Family Tree. Nelle immagini, il vissuto del corpo

foto di Giovanni Campus
foto di Giovanni Campus

Considerare un momento della vita in cui è bene fare un punto della situazione, in cui ritagliarsi la possibilità di prendere appunti sul proprio stesso corpo o di prendersi il tempo per leggerli, quegli appunti che il corpo da sé ha cominciato a prendere, anno dopo anno. La malattia di cui è affetta dalla nascita Chiara Bersani è sbattuta “in prima pagina” sul foglio di sala, scritta a chiare lettere in una diagnosi che compare non come una forma di esorcismo, quanto per chiarire da subito che cosa il suo lavoro non sarà. Stavolta il teatro delle diversità non c’entra nulla, da quella definizione – a guardar bene anche lievemente ghettizzante – occorre prendere quanto prima le distanze, radendo al suolo qualsiasi pregiudizio buono o meno buono e tornando a una sognata essenzialità. Un ritorno al passato che, tramite il movimento dei corpi in scena, tenta di ricostruire il vissuto di un iper-corpo che in loro si crea, si annulla e prende nuove sembianze, in un esperimento estremo ma delicato di frammentazione per immagini.

All’ingresso la sala è avvolta dal fumo e dall’alto volume di un interminabile brano techno, al punto che alcuni spettatori si lamentano. E invece eccola lì, proprio quella è la prima immagine, la reazione un po’ disorientata del pubblico, che dona senso drammaturgico alla nebbia. Family Tree, che raccoglie le performance HALLWAY, Volta e EPILOGO, si articola in modo da condurre lo sguardo come davanti a un trittico di tavole dipinte; lo spazio ampio delimitato da un labirintico circuito di abat-jour disseminate a terra che diffonde un magro bagliore, la presenza a volte un po’ invasiva della musica, i dilatati momenti di poesia visiva non cercano una reale narrazione, piuttosto radunano sul palco i fili interrotti di sinapsi cerebrali, immagini residue come di un sogno a un passo dalla veglia. Se particolarmente suggestive sono alcune scene, è forse il ritmo generale a rendere questo un lavoro non adatto a tutti; d’altra parte l’idea di partenza, di dare forma a un concetto come l’auto-rappresentazione usando immagini mute e atmosfere oniriche, risulta di per sé particolarmente ambiziosa, pur nella sua affascinante tenacia. «Seguendo le cicatrici presenti sulla mia pelle posso ricostruire la mia biografia dall’età di due anni a oggi». Questi gli indizi rilasciati dall’autrice, che vuole usare il corpo come oggetto di transfer tra dimensioni temporali e osa spingere la ricerca addirittura ancora più indietro, a uno stadio precedente alla reale incarnazione non tanto del corpo, ma dell’immagine che si ha di sé, quindi del corpo sociale, quello con cui fanno i conti tutti, al di là della presenza o meno di tare genetiche o malattie degenerative.

foto di Giovanni Campus
foto di Giovanni Campus

La spinta è piuttosto verso la generazione, il recupero di una traccia sommersa, appartenente a un momento della autonarrazione che, come gli indecifrabili sogni di un feto, ancora procede per manifestazioni visuali, cullate dalla placenta di un orizzonte preverbale. Perché questa forma molto sottile di cortocircuito possa innescarsi occorre però che la drammaturgia – ancora una volta intesa come “lavoro sull’azione” – si inserisca a dovere in un gioco di tempi e durate, la cui mancata misura rischia di scagliare l’attenzione dello spettatore verso un punto spesso troppo distante, scoprendo il fianco ad alcune soluzioni – come il finale in cui risuona, sussurrata dentro un microfono, Il cielo in una stanza – forse un po’ ammiccanti e che comunque non rendono giustizia alle interessanti premesse.

Con qualche sorprendente tocco di poesia, grande eleganza dei movimenti, ottimo feeling tra i tre performer e un’indubbia sapienza nell’organizzazione dello spazio, quadri come la lenta danza circolare di Bersani tenuta in braccio da Marco D’Agostin o l’ingresso di una banda di ottoni e percussioni che si ferma, come congelata, sotto una fitta neve fatta di vero ghiaccio riescono a evocare stati d’animo e, ancor di più, ricordi sepolti, rimandando dunque alle intenzioni iniziali. Segnali in qualche modo riguardano intimamente lo spettatore, solleticando alcune corde emotive e a volte sentimentali del tutto private e legate, più che a un tentativo di organizzazione razionale, a una sorta di drammaturgia dell’inconscio, dove la ricerca – doverosa – di un controllo è già di per sé un processo potenzialmente ammaliante.

Sergio Lo Gatto

visto a Teatri di Vetro 7, Teatro Palladium

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HALLWAY
concept: Matteo Ramponi
assistente: Claudia Valla
creazione: Buscarini / Bersani / Ramponi
suono: Paolo Persia

Volta
Vincitore del Premio Prospettiva Danza Teatro 2011, Padova
concept, coreografia: Riccardo Buscarini
assistente: Antonio de la Fe azione, creazione Bersani / Buscarini / Ramponi
con: Marco D’Agostin
suono: Sebastiano Dessanay

EPILOGO
concept: Chiara Bersani
creazione: Bersani / Ramponi
suono: Mattia Bersani / Leonardo Tedeschi
produzione: Corpoceleste con Ina/Assitalia – Piacenza, Stanhome S.p.A – sede di Parma e Piacenza, Accademia Domenichino da Piacenza, ASITOI