Hermanis, Plini, Nicolaï. Cronache da Vie Festival 2013

Foto di Gint Malderis
Onegin Commentaries – Foto di Gint Malderis
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Una delle caratteristiche di Vie Festival è l’estrema varietà di esperienze che si affacciano ogni anno sul territorio modenese. In questa edizione nella stessa giornata si poteva assistere all’ultimo lavoro di Gianfranco Berardi, In fondo agli occhi (ne parleremo su queste pagine), e alla mastodontica opera del New Riga Theatre di Alvis Hermanis, Onegin Commentaries. Lavoro complesso e multilingue quest’ultimo (in lettone e russo con traduzione simultanea in cuffie per gli spettatori) che ha però come obiettivo – raggiunto per altro – quello della semplicità, ovvero aprire la cassaforte del celebre romanzo di Puškin disegnandovi attorno (e attraverso) l’orizzonte affascinate e contraddittorio della Russia zarista. Hermanis fa tutto ciò – racconta l’Evgenij Onegin, squarci della biografia di Puškin, la Russia dell’epoca iniettando nella drammaturgia i commenti critici del semiologo Yuri Lotman – in una scenografia che lo Storchi accoglie come se fosse lì da sempre. Tavolini, letti, credenze, divani e librerie in stile XIX secolo, insomma un realismo visivo impressionante che volutamente viene fatto deragliare in direzione di un’impostazione semi-documentaristica. Gli attori più che interpretare i personaggi del romanzo accompagnano per mano gli spettatori nei suoi meandri, una parte del fondale è utilizzata per proiettare disegni e dipinti che costituiscono un altro contrappunto visivo alla drammatizzazione esteriore del romanzo. In questa sorta di show educativo, esperienza rafforzata dall’utilizzo della traduzione in cuffia, attori efficacissimi e manipolazioni performative e sceniche sono capaci di acquistare una forza poetica autonoma e perturbante.

Altro segno indelebile della geografia del festival di Emilia Romagna Teatro è la sua ramificazione sul territorio, la rassegna disegna quasi una costellazione di palcoscenici pronti ad accogliere le navette che dal Teatro delle Passioni vanno verso Carpi, Casalecchio, Rubiera, Castel Franco, Vignola e le ferite del terremoto, fortunatamente, sono già un ricordo. Due delle esperienze meno eccitanti di questi due giorni che ci hanno portato a spasso per il festival le abbiamo viste proprio fuori Modena: A puerta cerrada al Teatro Pubblico di Casalecchio e Himmelveg La via del cielo a Rubiera presso il Teatro Herberia. Due lavori che per certi versi soffrono di problemi simili: un approccio al testo e alla pratica attoriale di facile lettura, oseremmo dire convenzionale, e che dunque anche quando svolto nel migliore dei modi non scalfisce quella patina un po’ ammuffita di certo teatro di prosa.

foto www.emiliaromagnateatro.com/
A puerta cerrada – foto www.emiliaromagnateatro.com/

Il discorso sulla convenzionalità registica a dire il vero riguarda maggiormente A puerta cerrada, progetto derivato dall’incontro di Serge Nicolaï, attore del Théâtre du Soleil, con la compagnia di Claudio Tolcachir Timbre 4. Il lavoro di regia sembra essersi concentrato pienamente nella creazione dei personaggi, in ogni dettaglio: ci troviamo di fronte a tre atleti della recitazione dal vero, capaci di sottolineare i passaggi ironici quanto quelli drammatici. Per quello che riguarda l’ambientazione Nicolaï se la cava con delle grandi pareti grigie che circondano gli interpreti. Tre sedie, anch’esse grigie, sono gli unici oggetti in scena; per il resto, al di là di un interessante tappeto sonoro profondo e angosciante sul quale Nicolaï puntella le musiche scelte per enfatizzare i singoli momenti tragici, non ci sarebbe altro da ricordare se non che il testo di Sartre arriva pulito e con forza al pubblico. Ma in questo senso A porte chiuse, come qualsiasi altro capolavoro, basta a se stesso. I monologhi trattati con i protagonisti illuminati mentre il resto della scena viene con maestria oscurato, le lacrime a profusione e certe pose plastiche decisamente ieratiche contribuiscono a infondere un pathos un po’ anacronistico.

