La Rosaspina di Emma Dante, una fiaba per adulti

La bella Rosaspina addormentata -- foto teatropubblicopugliese.it
La bella Rosaspina addormentata – foto teatropubblicopugliese.it

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Debutta al Teatro Kismet di Bari La bella Rosaspina addormentata, il nuovo spettacolo di Emma Dante, terzo titolo del progetto “Favole per bambini e adulti”. La breve fiaba dei Fratelli Grimm in cui la principessa, maledetta dall’unica fata non invitata al banchetto di benvenuto dell’erede, cade in un sonno profondo da cui solo un principe potrà risvegliarla, è qui un affresco nero e grottesco, in pieno stile del Sud Costa Occidentale, tra fate che sfilano come su una passerella milanese e corpi che si agitano alla fioca luce di un piazzato scarno.

La struttura drammaturgica è come sempre esplosa e la scena si apre a “sonno” già profondo, con una Rosaspina sonnambula che si sfila dieci strati di camicie da notte, prima di saltare al collo del principe che la sta svegliando. Un principe del suo stesso sesso, sorpresa eversiva già anticipata dal foglio di sala e mai davvero nascosta. L’uso ormai consueto di coprire i volti con calze di lycra disegna quella inafferrabilità dei sessi che si manifesta non appena l’analisi tenti di andare oltre la superficie. Come se i corpi giungessero in scena avendo già abbandonato la forma umana e pronti invece a muoversi, col passo dinoccolato di bambole rotte, al servizio di una storia sintetica, cupa, nella quale l’epilogo è in qualche modo già espresso.

Lo spazio è essenziale, brutale, illuminato appena, l’unico elemento scenico è un pannello centrale ricoperto di tappeti, drappi e cuscini di raso, il resto è una tabula rasa a disposizione degli attori. Frastornata dalle urla dei regali genitori – che marciano, sbracciano e sbraitano in un tagliente siciliano come giocattoli impazziti – Rosaspina finirà per andare meticolosamente in cerca della rosa che le sarà letale. Il rosso vermiglio dei petali, guizzante in una forsennata semina di fazzoletti, è lo stesso di un succinto abito da indossare come ingresso decisivo nell’apparenza adulta: i virginali piedi scalzi ora vestono tacchi a spillo, il seno ha bisogno di coppe che lo contengano e le lunghe gambe, prima coperte dalla leggiadra camicia da notte, sono tagliate a metà dal rosso di una minigonna. Ma la sottoveste di bambina non viene mai sfilata, Rosaspina dovrà tornare ingenua per riconoscere quel misterioso principe così evidentemente della sua stessa misura, con i fianchi torniti, una giacca troppo grande sulle spalle e il petto gonfio come la chioma bruna che il cappello trattiene a fatica. Come già in Biancaneve e Cenerentola, i primi due passi dell’incursione di Emma Dante nel genere, la fiaba è un breve e simbolico romanzo di formazione, lacerante banco di prova emotivo e rito di iniziazione al mondo: tre figure radicalmente femminili eppure affette da una tenace cancellazione del sesso, ridotto a una pulsione visiva, a una ferita che sanguina, a una bestemmia.

Gli alti e bassi di Biancaneve - foto Carmine Maringola
Gli alti e bassi di Biancaneve – foto Carmine Maringola

E però c’è un fatto che siamo obbligati a prendere in considerazione: questo spettacolo si dichiara dedicato a un pubblico “dai sei anni in su”. Il progetto sulla fiaba, in sé mirabile, si inserisce in un contesto e nei suoi confronti deve essere in grado di acquisire un ruolo specifico, specialmente se la presentazione del lavoro avviene in un festival che al giovane pubblico è dedicato. Nei giorni di Maggio all’infanzia – che includeva anche la seconda edizione della Puglia Showcase del Teatro Pubblico Pugliese, quest’anno interamente dedicata al teatro ragazzi – gli spazi del Kismet e del Nuovo Teatro Abeliano hanno ospitato platee di bambini e, sul palco, i linguaggi più diversi; diverso il grado di rischio corso dagli artisti, nel tentativo di restituire alle giovani generazioni un’idea del mondo. Il tutto esaurito di Dante ha visto una stragrande maggioranza di adulti e – tornate le luci in sala – è stato impossibile non notare l’alto numero di bambini crollati in un sonno persino più profondo di quello della bella Rosaspina, sul quale neppure gli applausi scroscianti hanno potuto fare molto.

Anastasia, Genoveffa e Cenerentola - foto Carmine Maringola
Anastasia, Genoveffa e Cenerentola – foto Carmine Maringola

Potenzialmente pregevoli, oltre all’impianto visivo e all’ormai consueta grammatica della scena, erano temi come quei “cento anni passati” nella fiaba e qui declinati nella rappresentazione di una schiacciante cultura di massa o appunto la possibilità di istituzionalizzare l’unione omosessuale. Ma il primo si legge attraverso la sfilata delle fate, tempestata di musiche pop di certo non significative per i bambini e buttate un po’ lì senza badare al senso delle liriche straniere, il secondo non viene davvero consegnato ma solo alluso, quanto meno dà per scontata una forma mentis adulta: manca forse quella sintesi poetica responsabile che crei una via di accesso alla comprensione dei più piccoli senza polverizzarsi in un’estetica che non sa adattarsi al contesto. La ricerca drammaturgica sulla fiaba resta uno dei campi d’azione più ampi e stimolanti, perché riguarda ogni strato di lettura della realtà, da quello antropologico – forse il più trattato, in questo caso – a quello sociale e soprattutto psicologico, che invece nel lavoro di Emma Dante risulta, se non carente, di certo non reso sufficientemente esplicito per chi di anni ne ha solo sei.

Allo stato attuale il nostro teatro divide scena per ragazzi e scena per adulti da quasi ogni punto di vista, artistico, produttivo e distributivo. L’opinione di chi scrive è generalmente contraria alla divisione per generi, che nei decenni ha separato ulteriormente i frammenti sistemici e geografici in cui l’Italia teatrale (e culturale) è sparpagliata. Nel caso della forbice anagrafica del pubblico, tuttavia, se davvero si vuole abbandonare una ghettizzazione (fruttuosa o infruttuosa che sia) occorre ragionare e lavorare innanzitutto sui linguaggi. In modo che il sistema che li organizza e che il pubblico che li accoglie possano individuare nell’urgenza artistica un’attenzione ragionata verso i suoi destinatari, evitando che logiche di costruzione di un’estetica o, ancor peggio, di mercato (soprattutto quando c’è in programma un nome di grido) si frappongano tra la materia scelta e gli occhi che ne fruiscono l’elaborazione.

Sergio Lo Gatto

visto al Teatro Kismet Opera di Bari, il 17 maggio 2013

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LA BELLA ROSASPINA ADDORMENTATA
di Emma Dante
assistente alla regia Davide Celona
con Gabriella D’Anci, Rosanna Savoia, Emilia Verginelli
regia di Emma Dante
produzione: Sud Costa Occidentale