in cui c’è stato anche il recupero della compagnia Carullo/Minasi, assente per motivazioni di salute la settimana precedente, abbiamo lasciato il teatro quasi alle 3 del mattino. L’alternanza di spettacoli molto diversi tra loro, l’impegno di Luca Ricci nel cercare di cucire i fili di un discorso sulle poetiche mentre la compagnia successiva montava la scena e un comune fermento comico presente nei lavori hanno permesso una fruizione fuori formato, facendoci dimenticare l’orologio. L’ironia appunto, nei suoi colori più scuri, risultato di una condizione umana e sociale bassissima, attraversa Battuage della compagnia siciliana Vuccirìa Teatro: storie di prostituzione e immigrazione si intrecciano in monologhi e dialoghi, a tratti surreali, dai quali emerge una cifra espressiva molto potente e quasi mai convenzionale. Non a caso abbiamo parlato di una serata, l’ultima, nella quale una delle linee comuni è stata una certa ricerca sul comico: nelle forme, nei paradossi linguistici, nell’invettiva filosofia, teologica o storico-politica. A quest’ultima via appartiene l’ultimo lavoro di Vico Quarto Mazzini, giovane gruppo pugliese autore di un progetto tanto rischioso quanto divertente e paradossale: il titolo dal sapore daidasta, Radiologo con cesto di frutta, già dà la misura, con la sua lontananza dalla fabula, della cifra con cui questo pastiche è costruito. Vi basti sapere che nell’assurdo plot Giacomo Puccini è chiamato da Maria De Filippi a ricoprire il ruolo di Ministro della Cultura di un odierno governo in crisi.

Lo studio di Carullo/MinasiT/Empio – Critica della Ragion Giusta, ci catapulta invece in un immaginario da primo Novecento, con tanto di colpo d’occhio cittadino in miniatura sullo sfondo, tutto rigorosamente in bianco e nero: due personaggi si incontrano davanti a un tribunale. È una ricerca sui dubbi filosofici e sociali della vita, Cristiana Minasi dimostra di essere attrice dotata di intelligenza e leggerezza. Attendiamo il passo successivo per capire se anche in questo caso la speculazione ironico-filosofica riuscirà ad aprirsi ad ampi stati emozionali come accadeva nel pluripremiato Due passi sono. The Avengers, gruppo formatosi da poco grazie all’unione di artisti provenienti da altre esperienze (Giulia Aiazzi, Riccardo Goretti, Ciro Masella, Pasquale Scalzi), porta con sé un’arguta esplorazione della Bibbia, The big Bible #1 Antico Testamento: con una scansione ritmica da fumetto e un immaginario un po’ anarcoide e punk demenziale la visione precostituita che emerge dal Libro Sacro viene ribaltata nell’esaltazione degli scritti originali. La comicità di Quotidiana.com è invece tutta fondata sulle attese, le pause. I due artisti arrivano qui con un progetto ancora a uno stato molto embrionale,  C’è vita nella mente, poco si intravede se non la solita abilità nel creare meccanismi di vuoto apparente, la vita professionale e quella privata si intrecciano; per ora puro esercizio metateatrale.

"Iperrealismi" di helen cerina. Foto www.helencerina.altervista.org
“Iperrealismi” di helen cerina. Foto www.helencerina.altervista.org

Tornando ancora indietro nel tempo, la seconda è stata probabilmente la più debole delle tre serate. Spiccava, a nostro avviso, la ricerca di Macellerie Pasolini: vi è un segno molto preciso nel lavoro di questo gruppo che ci ha abituato a percorsi sempre lontani dal teatro tradizionale, ma che ne La città della goia / Konstantin Kavafis incrocia un lavoro quasi video-documentaristico sulla Grecia contemporanea con le liriche del grande poeta. Nel grembo della tradizione occidentale pesca anche lo studio della compagnia Cie Twain, Elettra – Era mio padre. Loredana Parrella, coreografa e drammaturga, porta in scena il secondo momento della “Trilogia di un’attesa”, ispirato dal mito di Elettra e dalla figura di Benedetta Tobagi, figlia del giornalista Walter Tobagi: in scena due corpi, lottano e si amano in una massacrante danza decisamente più esplosiva nella prova della danzatrice che in quella meno vibrante del partner. Autore di un teatro “a nudo” è invece Matteo Latino, dove vi è sempre qualcosa di incandescente che sembra poter emergere dalle performance di Teatro Stalla, qualcosa di profondamente sincero, ma che anche in questo Bambi said fuck! – come nel precedente Infactory – rischia di rimanere chiuso in una prigione scenica e drammaturgica plausibile solo per l’artista; non aiuta l’utilizzo della tematica gay nei suoi risvolti più convenzionali.

La prima serata, in quei momenti di certo non potevamo intuirlo, custodiva già il vincitore dell’ambito premio: la scelta è infatti caduta sulla concretezza di Dionisi Teatro. Potevo essere Io, monologo interpretato da Arianna Scommegna e scritto da Renata Ciaravino è un lavoro sull’infanzia, durissimo e delicato al contempo: la narrazione dialoga con le video proiezioni, l’attrice è generatrice si emozioni sincere, tutti siamo stati bambini, molti nati in periferia. Eppure ci sarebbe da riflettere sulla scelta della giuria popolare. Perché se il testo di Ciaravino come sempre riesce a toccare certi nervi e sensibilità in modo netto, non si prende però grandi rischi – e d’altronde alla giuria è sembrato un approdo sicuro e meritevole. Eppure già nella prima serata assistemmo al lavoro di Leonardo Diana, danzatore che con Save the World giocava sul filo del ridicolo presentandosi nei panni di un supereroe, con lui sono protagonisti i disegni animati di Ronnie Orroz. Intenso anche lo studio con la scrittura e regia di Francesco Romengo, A_Merica, che punta sull’incontro di due opposti: una bambina e un marinaio. Lo sguardo, i sogni e i destini puntano oltreoceano, l’America come condizione metaforica e sociale di speranza. Andrebbe rivisto il piano registico della prova: straordinaria la piccolo attrice Alessia Vaglica, meno genuina invece l’interpretazione di Gabriele Zummo chiamato a vestire in panni del vecchio lupo di mare. Iperrealismi era l’unico lavoro in concorso propriamente concettuale: la compagnia di danza Helen Cerina, proveniente dalla giovane florida scena artistica marchigiana, lavora partendo dalla sintesi estrema, minimale, per aggiungere pian piano tasselli che portano a una visione completa e reale. Per ora è poco più che un gioco, divertente e ironico, ma già lascia intravedere una più ampia riflessione sul linguaggio, la sua funzione e il corrispettivo risultato nella visione dello spettatore.

Piccoli semi sono stati piantati, sarà interessante d’ora in poi, oramai nella prossima stagione, capire quali di questi darà i frutti sperati. Che si continui a coltivare però anche la possibilità, con un’iniziativa come questa, di rischiare senza paura di sbagliare.

Andrea Pocosgnich

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