Con un attore giovane che scimmiotta un vecchio homeless ubriaco comincia lo spettacolo di Marco Plini, uno dei più attesi di Vie Festival. La via del cielo, Himmelweg di Juan Mayorga è l’ennesima storia di salvazione di un gruppo di deportati per vie alternative, ovvero le uniche possibili. In un campo di concentramento, l’ufficiale più alto in grado riceve da Berlino precisi ordini su come gestire i controlli degli ispettori della Croce Rossa. Parla di un progetto sperimentale secondo cui gli “abitanti” del campo debbono essere istruiti sulla più precisa simulazione: al loro arrivo, gli incaricati della Croce Rossa troveranno così un villaggio nel quale tedeschi ed ebrei convivono insieme, dove tutte le porte sono aperte e i bambini giocano sui prati. Scelto il portavoce del gruppo di deportati cominciano le prove, il progetto diventa un imponente spettacolo di massa di cui il l’ufficiale tedesco è il grande regista, e naturalmente il deus ex machina delle vite dei prigionieri. Chi è nello spettacolo si salva. Plini utilizza il boccascena chiuso tra due alte librerie come diaframma: la platea è il mondo reale, più volte attraversato anche dal comandante, sul palco lo spazio si apre a un prato sintetico.
A parte il plot e i riverberi metateatrali che ne scaturiscono, il testo pone interessanti slanci di riflessione. Il vecchio ubriaco a cui è affidato il prologo, purtroppo poco credibile nella recitazione di Giulio Cucchiarini, ora vive nel rimorso e nel dolore di essere caduto nella trappola. Nei dialoghi tra il militare nazista e il portavoce della comunità di deportati la tragedia è lontana; i treni arrivano, i prigionieri vengono fatti scendere e in fila percorrono la cosiddetta «via del cielo» che li porta a un hangar e poi il fumo che si alza dalle ciminiere, non c’è altro. Ma la messinscena procede senza mettere in difficoltà lo spettatore, il tema del negazionismo scivola via fagocitato nella cantilenante recitazione, sin troppo istrionica, del nazista (Marco Maccieri) e nella scansione non proprio inattesa delle scene. Il rimorso del vecchio dovrebbe essere il nostro, dovrebbe far scaturire una riflessione che invece, nonostante i numerosi attraversamenti della quarta parete, non scalfisce l’atarassia del pubblico.

Andrea Pocosgnich

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ONEGIN. COMMENTARIES
Alvis Hermanis – New Riga Theatre
tratto da “Eugene Onegin” di Alexander Pushkin
regia Alvis Hermanis
con Kristīne Krūze, Sandra Zvīgule, Vilis Daudziņš, Kaspars Znotiņš, Ivars Krasts, Andris Keišs
scene Andris Freibergs
computer grafica Ineta Sipunova
video Gatis Builis
luci Arturs Skujiņš-Meijiņš
make-up, capelli Sarmīte Balode
direttore di scena Zane Staņa
tecnici di scena Jānis Liniņš, Andris Skotelis
Jaunais Rīgas Teātris
Durata 2h 40’
Prima nazionale
Spettacolo in lettone con traduzione simultanea in italiano. I versi di Pushkin saranno recitati in russo.

A PUERTA CERRADA
da “A porte chiuse” di Jean-Paul Sartre
regia e scene Serge Nicolaï (Théâtre du Soleil)
assistente alla creazione Olivia Corsini (Théâtre du Soleil)
musiche originali Jean-Jacques Lemêtre (Théâtre du Soleil)
luci Fernanda Balcells e Elsa Revol (Théâtre du Soleil)
assistente alla regia Maria Gracia Garat
direzione di scena Fabio Petrucci, Victoire Berger-Perrin, Maria Gracia Garat
adattamento e traduzione Serge Nicolaï e Olivia Corsini
con Maday Mendez, Josefina Pieres, Nicolas Sotnikoff, Daniel Cabot
organizzazione (Italia) Claudio Ponzana
coproduzione Fabio Petrucci (Timbre4 – Buenos Aires), Clara Pizarro (Patio de Actores – Buenos Aires), APC Productions (Parigi), Théâtre du Soleil (Parigi)
con la collaborazione di Ambasciata di Francia – Buenos Aires, Instituto Nacional del Teatro (Argentina), Alliance française – Buenos Aires
si ringrazia Associazione Artisti Drama per la collaborazione
Durata 1h 30’
Prima nazionale
Spettacolo in lingua spagnola con sottotitoli in italiano

HIMMELWG – LA VIA DEL CIELO
di Juan Mayorga
regia Marco Plini
aiuto regia Thea Dellavalle
traduzione Adriano Iurissevich
con Giusto Cucchiarini, Marco Maccieri, Luca Mammoli
e con i ragazzi delle scuole medie inferiori e superiori di Reggio Emilia e Scandiano Gioele Ballestrazzi, Edoardo Bocedi, Elena Castagnetti, Cecilia Comastri, Kristian Ferrari, Luca Goldoni, Brian Oliverio, Giulia Vivi
scene Serena Zuffo
costumi Nuvia Valestri/Cecilia Di Donato
light designer Fabio Bozzetta
Centro Teatrale MaMiMò, Corte Ospitale di Rubiera
Durata 1h 30′
Prima assoluta