Il Ratto d’Europa. Per una drammaturgia delle coscienze

Foto da Soprattutto.co
Foto da Soprattutto.co

Il fatto che la lingua italiana avesse assegnato la stessa identica ortografia a due concetti così lontani da bambini ci faceva sorridere. E ogni volta che, studiando storia o mitologia, veniva fuori la parola “ratto” come forma arcaica di “rapimento” era impossibile togliersi dalla testa l’immagine, molto più prepotente, di un grosso topo che faceva razzie in mezzo alle Sabine, alla povera Proserpina o, appunto, comunque in Europa. Quando ancora l’Europa non esisteva che come continente geografico. E forse proprio da lì volevano partire Claudio Longhi e i suoi, recuperando da un lato questa strana omonimia (che li ha spinti a fare della silhouette di un ratto una sorta di mascotte) e dall’altro andando a ricostruire etimologicamente il termine stesso di Europa, il suo percorso dal mito alla topografia, e il suo depositarsi nell’immaginario come realtà politica, forse sociale, di certo ­ e tristemente ­ economica. Un progetto cominciato con dei corsi tenuti da Longhi all’Università di Venezia e Bologna intorno al problema dell’Europa e dell’identità europea per andare alla ricerca di «suggestioni tematiche», spiega il regista, e passare attraverso una bibliografia in continuo arricchi – mento (da Enzensberger a Einaudi, da Bauman a Savinio) e il feedback di ben trentasette laboratori di elaborazione delle idee in scuole e centri di aggregazione sociale (ventidue a Modena, dove il progetto si è concluso, e quindici a Roma, dove ce ne saranno altri perché il progetto prosegue fino alla prossima primavera). Un lavoro che giunge infine nelle mani degli attori, in attesa di un nuovo riscontro, di nuove aggiunte alla lista della letteratura storica, antropologica ed emotiva intorno al focus e di un documento finale, redatto dalla compagnia, che serva da linea guida per i laboratori.

A Roma il Ratto correrà sul palco dello Stabile nella primavera 2014, ma intanto, oltre ai blitz nelle scuole capitoline ­ era il turno di Donatella Allegro, Lino Guanciale e Simone Tangolo in un liceo del quartiere Torrino­ il pubblico romano ha avuto anche occasione, il 14 dicembre 2012, di assistere alla serata-evento alla Centrale Montemartini. Un coraggioso esperimento itinerante in cui il pubblico diviso in gruppi viaggiava tra i materiali raccolti divenendo spettatore di piccole isole performative, cucite poi in una mise en espace conclusiva di letture e canti sul palco della sala grande. Il tutto con la partecipazione di una metà selezionata dell’Atelier dei Duecento. E ora, anche grazie al supporto di un gruppo di «fiancheggiatori ­ li chiama Longhi ­compagni di viaggio organici», esiste un copione vero e proprio. Una specie di “testo esploso” che è «una sorta di Ultimi giorni dell’umanità, vicino ai modelli come Lo specchio del diavolo di Ronconi, strutture drammaturgiche organizzate da un punto di vista narrativo e a tratti dialogico ma lontane da qualsiasi impianto naturalista».
Si parte dal mito del Ratto d’Europa, dalla suggestione di quella «Europa che viene da lontano e che diviene subito oggetto di inchiesta (come ne L’Europa è un’avventura di Bauman). «Ecco ­ prosegue Longhi ­ si tratta di “un’avventura europea”, l’identità di un continente rintracciata attraverso una sequenza di scene che riflettono singole questioni, ma anche temi musicali, lingue universali, confini, guerre, “euro-bufale”, economia, sport», tutte griglie attraverso cui questa epica passa per rifondare un’identità europea «con agganci espliciti a una contemporaneità in cui, sotto la spinta dei mercati, l’Europa sta cedendo». A far procedere il racconto è una linea parodistica che fa il verso alle Fatiche di Ercole: strizzando un occhio a Brecht e uno a Sanguineti, Longhi afferma che «il pedale comico/ironico è la via maestra per il realismo».

Foto di www.liquida.it
Foto di www.liquida.it

C’è poi da chiedersi se emerga, nel testo, una posizione netta. «È importante che si sviluppino una discussione e una riflessione rispetto a questo tema, perché per me ­ a guardar bene ­ esso anche concerne l’organizzazione del teatro pubblico, di come un teatro debba funzionare all’interno di una città. Mi colpiva la discrasia tra l’emergenza europea che rimbalzava sui media e una sorta di indifferenza/refrattarietà rispetto al tema, nel momento in cui andavo a interrogare le comunità. Di certo c’è una posizione, chiunque abbia lavorato nel progetto ne ha una, ma resta un lavoro plurale che non vuole uniformare le coscienze. È più importante andare al di là del cliché, al di là del “panico da crisi” che porta a banalizzazioni e demonizzazioni troppo radicali e problematizzare l’Europa come nozione, come identità geografico-antropologica piena di lati oscuri e falle, certo, ma che non può essere ignorata».

La costruzione dell’idea di Unione e ancor più di Comunità, sostantivi che reggono ­ molto spesso senza davvero essere compresi l’aggettivo Europea, parte dunque direttamente dalle sue dimensioni microscopiche, da una ricerca reale e diretta di contesti in cui una sapienza popolare sia già viva, integra e presente. E lì torna, in una complessa e faticosa operazione che della drammaturgia contemporanea riesce forse a recuperare la reale e basilare funzione, quella di racconto del presente, al presente. In questo caso guardando al passato non come a un’ancora, ma come una presenza necessaria, una archeologia che lasci poi uno spazio “oltre”, per costruire ­ se non un futuro­ almeno una contingenza. E farlo nella comunione di un sapere.
L’Europa vorrebbe andare in cerca di una declinazione plurale e che però non le rubasse la natura di organo che unisce, mentre il risultato immaginifico ­ sulla bocca della gente comune ­ rischia di essere quello di una sorta di ombrello socio-economico sotto cui cominciamo proprio a doverci stringere. E allora è qui che interviene l’importanza della ricostruzione, dell’esame autoptico su una anatomia che forse cambia molto meno in fretta di quel che pensiamo e la cui comprensione, se non da un processo deduttivo, può essere raggiunta almeno per induzione, facendo risuonare a dovere quella che Marc Bloch avrebbe chiamato «storia delle mentalità». E questo, condotto sul campo e in tempo reale, potrebbe essere davvero un esperimento cruciale sul senso stesso della parola “contemporaneo”, tolta finalmente dai polverosi scaffali delle categorie estetiche e restituita al suono del presente popolare. Come se davvero il teatro potesse tornare ad avere questo potere.

Sergio Lo Gatto

info su www.modena.ilrattodeuropa.it

Questo articolo è apparso sul numero Maggio/2013 dei Quaderni del Teatro di Roma. Per gentile concessione.