…Primavera non bussa, lei entra sicura… – Casa 2

foto di Stefania Apuzzo (Brasile)
foto di Stefania Apuzzo (Brasile)

Dopo l’inverno meno soleggiato degli ultimi vent’anni, anche a Parigi giunge bramata e inaspettata le Printemps. Irruenta, addolcisce gli sguardi rigidi delle mattine nuvolose e secche.
Le incontriamo nelle metropolitane, con qualche fiocco in più, una camicetta colorata, le ballerine ai piedi, eppure sempre le stesse raffinate sagome di un bon ton monocromo, scuro, elegante, smentito in poche educate frivolezze. Non può che essere l’effetto del sole a corrompere lo stile sobrio, molle di questi nostri compagni di viaggio e a far apparire di rado qualche eccentrica capigliatura dai toni chimici e linee coraggiose a sostituire il casual dei pomposi chignon.

E a Primavera si esce di casa, o meglio casa diventano i prati, le strade, gli spazi pubblici.

Il prato di Place de Vosges, nel cuore del Marais – il quartiere gay –, la piazza con le case più care della città, è il luogo perfetto per un picnic domenicale dopo una spesa con cestino di vimini al vicino mercato di Bastille, dove le bancarelle più famose di Parigi vendono a prezzi bassi  – e ancora più bassi in orario di chiusura – frutta, verdura, formaggi, carne e pesce, ma anche poltrone vintage, cd, vestiti… Tutto a meno di qualsiasi supermercato.

Non molto lontano da qui, il bordo del canale Saint Martin accoglie sulla lunghezza di quasi due chilometri orde di giovani, famiglie, hypster, fricchettoni, studenti, radical chic, anziani giocatori di bocce, una vasta e varia umanità di cittadini più che turisti si riversa su queste sponde per un aperitivo informale che sfocia nella notte. Baguettes, birre, marijuana, coperte e cestini animano le sere estive di questo angolo di città, soprattutto in quella parte di canale riservata ai pedoni che confina con la Villette, come il Pigneto romano il nuovo quartiere “in” della capitale francese. Una Venezia metropolitana, con sponde larghe, barche abitate, luci fucsia, cinema gigante in architettura post-industriale, residenze per artisti e tanti bar e locali, testimoni di un vago gusto underground sconosciuto allo stile parigino.

E quando le ultime luci del giorno diventano il momento più atteso della giornata, l’occupazione effimera di parti di città è di certo un rituale accettato, anzi uno dei rituali caratterizzanti la primavera e l’estate parigina.

Più romantico e poliglotta è il lungo Senna. Sui sampietrini a bordo del fiume si è soliti incontrarsi ancora una volta per aperitivi e cene primaverili, lasciando sopra di sé il traffico cittadino e conservandone le luci notturne.

Scendendo sul fiume all’altezza del Pont Neuf dei famigerati amanti, il posto più bello: la punta dell’Île de la Cité, da cui ammirare la città sovrastante e luminosa come immersi nell’acqua, accarezzati dalle foglie piangenti dei salici.

La natura artificiale di queste sponde metropolitane, le acque che scorrono vellutate e impregnate di smog cittadino. Un fascino addomesticato, da cartolina. Eppure lungo queste sponde primaverili, sorseggiando aperitivi in compagnie che si allargano col far della notte, qualcosa di quella natura selvaggia torna. Forse l’innocenza e la spontaneità che inducono cittadini e riappropriarsi di spazi di passaggio, di pezzi urbani da rendere a una funzione pubblica e conviviale.

Di nature artificiali e nature selvagge, di rilettura di spazi pubblici trattano le proposte parigine (e di Marsiglia, capitale della cultura 2013) su queste prime note di sole.

Instagram and facebook upload di silvia mandara (italia), sara maurikane (francia), stefania apuzzo (brasile). Clicca su una foto per ingrandirla

Natures artificielles è la mostra che inaugura il Festival EXIT, al MAC (Maison des Arts de Créteil), immenso centro pluri-disciplinare, esempio di reintegro delle Banlieues parigine (i quartieri satelliti della capitale). Da subito è chiaro come per creare un centro artistico di tale impatto, che accoglie a Parigi artisti come Constanza Macras a quasi un ora dal centro città, sia necessario un forte equilibrio fra politiche culturali e politiche sociali.

Una mostra immensa che mette in evidenza le possibilità di interazione fra tecnologia e natura, con due effetti differenti: esposizione degli effetti aptici o fenomenologici dei processi naturali attraverso la tecnologia (dalla ricostruzione di nuvole, all’effetto terremoto, fino all’esperimento della morte) da una parte, spettacolarizzazione di effetti naturali, riprodotti attraverso macchinari (i lampi, giochi di scissione dell’acqua in molecole di idrogeno) dall’altra. Non mancano le questioni riguardanti il rapporto animale/macchina/clonazioni (i cani cyborg con protesi – errori della clonazione –) e le questioni ecologiche attraverso installazioni che permettono di mettere in evidenza l’impatto dell’uomo sulla natura.

Il solito annoso problema della sovraesposizione della tecnica a sfavore del progetto artistico che, nella quasi totalità delle opere presenti, pare ridursi all’esplicitazione della formula scientifica e/o tecnologica.

A Marsiglia, un paesaggio urbano totalmente differente. Nella Napoli francese, regna il fascino del diverso e del fuori posto, la meraviglia del caos, del sole e del mare. Per apprezzare questa Marsiglia Capitale Europea della Cultura 2013 – evento che è servito da pretesto per un processo di urbanizzazione necessario e troppo a lungo rimandato in quella che è, per dimensioni, la seconda città di Francia – si sale verso les Calanques, altopiano a strapiombo sul Mediterraneo. Qui il collettivo Lieux Public, diretto da Pierre Sauvageot, uomo di spettacolo e musicista, presenta Champ Armonique, un’installazione in milieu naturale, una sinfonia eolica per 500 strumenti musicali appositamente creati e dislocati su un percorso lungo le calanche. Dalla collaborazione con liutai e esperti di vento, nascono violoncelli armonici, tamburi vibranti, mulini-glockenspiels, bambù fischianti, eliche-sirene, scatole musicali tornanti, archi sonori, alberi flauti, zoofori… strumenti costruiti perché possano essere suonati dal vento, seguendo una partitura sonora scelta secondo una logica compositiva precisa. Non solo dunque un’opera di land-art, ma anche e soprattutto un’opera musicale, o ancor di più, come lo stesso artista sottolinea, un percorso spettacolare, di cui protagonisti sono gli spettatori e gli strumenti stessi.
Note del mare che si mescolano a quelle del vento, sull’opera d’arte in grado di nascere dalla collaborazione tra la minuzia tecnica dell’ingegnere e la visione dell’artista.

Primavera torna anche a Le Potager du Roi, spazio verde coltivato di fianco al castello di Versailles, che si presta per tre giorni ad accogliere performance e installazioni per il Festival Plastique Danse Flore, momento di raduno di tutti gli appassionati di performance, danza, arti plastiche. Organizzato dal pupillo di Jerom Bell, accoglie il simbolo della “non danse” francese: Xavier Le Roy, che in Le Sacre du Printemps studia e disegna coreografie a partire dalle movenze di un direttore d’orchestra, sulla musica originale di Stravinskij, riuscendone a captare la poesia delle figure corporee.

E sulle pause della musica, lo sguardo si dirige aldilà della scena, sul panorama primaverile: la Primavera, entra nello spettacolo.

Chiara Pirri

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