Fabrizio Arcuri in bilico tra vero e falso

taking care of baby - foto
Foto da www.teatroeliseo.it

Tanti sono gli epicentri attorno cui ruota Taking Care of Baby, testo dell’inglese Dennis Kelly che l’Accademia degli Artefatti continua a esplorare andando sempre più a fondo nella propria indagine. C’è il fatto di cronaca di una madre accusata di doppio infanticidio attorno al quale ruotano il rifiuto del marito sconvolto dalla perdita dei propri figli, gli intrighi politici della madre, le accuse rivolte allo psicologo teorico di una sindrome che scagionerebbe la presunta assassina dalle responsabilità identificando il suo atto come estrema protezione dalle bruttezze del mondo. In un filo narrativo non lineare (ma non per questo contorto) le testimonianze dei vari personaggi, stimolate dalle interviste di un ipotetico Kelly costantemente dietro una telecamera, andranno sempre più ad arricchire il complesso quadro della vicenda. Eppure, al di là della storia, paradossalmente funge quasi un pretesto, due sono i motori che accomunano tutta la messa in scena: la percezione della verità e la manipolazione dell’informazione da parte dei mass media. Due questioni, queste, strettamente legate l’una all’altra e che pongono al centro di tutto lo spettacolo la posizione dello spettatore, le sue scelte riguardo cosa possa, debba o sia portato a credere in una storia dove tutto sembra chiaro ma, per utilizzare le parole di uno dei personaggi, “sembra che nessuno sia interessato alla verità”.

Le prime informazioni di cui veniamo a conoscenza, proiettate sul grande schermo bianco – posto al fondo di una scena vuota se non per la presenza di telecamere e cabina di regia laterale – riguardano la veridicità dei fatti narrati: tutti realmente accaduti, parole e azioni tratte da interviste o testimonianze; nemmeno i nomi, ci viene detto, hanno subito variazioni. Il testo di Kelly si vuol presentare come una sorta di indagine-verità, teatro documentario attorno ad alcune vicende significative. Ma in scena noi non ne vedremo solamente l’esito. Il momento “fotografato” è quello del lavoro in fieri, della sua percezione in atto, della quale i tempi scenici presentano diversi livelli, approfondendo con un’intelligenza che travalica l’espediente e integrando la natura del testo e il suo contenuto con le modalità affrontate per esplicarlo. Non è solamente una ricerca della verità, difficile come può esserlo scavare in questioni etiche tanto delicate quanto manomesse. La messa in scena di Fabrizio Arcuri pone l’accento sulla diversità della percezione, sfruttando le caratteristiche della relazione “dal vivo” della situazione teatrale, o il potenziale di distanza offerto dal video, che però viene rimesso in discussione nelle riprese non preregistrate ma che filmano qualcosa du contestuale all’azione scenica, che avviene alle spalle degli spettatori, direttamente in platea.

taking care of baby
Foto da www.teatroeliseo.it

Ogni scelta è significativa: non è un caso che a salire sul palco (luogo vicino, caldo, vivo) siano quasi sempre i testimoni, le vittime dichiarate, coloro a cui dovremmo rivolgere la nostra empatia. E non è nemmeno un caso che Donna McAuliff, l’imputata, sia tenuta in un’apparente distanza. La ragazza è il capro espiatorio sociale, e poco importa se ella sia o meno l’artefice dei delitti. Posta a un angolo della platea, con davanti una telecamera che rimanda le sue immagini sullo schermo, l’imputata viene intervistata, spinta a raccontare la propria versione dei fatti. L’interpretazione asciutta di Isabella Ragonese ben giustifica l’utilizzo del video, permettendoci di cogliere in quel distoglimento di sguardi, in quella naturalezza cinematografica, tutta una gamma di emozioni inusuali per le dimensioni teatrali. Il paradosso della distanza temporale tipico del dispositivo video viene abbattuto proprio perché ciò che vediamo in video accade in tempo reale, nutrendosi di quella stessa atmosfera che respiriamo in platea e costruendosi momento per momento.

Dalla madre dell’accusata (ottima macchinatrice Francesca Mazza, commossa e spietata), la politica Lynn Berry, per cui la tragicità della vicenda sembra innescare l’esponenziale crescita di un consenso elettorale e di una popolarità fino ad allora assenti, allo psicologo che sostiene le madri accusate più per costruire le risposte alla propria teoria e alla propria autorevolezza, ciascuno vorrebbe confezionata la realtà a proprio piacimento e per i propri fini. In un autoironico gioco metateatrale vedremo il marito di Donna, Martin, intento a scrivere lettere a Dennis Kelly, pregandolo, poi con l’aggiunta di insulti, di non spettacolarizzare gli avvenimenti; eppure anche lui sembra distorcere la realtà, anche lui vittima dell’operazione mediatica in cui l’informazione – e le modalità con cui trasmetterla – è accuratamente scelta e selezionata.

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Foto da www.teatroeliseo.it

Pochi sono i rapporti non mediati dalla telecamera, e anche in queste sporadiche occasioni la comunicazione tra le persone appare impossibile. Due sono i momenti in cui si avverte uno stralcio di comunicazione reale, di scambio disperato tra Lynn e Donna. Il primo, in video, mostra la madre che abbraccia nel letto la figlia, tentando invano di scacciare il documentarista. Il secondo avviene dal vivo, sulla scale della platea subito dopo la confessione di Lynn da ubriaca, che tenta di trattenere la figlia. Eppure i brevi scambi di battute avvengono praticamente in buio, come a volerne sottolineare la volontà di esclusione. Speculari e complementari l’una all’altra, queste due eccezioni non fanno che confermare la regola.

Lei è dietro di noi; potremmo in un attimo abbattere la distanza mediatica voltandoci a guardarla. Eppure viene quasi da pensare che non ve ne sia bisogno quando abbiamo la possibilità, la comodità, di vederla sullo schermo. Durante l’ultima intervista Donna lascia la platea e siede sul palco. Come tutti gli altri anche lei ha davanti a sé una telecamera, ma solo nel suo caso vediamo contestualmente la ripresa proiettata sullo schermo. A quale verità sceglierà di aderire lo spettatore, se quella vera o quella virtuale, è responsabilità solo sua.

Viviana Raciti

in scena fino al 19 maggio 2013
Piccolo Teatro Eliseo [cartellone] Roma

TAKING CARE OF BABY
di Dennis Kelly

traduzione
Pieraldo Girotto
regia Fabrizio Arcuri
con Isabella Ragonese, Matteo Angius, Francesco Bonomo, Pieraldo Girotto, Francesca Mazza, Sandra Soncini
in video Vinicio Marchioni, Fiammetta Olivieri, Paolo Perinelli
materiali sonori Subsonica tratti da mentale/strumentale (inedito nel cassetto)
luci Diego Labonia
video Lorenzo Letizia
scene Gianni Murru
assistenza alle scene Michela Bevilacqua
costumi Valeria Bernini
organizzazione Rosario Capasso
cura Valeria Orani

produzione
Accademia degli Artefatti – Napoli Teatro Festival Italia
in collaborazione con Teatro Stabile di Torino