Sogno o realtà al Fanfulla: Traumdeutung e M. Una cosa nostra

Traumdeutung - foto di Umberto Passacantilli
Traumdeutung – foto di Umberto Passacantilli

Fascinazione in cui l’immaterialità dei sogni diventa tangibile o per la quale la durezza della realtà reclama la propria voce con forza, il teatro può di diritto nutrirsi tanto dell’una quanto dell’altra. Può capitare di servirsi del teatro per raccontare dell’intricata strada che percorriamo durante un sogno, svelandone l’impossibilità di un’univoca comprensione, tutta logica, tutta parole, per trovare invece il guizzo in una composizione per strati, dove nulla sembra apparire chiaro pur mostrandosi incontrovertibilmente comprensibile. Eppure possiamo servirci di quello stesso teatro per cavalcare onde di altra natura: fare attraverso di esso un’operazione civica, di assunzione di responsabilità; affrontare la realtà di petto mostrando fatti reali, permettendo che gli strumenti della scena intaglino una realtà smussandone solo alcuni contorni, in modo da renderla più chiara ed evidente. Tematiche entrambe che necessitano di un’adesione totale, che, pur nella loro distanza, devono corrispondere nella loro traduzione scenica ad una coerenza equivalente.
A distanza di pochi giorni, nello stesso luogo – il Forte Fanfulla – abbiamo avuto l’occasione di vedere come queste due possibilità possano prendere forma, come entrambe possano rischiare mettendosi in discussione su terreni equamente complessi: da una parte il materiale onirico – polimorficamente scomposto e presentato in simultanea nelle voci e visioni di una donna e tre uomini – con Traumdeutung di Sanguineti, e dall’altra la vita di un pentito mafioso con M. Una cosa nostra.

Mettere in scena le dinamiche di un sogno, presentarne il suo significato (come il titolo si prefiggerebbe) non è affatto un’operazione immediata. Il testo che Sanguineti scrive nel 1965 si fa ancora attualissimo nel presentare una situazione in cui traspare nell’impossibilità al dialogo quell’incomunicabilità dalla quale sembra così difficile uscire. La compagnia Melisma che fin dal 2006 porta in scena con successo quest’opera, accetta la sfida di considerarsi “quartetto d’archi”, lasciando da parte l’attitudine interpretativa e lavorando al testo come se fosse una partitura musicale le cui note siano le parole e i cui strumenti corrispondano alle voci. L’efficacia di questa messinscena è evidente sin dall’inizio. L’effetto di spaesamento che il sogno è in grado di indurre è qui pienamente riprodotto in una forma scenica autonoma. È l’esperienza onirica a esser messa in atto, non la sua narrazione. Nel buio veniamo accolti da brandelli di discorsi, parole il cui senso complessivo non è dato a priori, ma che può esser costruito diversamente da ogni singolo spettatore, in base alla sua posizione in platea, e quindi in base alle differenti distanze rispetto gli attori in movimento. Contrariamente a quanto si possa pensare il lavoro non si limita esclusivamente a uno studio fonetico. Le parole sussurrate, urlate, ripetute, sbattute in faccia, distorte, guizzo e spunto per nuovi suoni permettono la costruzione di un tessuto ritmico che ben presto allontana quel disagio iniziale che pur mette in moto, riconsiderando lo spettacolo come un vero e proprio concerto. Ma questo ritmo non è limitato all’enunciazione, bensì porta dietro di sé una ritmicità dei corpi e delle azioni trasformando quattro attori in un’unica macchina scenica. Dopo un iniziale quadro in cui l’aspetto visivo di una donna turbata nel sonno del suo verticale letto è momento quasi comico, in cui i tre compagni inscenano incubi fatti di mani e di corpi mostruosamente lunghi, gli attori si concedono la semplicità genuina del diventare musicisti, sedendo in proscenio con un leggio e la propria partitura di parole. Il flusso di suoni sovrapposti lascia talvolta spazio alla comprensione di quanto detto; sta allo spettatore decidere cosa prendere, cosa capire.

