John di Wajdi Mouawad. L’insostenibile gravità dell’essere

John
Foto di Manuela Giusto

L’unico modo per raccontare una storia di dolore così profondo come il suicidio di un adolescente è mostrare la condizione di chi resta, traducendo in un flusso di parole e immagini l’eredità di un’unione e incarnando nella presenza di un famigliare sopravvissuto un moto di rabbia che per forza di cose non trova sponde razionali. Questo l’azzardo del drammaturgo libano-franco-canadese Wajdi Mouawad nel suo John, messo in scena da L’Albero Teatro Canzone all’Orologio di Roma. Un testo scarno e poetico, sulla pagina scandito soprattutto dagli spazi bianchi e dalle didascalie che specificano, a volte con grande minuzia di particolari, l’abbigliamento e l’aspetto del giovane John, che torna a casa una sera d’ottobre, si piazza di fronte a una videocamera e, con frammenti di flusso di coscienza, racconta alla famiglia perché stia per farla finita appendendosi un cappio al collo. A far da eco al videomessaggio di suicidio (quella pratica ormai tristemente nota) è il soliloquio della sorella Jeanne, che con il cuore spezzato sfoglia i suoi diari illustrati, ascolta la sua musica, rivive insieme al suo fantasma che torna a materializzarsi in scena, l’infanzia del nascondino, del gioco alla guerra e dei biscotti fatti in casa.

Le parole lasciate da John nel video sono insopportabili ambasciate di non senso in cui il dolore, passato attraverso il corpo e già sceso a un livello più profondo, è diventato condizione immanente, terreno in cui tutto sta filtrando. Il testo – ben tradotto da Francesca Moccagatta – affronta la morte e la sua immagine incancellabile come stadio ultimo di una depressione e lo fa in maniera frontale, scarnificando le forme di una sofferenza assoluta e rendendole qualcosa di pre-verbale, dunque di certamente irrappresentabile. In questo paradosso si nuove Mouawad quando sceglie di immaginare di quell’orizzonte una messinscena, ma il suo non è un reale tentativo, pare più simile a un documentario, la cui realizzazione resta in mano a necessarie scelte registiche. Giuseppe Roselli, che firma l’allestimento, aveva avuto a che fare, tra gli altri, con testi altrettanto ardui come Dovevate rimanere a casa, coglioni di Rodrigo García e Bambiland di Elfriede Jelinek. E in entrambi i casi aveva conservato il flusso delle parole senza corromperlo, tentando invece – quasi sempre con successo – di impastarlo in azioni complesse, qui in un collage di monologhi, lì in una prorompente scrittura scenica di massa. Per quanto ingegnosa e accesa da forte carica creativa, l’operazione stavolta inciampa in più punti nei trabocchetti progettati (forse ad arte) dal testo di Mouawad. Orfeo a parte – dove è ancora in scena l’Aldo morto 54 di Timpano – le altre tre sale dell’Orologio e il corridoio che le unisce vengono colonizzate da questo spettacolo in parte itinerante: Jeanne raccoglie gli spettatori tra le pareti del foyer, tappezzate di una foresta d’alberi dipinti e su cui veglia un’enorme e piatta luna di carta; da lì li scorterà in un fugace passaggio attraverso la scena iperralista della stanza di John – dove il fratello, come uno spettro forsennato, salta e canta a squarciagola – e un cunicolo arredato a corridoio, tra comò e abat-jour. Il capolinea è la Sala Grande, dove si ricostruirà una visione (forse troppo) frontale.

John
Foto di Manuela Giusto

Se il testo prescrive la messinscena reale del momento in cui John registra il messaggio di addio, Roselli sceglie di proiettare su un maxi-schermo il prodotto finale, che però prende la forma fredda e troppo artefatta di un videoclip d’autore, tra effetti sonori e montaggio delle attrazioni, finendo per scivolare nella didascalia e nel cliché del novello Werther con gli occhi arrossati dal pianto. Sono evidenti, sia dall’addobbo della camera da letto (poster e post-it) sia dall’abbigliamento del protagonista (per la verità indicato anche sulla pagina), i riferimenti all’immaginario punk-rock delle icone maledette e a quella forma di suicidio/omicidio, reale o evocato, narrata in certi film di Gus Van Sant come Paranoid Park, Elephant o Last Days. Il che forse tira un ulteriore sgambetto alla freschezza dell’intera operazione, ostacolata anche dalla direzione degli attori verso un parossismo gridato e troppo esteriore, che neppure la solida e intensa presenza di Barbara Mazzi (che interpreta Jeanne) riesce a stemperare.

A far brillare i momenti di reale intensità sono soprattutto le sorprendenti scene di Ciro Paduano e Alessandra Muschella, fatte di mobili invecchiati e ammalati che una sorta di esplosione ha sparpagliato fino al soffitto, creando un gorgo ora immobile. Un’esplosione invisibile e muta perché appartenente a un momento già stato. Certi antri dell’anima sono troppo profondi da pretenderne la materializzazione o e li si può visualizzare solo come qualcosa di estinto, con uno scarto poetico che vada oltre la messa in prosa delle espressioni e delle crisi isteriche, e verso una messa in arte che forse, in questo caso, non avviene completamente neppure nel testo.

Sergio Lo Gatto

Visto al Teatro dell’Orologio di Roma nell’aprile 2013

JOHN
Di Wajidi Mouawad
Traduzione Francesca Moccagatta
Regia Giuseppe Roselli
Interpreti Marco Lorenzi, Barbara Mazzi
Scene e costumi Ciro Paduano e Alessandra Muschella
Musiche Maurizio Farina
Luci e fonica Marco Scattolini, Simona Parisini
Aiuto regia Maddalena Monti
Video Luca Di Prospero
Foto Maniluela Giusto
Produzione L’Albero Teatro Canzone
Ufficio Stampa Graziella Travaglini