M. Una cosa nostra. - foto di Alessandro Vargiu
M. Una cosa nostra. – foto di Alessandro Vargiu

In contrapposizione all’ambiguità del sogno la materia del secondo caso impone immediatamente dei nomi: si tratta di Maurizio Avola, braccio destro del boss catanese Benedetto Santapaola, la cui storia è tratta dal romanzo Mi chiamo Maurizio – sono un bravo ragazzo – ho ucciso ottanta persone. Lo spettacolo della compagnia torinese Il Cerchio di Gesso e presentato all’interno della seconda edizione della rassegna Parabole fra i Sanpietrini, tuttora in corso, cerca di portare alla luce “una storia sulla mafia che allo stesso tempo descriva la vita di un uomo e la storia contemporanea del nostro paese”. M. è l’epiteto con cui è identificato il protagonista, troncatura di un nome che più che manifestarne l’identità oscurata amplifica la possibilità dei riferimenti, primo fra tutti l’identificazione con quella stessa malavita che è pronto a mascherare. Ai momenti di confessione in cui il pentito, circondato da specialisti dell’ordine in camice bianco, è quasi più una bomba da disinnescare, si alternano vari flash back della sua vita precedente, mostrandolo prima e dopo l’ingresso nella “ famiglia”. Alcuni pannelli mobili creano e dividono lo spazio, diventando all’occasione parete semitrasparente che celando il boss ne fortifica il potere – ciò che non si ben distingue è più inquietante di qualcosa di riconosciuto – e prigione, la quale pur garantendo salvezza al pentito, non farà altro che tarpare il suo bisogno di denuncia. Ma lo spettacolo poco ha del calore e della forza che vorrebbe raccontare; pretendendo di far emergere una realtà sembra ricadere solo nei suoi cliché: il siciliano omertoso spalle ricurve, la donna in scialle nero da perenne settimana santa, i malavitosi usciti da uno gangster movie e il cattivo che però ha un cuore,  con la compagna che per amore vive nel continuo e paralizzante terrore di perdere il marito. Là dove il sostegno drammaturgico trova le sue debolezze, ci si appoggia al lavoro attoriale cercando verità in un corpo manipolato, in cui è il gesto nervoso, la postura e il cambio di voce a delineare atteggiamenti e caratteri. Nonostante alcune giuste intuizioni – fra tutte il lavoro di sottrazione operato sul protagonista, quasi svuotato dal proprio stesso percorso di vita – l’operazione appare ancora a uno stadio di superficie, e la storia raccontata finisce per perdere il proprio carattere di denuncia.

Viviana Raciti

TRAUMDEUTUNG

di Edoardo Sanguineti
con Emilio Barone, Loredana Mauro, Francesco Petti, Carlo Roselli
Luci e fonica Franco Pescetti
Musiche Salvatore Sciarrino, Giovanni Battista Pergolesi
Regia Compagnia Melisma

M. UNA COSA NOSTRA


drammaturgia e regia
Girolamo Lucania
con Elisa Ariano, Jacopo Crovella, Vincenzo Di Federico, Mara Scagli
scena Giulia Cicerale
luci Pietro Striano

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Viviana Raciti, siciliana d’origine, dopo gli studi classici si trasferisce a Roma, dove si avvicina al mondo dell’arte attoriale e all’animazione teatrale, per poi preferire la strada della critica. Nel 2015 consegue la laurea magistrale presso l’Università La Sapienza in ‘Saperi e Tecniche dello spettacolo teatrale’ con una tesi dal titolo La produzione drammaturgica di Franco Scaldati. Ordinamento, schedatura e analisi, mettendo per la prima volta in luce l’effettiva entità del corpus di opere dell’autore palermitano. Sempre sulla figura di Scaldati ottiene la borsa di dottorato presso l’Università di Tor Vergata. Dal 2012 è redattrice presso la testata online «Teatro e Critica» scrivendo di teatro, danza e teatro ragazzi, mentre dal 2015 fa parte della redazione della testata culturale «Move in Sicily».